Al païs d'Lü, n. 2 (1987), p. 3

 

 

 

 

Campà e Camparot

Robi d’na vota

 

La maggior  parte dei Luesi, dai cinquant’anni in giù, a là mai vist in Camparot e forsa an n’ha mai santì parlà. Eppure questo trabiccolo aereo, vera specola rudimentale e un po’ buffa, è stata una creazione dalle caratteristiche più spiccate – unica nella nostra zona  – che spuntava e si presentava come uno strano fiore stagionale irto e spigoloso sui cocuzzoli delle nostre più belle colline, all’approssimarsi della vendemmia.

Al Camparot” è una delle “Istituzioni”, ora perdute, che la nostra tradizione agricola ci ha conservato fino verso il 1940 e che aveva sicure antiche radici nella vita e nelle usanze del nostro paese e probabilmente anche in tutto l’ambiente agricolo della nostra zona.

Al Camparot” si presenta alla nostra memoria di ultimi testimoni di questa ingenua e audace costruzione rusticana con la inconfondibile sagoma “d’in cabanot trac an tl’ aiar, ans tre piantaroli chi spuntavu an mes a na preus” sempre in alto e ben in vista.

Quanta nostalgia desta questo ricordo nell’animo di chi ha vissuto queste esperienze ed ha ancora negli occhi e nel cuore questa immagine speciosa, vera nota solistica nel folclore monferrino e questa trovata strapaesana e poetica che risulta un “unicum” e una “esclusiva” del nostro paese. Come struttura “al camparot” era costituito da tre “piantaroli” convergenti verso l’alto, e portava – alla quota di cinque o sei metri da terra – una capannuccia poggiata su tre traversine – al furseli –, che collegavano le tre “piantaroli” e formavano un ripiano triangolare coperto da un robusto strato di canne, destinato ad accogliere e sostenere un giovane aiutante o apprendista camparo che vigilava dall’alto le vigne e lanciava grida e richiami.

A circa un metro più su, altro collegamento delle piantarole con altre tre traversine pure coperte di canne, che formavano una copertura in leggera pendenza verso l’angolo posteriore. Tamponamenti laterali di canne chiudevano i due lati, lasciando due finestrelle per la visuale, mentre il lato frontale era abitualmente libero ma a volte era per metà chiuso e per metà aperto, in modo da permettere l’accesso all’abitacolo, attraverso “ai scravé” cioè “al furseli” fissate alle piantaroli frontali con legatura di tralci di salici, “al tortii” così da formare una scala rudimentale per salire sul “Camparot”.

Ai piedi del “Camparot”, o nelle immediate vicinanze, “al Campà al fava la so cabana” ove si diceva che passasse la notte, ma in realtà pochi rispettavano questa tradizione e “la cabana” era già allora più un simbolo che una dimora sia pur provvisoria, ridotta com’era a due spesse cortine di canne in pendenza che si univano al vertice, con chiusura triangolare poste­riore e ingresso triangolare anteriore. Serviva per il Cam­paro per rifugiarsi in caso di temporale e per le soste meri­diane quando consumava il magro pasto inviato da casa.

Il Camparo si aggirava di giorno e anche di notte per i viottoli, “al cabii”, i sentieri, per sorvegliare i prodotti pen­denti, mentre il ragazzetto apprendista sostava a lungo sul “camparot” con le gambe penzoloni sul davanti o ran­nicchiato all'interno e dall'al­to del suo osservatorio lancia­va a gran voce i suoi richiami e i suoi rimbrotti a veri o pre­sunti ladruncoli di stagione, con espressioni vivaci e fiori­te in prosa e in rima che ri­suonano ancora nelle nostre orecchie e con l'intercalare “O da lì travers, oh ip oooh,... Se ca la fa ant’al prusà cula strisô, starplà i faseu, rancà i cisi e raflà i arbiô!”.

A quei tempi “al Camparii” non avevano più confini preci­si e fissi e i “Campà” se le dividevano di comune accordo, perché non ayevano più quali­fiche ufficiali: erano gli eredi di una tradizione che teneva­no in vita di loro iniziativa ed erano i membri di alcune fa­miglie che seguivano l'esem­pio degli antenati.

Gli ultimi campioni di questi romantici campari so­no ancora scolpiti e vivi nel nostro ricordo: — al Pilot d'Parò Campà e la Vipera Rimiggiu Campà a San Barnardal Fumà (pari e fieu) campà a Murlantë — al Più d'Manara Campà al bric dal Cravaal Murisiu d'Tecla an Compuri — Furtinà an Và u Sanola an Preliu Cesarô d'Cagna a Milifiur — u Ci­chë d'Mestrantoni an Vaslasca e an Betlem.

Tutte figure di spicco nel lo­ro tempo e nel loro ambiente con doti e difetti personali che li caratterizzavano in modo inconfondibile e con aspetti fi­sionomici e comportamenti umorali così diversi e così ti­pici della categoria, che face­vano di ciascuno di loro un campione di professionalità “Campara ” e di umanità paesana.

Il periodo di maggior impegno per i nostri Campari era la vendemmia e allora seguivano con occhio vigile i lavori e non mancavano di fare la visita d’obbligo “ai particular che cun i so strop d’vandimieri as favu senti da ‘n bric a lat e as davu bota e risposta”, perché a quei tempi si usava ancora intonare le vecchie canzoni popolari e far echeggiare cori poderosi in una gara a chi aveva più fiato.

Quando arrivava il Camparo era accolto festosamente “e sa l’era ans l’ônda anche al Campà ai dava in brass ansima a lur, vandimieri e basulô, stonda a l’erta per nent andà feura d’carsà”, poi il padrone gli strizzava l’occhio e con un gesto eloquente lo invitava a berne un sorso “dal barlêt” che gli porgeva ed era uno spettacolo vedere un au­torevole rappresentante della onorata Categoria dei Cam­pari “cul mur ansù e cul barlêt ant l’aiar, vujà an t’la bu­ca larga cme na trameusa e glù, glù, glù, a gran gulà, sü na cimpada da gavà al fià... aisì, tont per bagnasi 'I bec”...

Sembra di vederli ancora, ciascuno ritto al fianco del suo Camparot o fermo su un crocicchio importante della propria Camparla, “cun u saché malfrugià ans na spala, cu sghiava e u strisava an feura” tutti bene appoggiati al proverbiale “Barot”, inse­gne simbolo del potere cam­pestre, contemplare dall'alto la loro Camparia, gli occhi scrutatori fissi sui punti debo­li del loro dominio, quando sul far della sera, all'imbrunire le forme si confondono e la sa­goma furtiva di un “predato­re” di uve scelte e di pesche prelibate sbuca “da n'tna li­sta” e sguscia tra i filari ove con destrezza e rapidità riem­pie la “carnarola” e le mani­che della giacca con quello che da tempo aveva adoc­chiato e scelto come sua pre­da.

Un bel tipo di quei tempi che sapeva sfruttare le occa­sioni stagionali arrivava a ca­sa sempre a notte fatta, con la schiena ricurva e rigonfia, e con due salamotti che pende­vano dalle spalle come braccia inerti, “strisonda i pè e sbanfionda, in poc per l'asma e in poc per la caria”. A l'era in pianareu” nulla tenente in­sediatosi da tempo tra noi, ma mentre “i particular ai davu ancura andrenta a yandimia” lui aveva tanto spirito e disinvoltura da invitare i suoi vicini — al Miru e l’Andreia, s'aiavu sei — ad assag­giare, diceva “al vé dal me vaslot” e alla domanda da dove venisse quel prodotto così precoce e ancora asprigno ri­spondeva con un guizzo furbe­sco negli occhi: “a l’è vé d'sachè”...

Il Camparo dall'alto della sua posizione strategica scru­tava le brume della sera e so­gnava frotte di ladruncoli in fuga, mentre dal lontano “Camparot” giungevano mo­dulate e smorzate le ultime minacce e poi le giocose im­provvisazioni del garrulo ra­gazzotto — famoso a quei tempi “al Pipé al Furnà” che si atteggiava già a Camparo in erba ed è stato poi l'ultimo della gloriosa dinastia — e fa­ceva roteare con sussiego “u so bastô d'bargnetta, bel dricc, lustrá, e tut gruplà che faceva gola a noi ragazzini e specialmente ai pochi che la­sciava salire sul Camparot.

Era la voce più squillante e spiritosa che da Morlantino dominava il suo vasto territorio, “da la caségna dal Boba a la val d'la Braja da Narej a la Crus, fina a la Milla e a Muntout”.

Dopo una giornata faticosa di su e giù per il “Camparot”, come burlesca di tanto inutile vociare attaccava una rusticana bordata di sberleffi, calcati e sibilanti su rime irridenti e mordaci: “oh da lì bas... magè l’üua e lasè sta i caras... oh da lì travers ampì al cavagni che al padrô l’è uers! e qualche maligno sussurra di avere anche sentito, a voce rauca e sforzata: oh da lì travers… oh ip… ampì la brenta che al Campà s’è pers! oh...

... figure, voci, echi di vita passata, che rivivono nella memoria di pochi superstiti, risvegliano nostalgia e rimpianti e si stanno perdendo nell’oblio e nel silenzio del tempo che fu.

Angelo Verri