Al païs d', n. 9 (1998), p. 4

 

 

 

 

Carte di paese. Un abbraccio alla vita

 

Sciogliendosi lo spago che stringe un mazzo di carte notarili del Cinquecento, un filo di polvere si leva dalla filza.

Carte di paese, storia minima. Quattrocento anni fa un notaio le archiviò, solo qualche ragnetto le attraversò nei secoli.

La filza viene aperta, il primo foglio esce dall'ombra, la luce di una fotocopiatrice lo abbaglia.

La scrittura è come un filo di nebbia, ma qua e là, dove l'inchiostro di una lettera si è fuso con una stilla di umido, si sono formati piccoli "crateri di luna". Sfioro quel foglio con le dita, così sottile, così toccabile, così corruttibile.

Mi chino sulle pendule lettere, scritte sotto un cielo di cinque secoli fa. Oggi il loro cielo è una pupilla.

Inizia il viaggio tra le scritture dei notai. Atti di dote e testamenti, compravendite e permute, liti e riconciliazioni, inventari e delibere consiliari. Ciò che cerco non è la tavola di smeraldo né lo specchio magico. Altro spago si scioglie, ancora un filo di polvere si leva dalle filze, nuove carte entrano nella luce di una fotocopiatrice. Ciò che cerco non è una pietra né una stella; solo una misera entrata, la vena sottile che porti ad un paese di cinque secoli fa.

E' giorno: la mole dei palazzi, trapezi di cielo azzurro, un altro incrocio, un'altra via. La sera, di nuovo sugli atti dei notai. Al sangue basta un battito per raggiungere i lontani capillari; l'amore e gli occhi, il sapere e le notti forse non soffieranno la vita in questi fiori di carta.                            

Nel settimo secolo dell'Egira, nel sobborgo di Bulaq, trascrissi con lenta calligrafia in un idioma che ho dimenticato, in un alfabeto che ignoro, i sette viaggi di Sindbad e la Storia della Città di Rame" (J. L. Borges, L'immortale).

Da quando lo spago di una filza si è sciolto e un filo di polvere si è levato e dall'ombra è uscita la prima carta, da allora cerco la mia Città di Rame, un paese del primo Cinquecento abbarbicato sulla collina, con la torre, il castello, le chiese di Santa Maria e di San Giacomo e di San Nazario.

In questi mesi altre filze sono state aperte, molto pulviscolo si è levato, nuove scritture di notai sono entrate nella luce di una fotocopiatrice, gioie e sconforti ho provato, "la via è difficile, rari i sentieri... vi si incontrano durezze e fatiche, misteri e meraviglie" (dalle Mille e una Notte).

Ma il tempo è un anello di prodigi. Le carte notarili del Quattrocento e Cinquecento, i fiori spenti da cinque secoli, liberano ora migliaia di spore, seminando su ogni fazzoletto di terra il nome e la storia che a quello appartengono. Quella vigna laggiù fu dote promessa di una sposa nell'anno 1485; il campo vicino fu pane di tre ragazzi affamati nell'anno di carestia 1495. Su quel poggio lassù c'era nell'estate 1525 una capanna di paglia e nella capanna una giovane donna colpita da peste e nel grembo della donna una vita che stava per nascere.

Cercheremo dove l'appestato vide per l'ultima volta i suoi campi, dove il profugo diede il primo colpo di zappa alla nuova terra. Il dolore, la speranza, le grida, i singhiozzi, le risa, la voglia di ricominciare; i mille fili e nodi che si svolsero e si riavvolsero sul fazzoletto di terra che ora chiami tuo.

Molti nomi di campi, vigne e contrade di un paese del primo Cinquecento, quali appaiono negli atti dei notai, sono ancora sulle tue labbra; hanno varcato, come grani di una clessidra, le strettoie dei secoli; hanno corso sul filo delle generazioni, innumerevoli destini essendosi annodati e snodati attorno a !oro.

Per questo il nome di un luogo è una cosa concava, piccola e insieme immensa come una conchiglia: contiene il mare, la vita.

Scoprire i nomi con cui gli antichi notai indicavano campi, vigne e contrade, soffiare in essi la vita di più generazioni attraverso una rigorosa ricerca storica e così affidarli alle generazioni che verranno... Questa è la ricerca d'archivio per gli spaesati di fine millennio, per noi che siamo vissuti in un vuoto più vuoto del vuoto. Una freccia scoccata verso l’alto, un abbraccio alla vita.

Gianfranco Ribaldone

 

 

Gli episodi di storia luese a cui ho fatto cenno sono stati singolarmente e più ampiamente trattati in precedenti miei studi pubblicati sulle colonne de "Al Païs d’”. I riferimenti sono i seguenti:

Quella vigna laggiù fu dote promessa di una sposa nell’anno 1485…” (cfr. “Una dote per Giacomina”, Al Païs d’, giugno 1997);

Il campo vicino fu pane di tre ragazzi affamati nell'anno di carestia 1495…” (cfr. “Tre ragazzi e il sole di febbraio”, Al Païs d’, ottobre 1997);

Su quel poggio lassù c'era nell'estate 1525 una capanna di paglia e nella capanna una giovane donna…” (cfr. “Tre donne, tre storie”, Al Païs d’, luglio 1998);

Dove il profugo diede il primo colpo di zappa alla nuova terra…” (cfr. “Massaro, ti affido la mia terra”, Al Païs d’, dicembre 1997).

 

Nell'Archivio di Stato di Alessandria sono custoditi circa 100 mila atti notarili luesi (anni 1483-1884)