Al païs d'Lü, n. 5 (1987), p. 4

 

 

 

 

Andà a parlì; travai e fadìi

Robi d’na vota

 

Quei pochi di noi che sono nati appena prima o appena dopo il 1900, nel periodo cioè che precedette la prima gran­de guerra mondiale, hanno ancora vissuto in quel tipico ambiente contadino, sempli­ce e povero, tecnicamente ar­retrato, ma ricco di antichi valori morali e spirituali, che va sotto il nome dì “Civiltà ru­rale”, quando ancora tutto si faceva a mano, tutto si muo­veva a trazione animale e l'uomo abitualmente usava e portava sulle spalle “al basu, la brënta, la gerla” e altro, mentre la donna portava in testa “la scusalà, la cavagna, la banastra ecc.”, mettendo fra la testa e il carico un cu­scinetto di raccordo, detto “u storcc”.

Le attrezzature per l'agri­coltura e per il piccolo artigianato locale, benché al­quanto perfezionate, erano ancora rudimentali e ricalca­vano antichi modelli già noti “da tütta l'antichità 'd Noè”, come si dice ancora fra noi: strumenti e mezzi piccoli o grandi si chiamano anche adesso “al' iàsii”.

Le prime avvisaglie del progresso tecnico nell'am­biente contadino si sentono con l'arrivo delle piccole e modeste macchine per la sgranatura delle pannocchie e poi con la comparsa delle prime trebbiatrici, collegate “cun u scuriàs a la machina da feu”, che hanno soppianta­to “al cavagli, vibrate dai battitori sulle spighe distese “ans l’ara ambuasaia a duvèr”, per eliminare la polve­re: però anche con le macchi­ne è restato il modo di dire, “bati 'I grò, bati la mèlia”.

 

Da 'n su a l'at

I lavori in campagna richie­devano un larghissimo impie­go di mano d'opera e “i gross cioè i particular ca iavu al casèigni pi grosi e al pi bei partìi 'd tera tenevano le proprie squadre di giornalieri fissi tutto l'anno e in cima alla piazza, la domenica mattina, si teneva una specie di mer­cato della mano d'opera, ove i proprietari si incontravano con gli uomini in cerca di la­voro e si combinavano gli in­gaggi a breve e a lungo termi­ne.

Il sabato sera i giornalieri andavano a casa del padrone a ricevere la paga settimanale e un quarto o mezzo quarto di vino ed era normale incontrare per la strada questi “operai della vigna” col quarto di vino sulla spalla e le poche lire sonanti nella tasca: “al Crava, al Mulè, Rulond, Vêscu, Finòt e Radesky” erano i grossi di allora ed erano loro che fissavano i prezzi, “ma po’ tücc i stavu al presi dal Crava”.

L’orario di allora era: “da ‘n su a l’at, da n’Avemaria e l’atra” e le squadre partivano all’alba e smettevano alle undici, riprendevano all’una per staccare a sera. Se la località era distante, qualche famigliare - in genere i ragazzi – “ai purtavu da disnà a parlì, na chigiarà d’amnestra e magara quaicòs d’at”, ma non parliamo di pietanze!

 

Teni sü la baraca

I piccoli proprietari invece erano impegnati a fondo, con le proprie famiglie, nei lavori della campagna, della stalla e della casa: padre, madre e figli collaboravano “a teni sü la baraca” e le esigenze della fa­miglia erano molteplici.

A cominciare dal pane che si faceva in casa — con il for­naio che prima dell'Avemaria “l’amniva a cmandà” cioè a dare la sveglia per impasta­re — fino all'ultimo lavoro della campagna, tutti di casa erano impegnati manualmen­te.

Nelle vigne era l'uomo “a puà, a piantà i caràs, anuangà, dà l'aqua cun la machina ans spali, da u surfu cul bifèt, sapà ecc... mentre la donna era piuttosto impegnata “a spuasà, a lià 'I chëigni e i ca­ràs, tirà sü i co', sgarsulà e cõii l'erba ecc. ma non di ra­do le donne facevano egregia­mente anche i lavori da uo­mo. Di vendemmia poi donne, anziani e ragazzi facevano gruppo — “u strop” — per staccare i grappoli e “ampì 'I cavagni mentre uomini e giovanotti erano addetti “a purtà la brënta e andà anò e andrera cul bestii a mnà a cà iarbi”.

E poi veniva tutto il lavoro della cantina: prima “lavà 'I vasèli e tirà sü iisèu, pò pistà i'arbi, ampì 'I vasèli cun la brënta, fàii bùii e uardasi dau tüf e po gavà 'I vën neuv cun la spéigna e anfën turcià”.

 

La cubia d'beu

Nei campi era preminente il lavoro dell'uomo e qui en­trava in gioco la collaborazio­ne dell'animale come fonte di energia primaria. L'aratura si faceva abitualmente “cun la cubia 'd beu”, ma i piccoli proprietari la facevano anche con un bue solo, certo “nënt an su rômpi”, cioè quando si trattava di arare un prato o una medica per cambiare col­tura o un terreno appena dopo il taglio del raccolto.

Ma questa collaborazione degli animali al lavoro dell'uomo esigeva impegno e sacrificio: l'uomo si alzava verso le tre del mattino a dar da mangiare e da bere ai buoi e “po' aiì tacava a la barosa e si muoveva per arrivare sul lavoro prima dell'alba, per lavorare col fresco, e lì con una mano sul timone dell'ara­tro e l'altra munita di una sot­tile pertica puntuta — “l'auiënt — iniziava il suo paziente lavoro, conversando bonariamente con i buoi, che avevano tutti un nome: “valà Fagòt, vechì Rabàt, sta ‘nsà Mut, dôma Puciu, stà au surc Pumë, vanò Paiàs”… e li punzecchiava, “aiì cinciunava cun l’auiënt” quando tendevano a rallentare.  

C’erano coppie di buoi esperti che facevano il loro lavoro guidati dalla sola voce dell’aratore, ma più spesso occorreva una guida, di solito un ragazzo o una ragazza, “chi stavu d’adnò ai beu”. E questa era una fatica dolorosa, che tanti giovani hanno provato: esigeva una levataccia non adatta alla loro età, comportava qualche difficoltà e un certo rischio, perché si procedeva fra la terra smossa – i uatarô – ove si poteva inciampare e cadere fra le zampe dei buoi, tanto più quando si era presi e tormentati dal sonno.

Anche le bestie col calore accusavano la fatica, diventavano nervose sotto gli attacchi e le punture dei tafani. Perdevano la bava, dimenavano furiosamente la coda e scuotevano la testa, sbattendo le orecchie, per scacciare vespe, tafani e mosconi ronzanti, aggressivi e pungenti.

Si staccava verso le dieci e a passo rallentato si ritorna­va, con i buoi che a testa bas­sa e dondolante, al ritmo lento dei loro passi stanchi, lasciavano nella polvere le serpentine della loro bava.

 

E al’iatrii bestii

E con i buoi, forza primaria a servizio dell’agricoltore, anche le vacche erano usate come bestie da lavoro e da tiro, oltre che da latte: annualmente davano il vitellino e con lui anche il latte per la famiglia e per un certo numero di “poste”.

Quasi tutti i piccoli proprietari avevano almeno una vacca e il più delle volte “anca in baluòt o n’asnòt”. Alcuni avevano il cavallo, che serviva specialmente per i trasporti sia in ambito locale sia per maggiori distanze.

E parecchi avevano “al biròcc ans al mòü” e qualcuno anche “al birucë cun al röui ‘d gumma”, necessario a quei pochi che dovevano muoversi più sollecitamente, come il medico,  i negozianti, i sensali e... “i sgnuri”.

Si è visto anche “quoicadûn in poc smorbi e cun tanta veuia 'd blagà c'al marciava cun in birucë da lüssu, cun in cavà da cursa ca l'andava cmè 'I vëntar”, ma la gente invidiosa sogghignava “e la giva ca l'era sburs”.

Chi aveva i cavalli più robu­sti e ben piantati erano i con­ducenti, che facevano i tra­sporti per ogni sorta di mer­ci; dalla sabbia e dai mattoni fino ai generi vari destinati ai negozi e ai privati: conducen­ti rinomati a quei tempi “u Samentu, u Tircòt, Bevilaqua, cun la so mülla, povr'om”, vittima del suo la­voro “ans la stra' 'd Bisnèi”.

 

Trasporti

Importanti erano a quei tempi i trasporti di vino, an­che a lunga distanza, con viaggi a Torino, Milano. Biel­la e altre destinazioni, che du­ravano parecchi giorni e com­portavano soste intermedie negli stallazzi di vari paesi: famosa e quasi leggendaria a quei tempi “la bara 'd Finòt, cun na fila 'd bônsi da fa stravëgghi”, che quando era di ri­torno si annunziava “fin dal vòt du simiteri” con uno schioccare di frusta così bril­lante e scandito che si faceva sentire “fina a la Pëisa e l'ar­tista c'al manegiava u strafì a l'era u Teresiu dal Quartè”, che è morto, anche lui pove­retto, con la frusta in mano, simbolo del suo mestiere, mitragliato a tradimento accanto al suo cavallo e al suo carico, sulla strada del suo lavoro e della sua vita: la guerra ci aveva retrocessi ai tempi di carri e cavalli.

 

Fratello asino

Ma un capitolo speciale bisognerebbe dedicare a quell’altro protagonista della tradizione animale, umile e prezioso amico degli umili e trascurati “piccoli”, che a confronto dei”grossi” facevano la figura dei parenti poveri.

Quante famiglie “ca iavu in gram casòt, du spani d’tera e magara in stalòt e in purtiòt” tenevano un asinello per tutte le esigenze della vita rurale e questa simpatica e calunniata bestiola, un po’ testarda e lunatica, diventava la compagna di tutti i lavori e di tutte le fatiche e sul suo groppone pesavano tutti i carichi che dalla campagna venivano a casa – prodotti, legna, erba… – e da casa partivano per la campagna – letame, attrezzi e varie… – senza contare il carico abituale delle persone, le quali però, nel caso piuttosto frequente di sopraccarico e in salita, scendevano tutte a dare una mano a spingere carro e somarello “fina an sümma al crichet”.

E l’asino veniva poi cercato dai conducenti che avevano un solo cavallo, sia per i lunghi viaggi di parecchi giorni, sia per superare le salite di Mirabello e “du Rundò”, quando arrivavano da Alessandria o da Casale, stracarichi: e allora l’appuntamento era “au Rundò o a la Furnàs d’Vanotti, per tacà trëigna”.

Qualche famiglia ricavava così una modesta ma utile entrata per queste prestazioni “esterne” del loro somarello, senza contare che le femmine regalavano al tempo debito “al pulirë”, che si vedeva poi scorrazzare libero per le strade, seguendo la madre nei suoi viaggi in campagna e costituiva il sollazzo di tutti i ragazzi.

 

Scala sociale

Così si svolgeva la vita: allora lo sviluppo e il progresso di tutte le nostre famiglie lo si poteva misurare a seconda del “gradino sociale” su cui riuscivano man mano a collocarsi. Dalla condizione di “giornaliere” nullatenente qualcuno più intraprendente e fortunato cominciava a comprare “in avgnòt, e po’ anca in casòt, magara a credit” e poi un po’ più avanti “quoica sgarisula” o altro pezzetto di terra “ancò dal mônd” poi l’asinello “cun u so stalòt” e poi, in rapida ascesa, la vacca, il bue e terra in quantità adeguata e infine il sospirato traguardo di tutti i contadini dei tempi andati: “la cubia ‘d beu!”. “Allura s’era particular per dabô!”.

Era ed è famosa la sfida di un coraggioso “scalatore” di questa vetta, che segna la vittoria e la conquista di una agognata e prestigiosa posizione: ”O i beu o la mort!”.

Angelo Verri