Al païs d', n. 9 (1976), pp. 1-2

(già in «La Vita Casalese», 18 settembre 1975)

 

 

 

 

Essenzialità e fantasia nel dialetto di Lu Monferrato

Ventaglio di poesia nei nomi di stradine antiche. Cos’è cambiato, in cinquant’anni, nella vita dei ragazzi e delle mamme luesi?

 

Ho provato qualche volta a scrivere queste note mentre mi trovavo all’estero o lontano dal paese, ma avevo l’impressione che pensieri e immagini venissero fuori per così dire sfuocati a causa delle interferenze o radiazioni di ambienti del tutto diversi. E’ chiaro che non basta essere nati a Lu per sentire e parlare in modo autentico e convincente del nostro piccolo mondo paesano; è necessario ancora respirare l’aria delle nostre colline, contemplare i nostri panorami, ascoltare il nostro dialetto, bere il nostro vino, ricevere, come fa un ripetitore o il ponte radio che oggi nasconde la nostra torre antica, tutte le vibrazioni e gli impulsi anche distanti, ma noti e familiari a chi è nato o cresciuto a Lu, di quella forza magica che si chiama «luogo natìo».

Dappertutto nel mondo gli uomini e le donne non sono solamente se stessi, ma la regione dove sono nati, la casa o il cantone dove hanno imparato a fare i primi passi, le storie ascoltate dalle nonne, i giocattoli usati da bambini e gli svaghi avuti da ragazzi, i maestri che li hanno istruiti e i libri che hanno letto, il cibo che hanno mangiato e le bevande che hanno bevuto, il Dio in cui hanno creduto, la fede nella quale sono stati educati e il parroco che hanno conosciuto.

Alcune di queste componenti cambiano, più o meno rapidamente, ma il fondo delle cose, cioè la vera ragione del fascino della terra natìa, resta sostanzialmente immutato. Oggi, per esempio, i ragazzi scorazzano per le viuzze incantate del paese con moto potenti e fragorose e parlano di «Suzuki» e di «Kawasaki», di sprint e di surplace, come cinquant’anni fa noi parlavamo di «cirimella» e di trottole, di biglie e di castagne secche. Ma appena cessato il fracasso e dissipata la puzza dei motori, l’atmosfera del villaggio ritorna quella di sempre.

La mentalità, il carattere, i gusti della gente si riflettono nel dialetto e nel modo di parlarlo. Quello di Lu, chiuso, sbrigativo, duro e quasi rude, è il dialetto di gente che non ha tempo da perdere e non vuole perdere tempo, che si serve della parola quanto basta per esprimere il suo pensiero, che quando parla misura non soltanto le parole, ma anche le sillabe e persino le lettere. Prendiamo, per esempio, le due parole italiane «sotterratore» e «boccone», che nel dialetto luese diventano «strò» e «pcò».

Sono due parole per così dire imballate, composte di una sola sillaba, con un solo accento raro e inconfondibile, senza sbavature, cantilene o frange inutili. Ma se si toglie anche una sola lettera le due parole non stanno più in piedi; cessano di essere parole e diventano suoni senza senso.

Un’altra parola caratteristica e forse esclusiva del dialetto di Lu è «», traduzione della parola italiana «nessuno», parola precisa, decisa, severa, con un accento che non si può esprimere graficamente, che è più unico che raro, potente, originale, direi geniale. La parola e il suono sono forse l’eco di travagli lontani, il distillato di un miscuglio di lingue e dialetti differenti scontratisi nella nostra contrada in tempi remoti; parola e suono sono da collezionare come le monete antiche. Sbaglierebbe tuttavia colui che da questo brevissimo cenno sulla natura del dialetto luese volesse trarre la conclusione che coloro che lo parlano mancano di finezza e di fantasia, non hanno senso poetico, sono troppo attaccati alle cose materiali.

L’interesse della gente di Lu per i valori spirituali è noto anche fuori d’Italia. Del livello culturale e di civiltà raggiunto dagli abitanti di Lu, del loro amore per le cose belle, la capacità di poesia, il senso della storia danno testimonianza eloquente la torre del 1180, ricostruita nel 1400, le chiese e i palazzi antichi, i nomi stessi di certe stradine che tutti conosciamo: via Giardino, Vicolo dei Fiori, Orto Chiuso, via Bellosguardo, via Antico Monastero, via Spalto, via Moronero. «via Bellosguardo» qui non è il belvedere famoso, come qualcuno potrebbe pensare, ma un vicoletto dal quale si può dare uno sguardo, un bello sguardo per l’appunto, a una parte del grande panorama che si contempla dal belvedere famoso.

Parlando dei nomi delle vie di Lu, dobbiamo salutare con soddisfazione l’iniziativa di chi ha suggerito di spostare Cavour (nientepopodimeno) per far posto a un personaggio nostro luese, il cardinale Marcantonio Bobba, vissuto nel secolo XVI.

La nostra generazione è stata testimone di profondi mutamenti avvenuti anche nel nostro paese in tutto il modo di vivere: vitto, abitazione, svaghi, abbigliamento, educazione, metodi di lavoro, comunicazioni, trasporti.

Cinquant’anni fa, per esempio, le poche stanze che, generalmente parlando, costituivano l’abitazione di una famiglia per lo più numerosa erano disadorne, umide, senza comodità, povere di mobilio, invase dalla polvere che scendeva dal soffitto sconnesso, saliva dal pavimento di mattonelle rotte, usciva dalle pareti scalcinate. L’aria di casa era costantemente impregnata di odori: del soffritto di cipolla, di cavoli, di fumo, di letame del cortile. Di tanto in tanto, il profumo del pane appena sfornato faceva sentire specialmente a noi ragazzi quella che allora si chiamava ed era la «gioia del focolare domestico».

Oggi è tutta un’altra cosa, ma il cambiamento ha posto altri problemi, quello per esempio di imparare a servirsi di certe forme di benessere, come la moto, l’automobile, la radio, la televisione, il giradischi ecc., in modo di divertire se stessi senza dare fastidio agli altri.

Anche i figli dei contadini oggi frequentano la scuola obbligatoria elementare e media inferiore; molti proseguono gli studi al liceo, alla scuola professionale, all’università. Ai miei tempi, quando solo la scuola elementare era obbligatoria, pochi arrivavano fino alla quarta. Si noti poi che nella prima classe eravamo 70 alunni, la qual cosa significa che la maestra perdeva metà del tempo e parte della sua salute solo per mantenere la disciplina. Non credo che oggi l’insieme degli alunni delle cinque classi elementari di Lu superi il centinaio.

Un tempo nella maggioranza delle case non c’era nulla che favorisse l’istruzione; non un libro oltre ai pochi rigorosamente scolastici, non un quadro, non un giornale; né la radio né la televisione. Appena tornati da scuola, i ragazzi non avevano il tempo di mettere giù la borsa dei libri e ingoiare un piatto di minestra che già dovevano portare il desinare a qualcuno in campagna, andare a raccogliere le foglie di gelso per i bachi da seta, correre a fare le commissioni per conto di chi poi dava qualcosa in moneta o in natura. Oggi la vita dei ragazzi si svolge su un piano tutto diverso, più dignitoso, più sano, più civile. Oggi la curiosità e l’interesse dei ragazzi vanno già oltre lo sbarco sulla luna e l’aggancio delle astronavi nello spazio. Il che è tutto dire.

La moglie del contadino una volta era nel medesimo tempo donna di casa e contadina, bracciante della terra e bracciante della casa perché, quando eravamo noi ragazzi, erano rarissimi in paese i bagni e i termosifoni e non esistevano le lavatrici automatiche e gli elettrodomestici. Se durante i lavori di casa la donna si fermava qualche minuto seduta su uno scanno o sulla punta di una sedia o sul gradino della porta, era per dar “tedia” alla vicina, pelare qualcosa, vestire un bambino, dare i soliti punti a vecchi pantaloni frusti. Nessuna distrazione per la donna che non fosse quella di andare al mercato una volta alla settimana; nessun passo fuori casa se non per recarsi in campagna o in chiesa la mattina presto; nessun passo fuori paese se non per fare una volta all’anno il pellegrinaggio a Crea, talvolta a piedi. Quanto sia cambiata oggi la vita della moglie del contadino, cambiata in meglio più di quanto non appaia all’esterno, è dimostrato anche dal fatto che se si raccontano queste cose alle giovani generazioni esse stentano a credere.      

MONS. MARIO CAGNA