Monferrato Arte e Storia, n. 10 (1998), pp. 49-59

 

 

 

 

Risultati delle recenti indagini archeologiche presso la pieve di Mediliano (1997-1998)

 

La pieve di San Giovanni di Mediliano, sita nel comune di Lu, sorge lontano dal centro abitato, dove le ultime colline del Monferrato si raccordano alla pianura che giunge fino al Po verso N e verso E. L'edificio ha da tempo destato l'interesse degli studiosi per il suo inserimento nel più antico elenco delle pievi della diocesi di Vercelli, datato al X secolo1, e per la presenza ancora in elevato di due absidi affiancate di dimensioni molto simili, realizzate con materiale laterizio di reimpiego, e caratterizzate da ampie specchiature terminanti ad arco ritmate da finestre a spalle rette2. Inoltre nell'area circostante erano segnalati rinvenimenti, oltre che di materiale del periodo Eneolitico3, di manufatti di età romana imperiale riconducibili a contesti con differenti fruizioni4.

Dal 1990 il comune di Lu, divenuto in precedenza proprietario dell'immobile, ha coinvolto l'insegnamento di Archeologia Cristiana prima dell'Università di Torino, ora dell'Università del Piemonte Orientale «Amedeo Avogadro» - sede di Vercelli, per affiancare ai lavori di restauro lo studio approfondito dell'edificio e del territorio circostante, condotto attraverso ricognizioni e raccolte di materiale affiorante nei campi, l'avvio dell'analisi stratigrafica dei muri conservati in elevato, e tre successive campagne di scavo all'interno del San Giovanni tra 1992 e 19945.

Dopo alcuni anni in cui non è stato possibile proseguire i lavori per mancanza di finanziamenti, nel 1997 l'Amministrazione comunale ha deciso di ridare vigore sia alle indagini conoscitive sia alle opere di recupero dell'antica pieve, ottenendo per queste ultime un ulteriore contributo della Regione Piemonte. Così nella primavera-estate 1998 si sono completati, senza attingere alle risorse stanziate dal comune, il rilievo dei perimetrali e l'interpretazione delle diverse fasi edilizie, ancora in corso di elaborazione, mentre tra settembre ed ottobre dell'anno precedente ha avuto luogo la quarta campagna di scavo a Mediliano6. Ad oggi (settembre '98) si stanno terminando gli interventi di restauro e valorizzazione delle absidi, del muro meridionale e della facciata concordati con la Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte, e si sta avviando il parziale riempimento di alcuni settori di scavo giunti a quote piuttosto profonde.

Le ultime indagini archeologiche, dirette, come le precedenti, dalla prof.ssa G. Cantino Wataghin, sono state coordinate sul campo da chi scrive coadiuvato dal dott. Paolo Lampugnani della Società Lombarda di Archeologia, con l'aiuto di alcuni colleghi e la partecipazione di studenti delle Università di Torino e di Genova7. In accordo con le competenti Soprintendenze si è deciso, pur ampliando i settori indagati, di non intervenire su tutta l'area della chiesa, ma di considerare comunque questa campagna di scavo come quella conclusiva: problemi di statica e di risorse hanno infatti consigliato di concentrare i lavori futuri sul consolidamento e sul pieno recupero della pieve.

Scopo principale degli scavi 1997 era verificare alcune ipotesi avanzate sulla base dei risultati raggiunti nel corso delle precedenti indagini: quindi si è ampliato verso N il saggio aperto nell'area presbiteriale, senza però interessare tutto il settore settentrionale che è stato parzialmente risparmiato; si sono operati limitati approfondimenti nella parte meridionale, comprendenti anche un nuovo saggio all'esterno a ridosso della parete; si è intervenuti nell'angolo NW, dentro e fuori l'edificio; infine ha avuto luogo una verifica presso l'abside settentrionale. Anche questa campagna quindi presenta i limiti che hanno caratterizzato gli scavi della pieve di Mediliano dall'origine: infatti la necessità di intervenire per saggi al fine di controllare lo stato fondale dei perimetrali e di fornire primi elementi conoscitivi preliminari al restauro, oltre alle limitate disponibilità finanziarie, non ha permesso un'indagine in estensione. La conseguente difficoltà a raccordare dati non contigui almeno in un primo momento, ha posto alcuni problemi interpretativi che si è cercato di superare proprio in occasione dei recenti lavori riconsiderando la situazione nel complesso.

In questa sede verranno riassunti i risultati raggiunti in seguito alle indagini degli anni scorsi ponendo in evidenza le novità legate all'ultima campagna di scavo8.

Innanzi tutto le ricognizioni di superficie e le raccolte intensive di materiali affioranti hanno consentito di riconoscere, oltre ad alcune presenze protostoriche, le linee fondamentali della romanizzazione del territorio tra Lu e Mirabello, organizzatasi sulla base di edifici sparsi legati allo sfruttamento delle risorse agricole oltre che ad attività artigianali-produttive, alternati a piccole zone funerarie. Tali edifici dovevano essere di diverse dimensioni e caratteristiche, poiché oltre a siti più semplici è stata individuata una probabile villa, abitata almeno dalla fine del I secolo a.C., con presenza di riscaldamento attraverso tubuli fìttili e decorazioni in marmi policromi.

L'analisi di alcune foto aeree, complementare alle ricerche sul terreno, ha poi evidenziato tracce di una maglia ortogonale che divideva l'agro in piccole parcelle: si può forse intravvedere la testimonianza di un'organizzazione territoriale regolare legata ad una delle microcenturiazioni che dovevano interessare il Piemonte in età romana9. Infine la stessa analisi ha individuato i paleoalvei del torrente Grana consentendo di ipotizzare che il corso d'acqua, in un momento non databile con precisione, avesse una portata sensibilmente superiore all'attuale. Considerando che lo stesso Grana sfocia direttamente nel Po nei pressi di Valenza, è suggestivo immaginarlo come un'importante via di comunicazione per tutta la zona, capace di favorire commerci e scambi con altre zone della Cisalpina: potrebbe essere proprio questo il percorso compiuto da merci come una lastra frammentaria in marmo veronese, poi reimpiegata nella chiesa, ed il coperchio di un sarcofago a doppio spiovente con acroteri, trovato dislocato presso la facciata della pieve, proveniente dalle Alpi orientali10.

Quest'ultimo elemento conduce verso un orizzonte tardoantico, quando la geografia insediativa, sulla base delle raccolte di superficie, risulta modificata: infatti se l'area della villa continua ad essere frequentata, con modalità che in assenza di uno scavo non è possibile precisare nei dettagli, altri siti sembrano abbandonati. La zona nel complesso non risulta però spopolata sia per i ritrovamenti appena ricordati, sia per la nascita di una nuova area funeraria nel sito dove in seguito sorgerà la pieve, che doveva servire la comunità residente nei pressi11.

Tale area sepolcrale, a cui non sembra legato, sulla base dei risultati ottenuti, alcun luogo di culto12, ha preso avvio probabilmente nel IV secolo, ed è stata utilizzata almeno fino al VII, se non fino alla fondazione della pieve senza soluzione di continuità. Era già nota in seguito alle indagini 1992-94 la presenza di alcune sepolture, tra cui una tomba alla cappuccina a sezione triangolare, con tegole a risvolto che presentano un segno impresso a forma di «gamma» disposte anche sul fondo; altre tegole formavano i lati brevi, mentre alcuni coppi erano posizionati sul colmo (T 5). La datazione, ottenuta con il metodo del C 14 applicato sui resti osteologici dell'inumato e che si pone tra 426 e 54213, è compatibile con un altro elemento già descritto altrove, e cioè l'iscrizione funeraria di Livarna: si tratta dell'unica iscrizione paleocristiana in una vasta zona del Piemonte meridionale tra Chieri e Tortona14. Infine, oltre al già ricordato coperchio di sarcofago, ora conservato al di fuori della chiesa, era già stata individuata una sepoltura (T 9) da cui probabilmente proveniva un puntale in bronzo longobardo databile al VII secolo15.

Le indagini del 1997 hanno consentito di meglio conoscere l'area sepolcrale tardoantica-altomedievale che oltre a tombe terragne orientate W-E (T 17, 18, 19, 2316) comprende una cassa in muratura di mattoni legati da malta tenace di colore grigiastro, disposta N-S (T 16). Si tratta della più antica tra quelle rinvenute, con copertura a doppio spiovente in mattoni lavorati per ottenere un incastro che consentisse una buona chiusura. All'esterno era ricoperta da malta rosata, mentre all'interno presentava pareti intonacate di bianco e fondo in cocciopesto: si pone così tra le casse di un certo impegno documentate prevalentemente tra la fine del III ed il V secolo nella nostra regione17.

La presenza di strutture funerarie non meglio precisabili associate alle tombe era stata suggerita dalle caratteristiche della lastra marmorea su cui si conserva l'iscrizione di Livarna e dalla presenza, al di sotto delle fondazioni dell'abside settentrionale, presso la sepoltura alla cappuccina T 5, di alcuni mattoni di reimpiego disposti ad angolo, legati probabilmente da argilla. L'ultima campagna di scavo ha messo in luce la parte occidentale di un edificio funerario in laterizi frammentati di reimpiego legati da una tenace malta bianca (fig. 1). Le pareti esterne, ricoperte da un intonaco bianco, non sono piane, ma presentano un andamento leggermente a coda di rondine, mentre all'interno si trova una nicchia la cui funzione deve essere precisata. Tale edificio, che può essere ricostruito con una pianta rettangolare oppure con abside quadrangolare, trova riscontri ad Aosta, Vercelli, Milano, oltre che in territorio elvetico e francese immediatamente al di là delle Alpi18.

Un'altra novità per questa fase è rappresentata dalla scoperta di un pozzetto circolare in laterizi frammentati di reimpiego legati da argilla, con mattoni disposti sul fondo (fig. 2). Per la struttura, parzialmente obliterata da distruzioni successive, chi scrive ha recentemente proposto una funzione legata ai riti del refrigerium, ormai documentati anche per l'Italia settentrionale. Tale ipotesi necessita di attente verifiche ed approfondimenti poiché, se il pozzetto è molto simile ad un apprestamento rinvenuto a Milano che sicuramente aveva questo scopo, a Mediliano sono assenti sia i materiali ceramici e vitrei, caratteristici di questi riti e molto abbondanti nell'esempio proposto, sia la sepoltura relativa. La già ricordata parziale distruzione successiva e gli interventi legati alle diverse fasi della pieve potrebbero spiegare tali assenze, ma è necessaria per ora molta cautela19.

Sul sito dove si era sviluppata l'area cimiteriale viene poi fondata la chiesa di Mediliano, menzionata, come già ricordato, nel più antico elenco delle pievi della diocesi eusebiana, riferibile alla metà circa del X secolo. Di questo edificio si conservano in elevato le due absidi affiancate, di dimensioni quasi uguali, e l'attacco orientale del perimetrale S: la muratura si presenta in corsi abbastanza regolari di laterizi frammentati di reimpiego, allettati in malta tenace piuttosto abbondante. Le absidi sono ritmate da arconi ciechi che presentano, all'interno, delle aperture a spalle rette; un sondaggio aperto l'anno scorso a ridosso dell'abside nord ha reso evidente in basso la presenza di uno zoccolo da cui partono gli arconi. Inoltre si noti che, mentre l'abside S ha quattro specchiature, quella settentrionale ne presenta solo tre, e quella posta più verso nord sembra non aver mai avuto una finestra. Tale mancanza di simmetria pare legata a motivi climatici, in un momento in cui non si dimostra particolare attenzione per certi valori architettonici.

All'interno il pavimento, parzialmente conservato, era in cocciopesto, leggermente rialzato in corrispondenza delle absidi20; in quella meridionale c'è un'impronta circolare attribuibile ad un sostegno verticale per la mensa d'altare oppure ad un reliquiario. Nell'angolo SE invece si conserva, chiaramente in fase con il pavimento, uno scarico per l'acqua santa. Le recenti indagini hanno poi chiarito che i resti della struttura poligonale posta disassata verso sud appartengono ad un fonte battesimale, leggermente ruotato rispetto all'andamento della chiesa21; inoltre si è visto che si pone al di sopra del pozzetto sopra descritto, in un rapporto che deve ancora essere definito con precisione. Sembra così confermata l'ipotesi già proposta in precedenza22 di una divisione funzionale tra le due metà della pieve, evidenziata dalla presenza delle due absidi, con la parte meridionale che sostituisce il battistero nel momento in cui non c'è più l'esigenza di costruire un edificio separato dall'aula per il culto settimanale23. Tale divisione è suggerita inoltre dal rinvenimento di un breve tratto di muretto N-S che parte dal perimetrale settentrionale e che doveva terminare a metà dell'aula oppure piegare verso l'attacco delle absidi, poiché non ve ne è traccia nella zona S.

La plebs Metiliani con queste caratteristiche venne probabilmente fondata nel IX secolo, come indicano la sequenza stratigrafica, pur in assenza di elementi di cronologia assoluta, la pianta dell'edificio, alcuni tratti decorativi delle absidi, e la sepoltura T 7 addossata alla facciata24; inoltre sembra di cogliere in età carolingia una riorganizzazione di tutta la regione ultra Padum della diocesi di Vercelli, con fulcro a Casale25.

Ad un momento successivo, anteriore all'ampliamento romanico, appartiene un muro realizzato, nella parte fondale che è l'unica conservata, con una tecnica simile a quella riscontrata nelle fondazioni carolinge: pietre e ciottoli di dimensioni medie e grandi legati da malta, gettate contro terra. Tale struttura, emersa con chiarezza nel corso delle ultime indagini, prolunga il perimetrale nord più antico per poi proseguire verso sud, dopo aver piegato ad angolo retto, al di sotto dell'attuale facciata. Gli interventi successivi, che hanno parzialmente obliterato e sostituito questo muro, impediscono di ricostruirne l'andamento nella sua interezza e di valutarne appieno le caratteristiche funzionali.

L'area di fronte alla pieve intanto continua ad essere utilizzata come zona cimiteriale: tre sepolture W-E con alveolo cefalico precedono anch'esse l'ampliamento romanico, e si possono collocare nell'ambito dell'XI secolo26. Si noti però che appartengono a due fasi differenti: infatti le due più antiche hanno un alveolo più piccolo e sono leggermente disassate rispetto all'edificio, mentre quella più recente, che si sovrappone parzialmente ad una delle altre due, ha un alveolo di dimensioni maggiori e si presenta allineata con i muri laterali.

Segue il parziale rifacimento della chiesa che assume forma più allungata con la distruzione della facciata carolingia ed il proseguimento dei perimetrali N e S. Nell'angolo NW viene costruito un campanile in facciata, secondo uno schema che trova confronti nel Novarese e nel Canton Ticino tra la fine dell'XI e l'inizio del XII secolo27, mentre il nuovo ingresso è aperto nella metà meridionale della stessa facciata. Anche all'interno si registrano significative modifiche: l'aula viene divisa in due navate e sembra mantenere alcuni tratti differenti tra le due parti della chiesa. La zona sud, dove forse è mantenuto in uso il fonte battesimale, viene dotata di una barriera di coro nell'area presbiteriale, mentre lungo il muro laterale corre un probabile bancone sedile, che termina all'altezza della facciata carolingia; a nord invece quattro basi in pietra emerse solo nell'ultima campagna di scavo fanno pensare ad un ambone per la predicazione.

Per l'ampliamento occidentale viene ancora utilizzato materiale laterizio interamente di spoglio, anche se i corsi sono disposti con cura, con tratti a spina pesce regolare, e stilature evidenti sulla malta che risulta essere piuttosto tenace; la ripresa della produzione di mattoni è testimoniata invece nel parziale rifacimento di una finestra dell'abside meridionale dove vengono alternati con blocchetti di arenaria giallastra, di provenienza locale, proponendo l'elegante gioco cromatico ampiamente diffuso e ben conosciuto nel Monferrato nel pieno XII secolo ed in quello successivo28.

Anche a Mediliano, come attestato in altri casi, ci si trova di fronte ad interventi continui, seppure di diversa entità: alcuni si caratterizzano come importanti rifacimenti, altri come lavori limitati, ma tutti insieme testimoniano una costante attenzione verso l'edificio. Analoga attenzione si trova anche nei periodi successivi, quando l'antica pieve perde il prestigio delle fasi iniziali e si trasforma in una semplice chiesa di campagna. Infatti nel 1479 una bolla di papa Sisto IV decreta il trasferimento della canonica e di tutti i diritti del San Giovanni presso l'erigenda chiesa di Santa Maria Nuova posta nel centro dell'abitato collinare di Lu29. La pieve è oggetto ancora di numerosi interventi, sia nel XV-XVI secolo, sia successivamente, quando viene quasi completamente riedificata, forse in seguito ad un periodo di scarsa frequentazione come si intuisce dalle prime visite pastorali. Una nuova decorazione neogotica, ancora ampiamente documentata, ed alcuni interventi secondari caratterizzano l'ultima fase di utilizzo congruo, prima del suo abbandono avvenuto dopo la Seconda Guerra Mondiale e dei successivi usi impropri fino ai recenti interventi del Comune30.

Vorrei a margine proporre alcune riflessioni sul futuro dell'edificio e sulle emergenze archeologiche rinvenute nel corso delle campagne di scavo: si deve infatti mettere a punto l'ultima fase del restauro della chiesa che, al di là degli interventi necessari per il consolidamento delle strutture, delle scelte riguardanti gli intonaci e della sistemazione di nuovi infissi, non può prescindere dall'individuazione della destinazione d'uso dell'edificio. Considerato che difficilmente verrà riconsacrata al culto per la sua posizione lontana dall'abitato attuale e per la presenza in Lu di numerose chiese, in parte chiuse perché eccedenti rispetto alle necessità del paese, si aprono due possibilità, come emerso durante i sopralluoghi effettuati con le Soprintendenze competenti. Da un lato si possono prevedere l'interro dei resti archeologici ed il ripristino della pavimentazione su cui potrebbero eventualmente essere indicate le strutture principali in modo da suggerire, ad esempio, le dimensioni della pieve carolingia o la posizione dell'edificio funerario tardoantico: in questo caso la chiesa resterebbe un contenitore vuoto da «riempire» trasformandola o in piccolo museo del territorio, qualora vi sia il rispetto delle normative vigenti per la tutela e la sicurezza, o in sede di iniziative di altro tipo da individuare con cura, temporanee o permanenti, meglio se riguardanti le vicende di Lu e della zona tra Casale e Alessandria. Dall'altro si può realizzare un'area archeologica attrezzata con passerelle adeguate e pannelli dove esporre i momenti principali della pieve e del territorio circostante, arricchiti da immagini ed elaborazioni grafiche per aiutare i visitatori nella ricostruzione delle realtà scomparse almeno in elevato.

In entrambi i casi Mediliano potrebbe diventare un punto di riferimento culturale importante non solo per Lu ma per tutta l'area, sia per gli studenti delle scuole di ogni grado sia per i cittadini della Provincia e della Regione che in alcune circostanze hanno già dimostrato di voler visitare e conoscere la pieve. Inoltre a Lu si è costituito un gruppo particolarmente attento a questi problemi, che si sta adoperando per la valorizzazione delle ricchezze del paese e per la realizzazione di un museo del territorio che potrebbe anche affiancare l'eventuale area archeologica. Qualunque decisione venga presa si può trasformare in un'occasione importante per sfidare vecchie paure e pigrizie radicate: spero che non sia sprecata.

Paolo Demeglio

 

 

1 Cfr. ferraris 1938, pp. 92-93; il problema è stato riconsiderato in banfo 1995, con tutta la bibliografia relativa, che costituisce un punto di riferimento fondamentale per il sito in oggetto.

2 In magni 1969 è stata proposta una loro datazione nell'ambito del X secolo.

3 venturino gambari 1986.

4 Si tratta di un ripostiglio con monete della seconda metà del III secolo (belgrano 1866, pp. LXXXVI-LXXXVII; antico gallina 1986, pp. 136-137), di un dolio connesso con una sepoltura ad incinerazione da cui provengono due monete di età augustea, e di materiale laterizio e ceramico affiorante presso un pioppeto vicino al torrente Grana (Di ricaldone 1982, figg. 2-3 e p. 24). A queste notizie edite si devono aggiungere alcuni suggerimenti orali del dott. Oberti, geologo della Regione Piemonte, che hanno puntualmente trovato conferma, ed altri raccolti sul posto riguardanti rinvenimenti di tombe almeno in parte con copertura in tegole vicino alla pieve; ulteriori segnalazioni tra Lu e Mirabello gentilmente fornitemi dai proff. Porta e Angelino, che ringrazio vivamente per questo e per molti altri aiuti, saranno oggetto di una verifica nei prossimi mesi.

5 Una sintesi dei risultati si trova in demeglio 1997 con bibliografia precedente.

6 Desidero qui ringraziare il cav. M. Trisoglio, sindaco di Lu, per l'attenzione e la sensibilità dimostrate in più occasioni; Gabriella Trisoglio e l'azienda agrituristica «La Pomera» di Vignale per la gentilezza e la costante disponibilità a fornirci un'ottima base di appoggio; Mauro Bisoglio e tutti i Luesi che ci hanno sostenuto ed hanno accolto con simpatia il nostro lavoro nelle loro suggestive terre.

7 Per le feconde discussioni e per gli utili consigli vorrei ricordare con gratitudine Beppe Banfo, Eleonora Destefanis, Sofia Ugge, Roberta Casagrande e Tiziana Tagliazucchi. Per lo scavo è stata ottenuta con­cessione da parte del Ministero dei Beni Culturali e Ambientali con nota del 1.8.1997, prot. n. 6928/IVF9.

8 Alla sintesi contenuta in demeglio 1997, già ricordata, si devono aggiungere gli aggiornamenti proposti in occasione del convegno «Antropologia del medioevo. Biologia e cultura» (Alba, 15-16 maggio 1998), in corso di stampa, e dell'«VIII Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana» (Genova et alibi, 21-25 settembre 1998).

9 Cfr. cresci marrone 1987, p. 20; questo e molti altri problemi che riguardano la romanizzazione dell'Alessandrino, del Piemonte e dell'Italia settentrionale sono ora trattati rispettivamente in banzi 1993, Archeologia in Piemonte I 1998, Tesori della Postumia 1998 e Optima via 1998.

10 Lo studio delle foto aeree è a cura del prof. P. Baggio dell'Università di Padova; le analisi petrografìche sono state eseguite dal dott. R. Gabella dell'Università di Genova, in seguito ad alcune osservazioni preliminari autoptiche del già ricordato dott. R. Oberti.

11 Si può pensare ad una concentrazione della popolazione nell'area della villa, con il conseguente frazionamento delle strutture; oppure al persistere di una rete di insediamenti sparsi con modalità differenti, non riscontrata con le ricognizioni e le foto aeree per l'ampio utilizzo di materiali deperibili nelle costruzioni e di oggetti in legno per l'uso domestico (sui mutamenti avvenuti in tarda età imperiale in ambito rurale nell'Italia settentrionale si veda La fine delle ville 1996). Si vuole qui aggiungere che recentemente sono state notate, non lontano dalla chiesa, tracce circolari non viste in precedenza: un primo sopralluogo, a cura dei colleghi G. Banfo e T. Tagliazucchi, non ha individuato materiali affioranti. Anche questo campo sarà oggetto di ulteriori verifiche.

12 Così invece è documentato, almeno dal VI secolo, in molti siti anche d'oltralpe (Svizzera e Francia): il problema è complesso e variegato, per cui una trattazione dettagliata verrà sviluppata in altra sede.

13 Le analisi sono state condotte nel «Centre de Recherches Geodynamique» di Thonon-les-Bains (Francia), a cura del prof. P. Olive.

14 demeglio, mennella 1995.

15 demeglio 1997, p. 276; alcuni approfondimenti sono ora in corso di stampa negli atti del già citato convegno di Alba del maggio 1998.

16 T 23 conserva parte di un corredo con oggetti in metallo in corso di studio. n crosetto 1998, p. 225.

17 CROSETTO 1998, p. 225.

18 La documentazione disponibile riporta strutture che nella maggior parte dei casi presentano dimensioni maggiori di quella rinvenuta a Mediliano, ma non mancano, come nei recenti scavi della vasta necropoli presso l'Università Cattolica di Milano, edifici piuttosto piccoli (sannazzaro et alii 1997; per gli altri siti si rimanda ad ulteriori approfondimenti).

19 L'ipotesi è stata proposta all’«VIII Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana» (Genova et alibi, settembre 1998); per alcune riflessioni successive sono grato alle prof.se L. Pani Ermini e S. Lusuardi Siena, oltre che alle dott.se L. Pejrani Baricco ed E. Micheletto. Per i particolari si rimanda al testo che si troverà negli atti del congresso.

20 La differenza è di circa 7 cm, ed è realizzata con mattoni romani di reimpiego; tale scelta è documentata ad esempio anche nel presbiterio del duomo di Brugnato (SP), nella fase altomedievale, come è stato possibile osservare in occasione della visita organizzata per il recente Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana.

21 Tale apparente anomalia trova riscontri in analoghe situazioni coeve come nel fonte della chiesa di San Giovanni in Montorfano a Mergozzo (VB) - seconda fase (pejrani baricco 1990).

22 demeglio 1997, p. 277.

23 Osservazioni analoghe per alcuni aspetti erano state avanzate per la pieve di Santa Maria di Talcini in Corsica, un edificio biabsidato per cui si è proposta una convincente datazione ad età romanica (pergola 1979 e 1980).

24 Per la sepoltura si veda demeglio in s.

25 Per alcuni spunti cfr. settia 1983; su questi temi sono stati avviati un confronto ed un riesame complessivo con il collega Giuseppe Banfo.

26 crosetto 1998.

27 Novara e la sua terra 1980; donati et alii 1978; donati et alii 1980.

28 Le chiese romaniche 1984.

29 Di ricaldone 1982, pp. 28-30.

30 Le visite pastorali sono conservate presso l'Archivio Vescovile di Casale Monferrato; la loro trascrizione, che è stata possibile grazie alla cortese disponibilità dei responsabili, ed i particolari relativi a questi problemi si trovano in demeglio 1991-1994, in attesa di una revisione e di una pubblicazione completa.

 

(fig. 1)

Lu (AL), pieve di San Giovanni di Mediliano. Area VI.

Struttura funeraria tardoantica

 

 

(fig. 2)

Pozzetto tardoantico e resti del fonte battesimale carolingio