La vita di Eugenio Mazzoglio raccontata dal pronipote Peter John

 

Eugenio Mazzoglio nacque il 6 luglio 1903 da Pietro e Emilia Mazzucco a Lu, il villaggio del Monferrato caro alla Chiesa Cattolica e in particolare alla Famiglia Salesiana per il primato di vocazioni che da più di un secolo lo contraddistingue. Qui ebbero i natali anche suor Angela Vallese, la prima figlia di Maria Ausiliatrice in Sud America; don Filippo Rinaldi, rettore maggiore dei Salesiani dal 1922 al 1931; don Pietro Rota, ispettore salesiano in Brasile, e tanti altri figli di Don Bosco, che lo hanno seguito nella sua opera apostolica fra la gioventù.

Quinto di dieci figli, Eugenio militò giovanissimo nell’Azione Cattolica e, nel 1922, non ancora diciannovenne, prese parte insieme a numerosi giovani volenterosi a una delle spedizioni in Argentina organizzate da don Luigi Pedemonte, verso Fortin Mercedes sul rio Colorado, a 750 chilometri a sud di Buenos Aires; lì si trovava la prima e la più lontana missione in Patagonia, nel cui centro salesiano Eugenio intendeva frequentare i corsi di filosofia e la scuola normale.

A Torino completò la sua formazione teologica nell’Istituto Internazionale Don Bosco, poi ricevette l’ordinazione sacerdotale dalle mani del cardinale Maurilio Fossati nel 1934.

Tornato in Argentina l’anno seguente, gli fu affidata la comunità di Stroeder, un paesino a circa settanta chilometri a sud di Fortin Mercedes, nell’arida Pampa, bruciato dal sole d’estate, spazzato continuamente dal vento polveroso, gelido d’inverno e privo di qualsiasi comodità e mezzo di comunicazione. Qui lo aspettavano 20 anni di missione indefessa e solitaria.

I popolani erano quasi tutti immigrati italiani e spagnoli o loro discendenti; lavoravano la terra e accudivano il bestiame. La parrocchia, dedicata al Sacro Cuore di Gesù, insieme al collegio Cardinal Cagliero, diretto da don Antonio Consonni, erano gli unici punti di riferimento per questi campesinos nel loro duro lavoro monotono in una natura altrettanto dura e monotona. Erano tempi difficili anche per la guerra che infuriava nel resto del mondo.

Nel 1954 i conflitti sociali in Argentina degenerarono al punto che Juan Domingo Perón, presidente della Repubblica, ordinò la soppressione dell’insegnamento religioso nelle scuole; molti sacerdoti vennero rinchiusi nelle stazioni di polizia. La stessa sorte toccò a don Eugenio. Nel paesino di Stroeder l’allarme alla popolazione fu dato dai suoi stessi allievi; le madri si presero cura dei bambini nel collegio e, saputo dove erano tenuti prigionieri i salesiani, si recarono a portare loro cibo e coperte. Lo sdegno e la pressione popolare nei confronti di tale ingiustizia si risolse con la liberazione dei carcerati, ma le difficoltà rimasero fino alla caduta di Perón l’anno successivo, quando finalmente don Eugenio poté fare ritorno al paese natale per alcuni mesi per rivedere la madre, i fratelli e le persone e i luoghi a lui cari.

 

I nomadi di Dio

Superate queste prove, un antico sogno di don Eugenio cominciò a realizzarsi: essere un missionario in prima linea, raggiungere le chacras (casolari) e le estancias (fattorie) più sperdute per portare la parola del Signore. In occasione del censimento parrocchiale del 1956, don Eugenio iniziò questa sua peregrinazione; con un carro trainato da due cavalli percorse centinaia di chilometri e, oltre alla registrazione dei dati anagrafici, confessò, battezzò, unì in matrimonio e benedisse le case di parrocchiani che, per le grandi distanze, non aveva mai incontrato.

In un paese chiamato Padre Alessandro Stefanelli, dal nome del missionario salesiano che avviò le opere di irrigazione in Patagonia, don Eugenio incontrò l’ispettore salesiano don Italo Martin, che accolse con piacere la sua richiesta di far parte della Mision Don Bosco di don Enrico Olivares, la missione itinerante che raggiungeva le zone più sperdute e selvagge della Pampa.

Don Olivares, l’ideatore de “La Mision Don Bosco en la Patagonia y Oeste Pampeano”, nacque a Milano il 4 marzo 1909. Fu allievo dell’Istituto salesiano Sant’Agostino e missionario in Argentina già in giovanissima età. Questa peculiare missione, definita il “Circo di Dio”, caratterizzò negli anni ’50 e ’60 la rete capillare dell’attività apostolica dei salesiani in Argentina, dove l’enorme estensione di territorio, costellato di numerose piccole comunità di agricoltori e pastori di origine india o immigrati dai Paesi europei, pose seri problemi ai sacerdoti a cui era stata affidata la cura delle loro anime. I centri abitati, composti talvolta di pochi nuclei famigliari, distavano tra loro decine, se non centinaia di chilometri e il territorio, costituito dall’arida Pampa e dai rilievi pre-andini, privo di strade asfaltate, creava notevoli difficoltà a chi dovesse mettersi in viaggio.

I parroci dei centri maggiori riuscivano appena ad accudire i fedeli del posto, ma le parrocchie, a volte vaste come un’intera regione italiana, includevano aree mai visitate. L'annuncio del Vangelo era dunque affidato a sacerdoti itineranti.

Don Olivares accettò di buon grado questo arduo, ma entusiasmante impegno. Le province interessate erano quelle di La Pampa, Neuquen, Rio Negro e la parte meridionale della provincia di Buenos Aires, dove la densità della popolazione era così bassa che si contava a mala pena un abitante per chilometro quadrato.

La missione nei luoghi sperduti veniva svolta d’estate; durante l'inverno, le piogge rendendo impraticabili le piste, l'opera di evangelizzazione si concentrava sui rioni periferici delle dinamiche città lungo il Rio Negro, che si allargavano a macchia d’olio per l’arrivo di operai e commercianti attirati dallo sviluppo delle industrie.

Agli inizi don Olivares viaggiava a cavallo per compiere la sua missione. Un giorno, giungendo in un paese della Pampa dove si era accampato anche un circo, egli vide la gente che si affollava intorno al tendone in attesa dello spettacolo. Gli altoparlanti trasmettevano musica e, come iniziarono i numeri circensi, nessuno era più all’esterno. Don Olivares si domandò perché non dare alla sua missione una presentazione simile, insieme con gli strumenti didattici più moderni.

Ne parlò con i superiori. Qualche anno dopo, avendo ricevuto una tenda da circo equestre della capienza di duecento persone dai cooperatori salesiani di Buenos Aires e attrezzature e rifornimenti dai centri salesiani non solo della capitale ma anche di Fortin Mercedes e di Neuquen, per impulso del Fraterno Aiuto Cristiano, opera caritatevole fondata dal salesiano don Paolo Arnaboldi, don Olivares diede inizio alla Mision Don Bosco.

Per il trasporto delle attrezzature don Olivares dispose di un autocarro, dotato di  motore e gomme adatte al terreno sconnesso della Pampa, a cui era agganciata una roulotte, che fungeva da abitazione e ufficio parrocchiale, nonché da cucina, ambulatorio, biblioteca e dispensa.

Quando arrivava in un centro abitato, don Olivares issava il tendone e installava l’impianto elettrico per l’illuminazione e gli altoparlanti, con l’ausilio di un gruppo elettrogeno e di un amplificatore da 80W; quindi innalzava lo striscione “Mision Don Bosco”, esponeva i cartelloni del programma della missione e irradiava musica allegra e religiosa con un giradischi a cambio automatico. Tutti i preparativi richiedevano tre giorni quando era solo.

Ora, grazie alla presenza di don Eugenio, l’organico poté raddoppiare, potenziando la missione e moltiplicando gli obbiettivi.

Agli inizi del 1959 don Eugenio si recò a General Roca, base della missione, situata presso Neuquen, la più grande città prima delle Ande. In uno dei suoi rioni iniziò la missione. L’unica chiesa parrocchiale era molto distante; ma l’arrivo dei missionari sul furgone, annunciato dalle musiche allegre degli altoparlanti, col tendone da circo e con le attrezzature per le proiezioni cinematografiche, l'oratorio, la biblioteca, l'officina e il consultorio medico, non potè non calamitare l’attenzione e l’entusiasmo di piccoli e grandi.

Don Eugenio confessava e si occupava dei bambini, insegnando loro i rudimenti della religione cattolica; don Olivares avviava un corso accelerato di catechismo per i ragazzi e i più grandi; entrambi si curavano dei poveri e dei malati e organizzavano la vita religiosa di una comunità assetata di spiritualità e bisognosa di esempi di virtù e di valori eterni. Dopo una quindicina di giorni si celebrarono i battesimi, le prime comunioni e i matrimoni.

Nella seconda missione, a Cutral-Có, un paese a un centinaio di chilometri da Neuquen, verso le Ande, dove iniziava a fiorire l’industria petrolifera, l’impegno fu ancora maggiore, con decine di battesimi e oltre cento prime comunioni. Le soddisfazioni non mancavano, ma una sera un forte vento stracciò e abbattè il tendone. I due missionari, che erano in visita al parroco di un villaggio vicino, furono chiamati dai bambini accorsi da Cutral-Có, mentre i ragazzi e gli adulti cercavano di salvare il salvabile. L’indomani, raccolto ciò che restava della cappella ambulante, ritornarono a Neuquen, dove don Olivares confidò di voler sostituire il tendone con un salone-cappella capace di 300 posti, smontabile e caricabile sul camion. Ma mancavano i fondi...

In poco tempo si mobilitarono gli amici della missione e persone di buona volontà, che procurarono la materia prima e gli attrezzi con cui realizzare questo progetto. A Junin de los Andes, il villaggio in cui visse e morì la beata Laura Vicuña, fu messo a disposizione dei missionari una falegnameria. Per parecchi mesi don Olivares e don Eugenio costruirono le parti in legno; poi, presso un’officina meccanica, si produssero le parti in metallo; quindi, dipinti i pannelli, si poté consacrare e inaugurare la nuova chiesetta della Mision Don Bosco.

Quell’anno, nell’alta valle del Rio Negro, i due missionari compirono molteplici missioni, toccando anche i centri di Plottier, Chimpay (dove nacque il venerabile servo di Dio Zeffirino Namuncurà) e Cipolletti.

Col ritorno della primavera e del bel tempo, don Olivares volle soddisfare una sua ambizione, quella di raggiungere l’altopiano del Sumuncurá, antico rifugio di fuorilegge nel sud-est argentino, dove nessuno era stato fino ad allora, nemmeno la polizia. Con l’occasione egli intendeva anche compiere una missione in diverse località del Rio Salado e della Sierra Grande.

 

Sumuncurà, tierra de misterio

Nelle valli del Rio Salado erano state aperte numerose miniere di piombo, ferro e manganese; molti piccoli centri di minatori, con le loro famiglie, erano sorti in un territorio dapprima deserto e inaccessibile. La Sierra Grande era ancora più desolata, con sparuti ranchos (capanne di fango e paglia) isolati fra loro e abitati da famiglie poverissime. In molti agglomerati, come Lonco Vaca, Lobería, Corral Chico, non si era mai visto un sacerdote, ma all’aridità della natura, con una vegetazione scarna, terreni pietrosi e paesaggi monotoni, si contrapponeva la calorosa accoglienza ricevuta dai missionari.

Compiuta questa missione, fecero rotta per il Sumuncurá con il furgone, seguendo una pista deserta che serpeggiava fra le brulle montagne e portava all’altopiano. In una estancia, situata in una verde vallata alle pendici del Sumuncurà, il proprietario fece accompagnare i missionari da suo figlio, il quale, oltre a guidarli, sarebbe anche stato padrino ai battesimi.

Gli abitanti del Sumuncurà erano tutti pastori di razza india, con pecore, capre e cavalli; vivevano in capanne o caverne e si nutrivano soltanto di carne. I missionari incontrarono il cacico di quella popolazione, che si dimostrò immensamente felice del loro arrivo. Egli diede loro cavalli e ogni cosa fosse necessaria per recarsi presso le varie famiglie, battezzarle e sistemare le unioni coniugali, dopo aver insegnato un poco di catechismo.

Il mistero che avvolgeva questi luoghi, creato dal perenne isolamento e dalla natura ostile, si era dissolto, rivelando quanto fecondo fosse il terreno su cui crescere la fede della gente che qui viveva. Negli ultimi giorni di permanenza, don Olivares progettò di erigere una croce a ricordo dell’evento. Con l’aiuto dei pastori, la si innalzò sul monte El Chara, al centro dell’altopiano; al ritorno, tutti festeggiarono la fine della missione con un asado (arrosto di agnello) e acqua fresca.

 

Buenos Aires, la palestra più grande

Inverno 1960, altre missioni lungo il Rio Negro. E un altro sogno dei missionari si realizzò: una missione nel rione Ramos Mejia dell’immensa Buenos Aires, una metropoli che già allora contava sette milioni di abitanti, con le sue sterminate e popolosissime periferie.

Partirono con furgone, roulotte e due giovani volontari da General Roca nell’ottobre del 1960. La strada era lunga oltre 1.200 chilometri, le difficoltà non mancarono; si ruppe perfino un asse della roulotte poco prima della capitale. All’arrivo a Buenos Aires furono accolti dal vescovo salesiano mons. Michele Raspanti, che affidò loro uno fra i rioni più bisognosi dell’opera apostolica.

La presenza della missione mobilitò molti cooperatori, che aiutarono nei preparativi e nel catechismo, mentre le autorità e le associazioni religiose fecero di tutto per venire incontro a un’opera tanto necessaria per la popolazione. Lo stesso mons. Raspanti celebrò la messa solenne di chiusura nel salone-cappella stracolmo; si avviò intanto la raccolta di fondi pro-tempio, con la formazione di una preposta commissione. Dieci anni dopo, in visita a Buenos Aires, don Eugenio ripassò per quel rione e vide che nel luogo dove aveva tenuto la missione era sorta una chiesa; il parroco che la curava ne era entusiasta.

 

Il confessore di tutte le comunità

Durante l’inverno del 1961 don Olivares dovette partire per un lungo viaggio in Italia. Nel frattempo don Eugenio colmava l’assenza di parroci in svariate località delle province di Rio Negro, Neuquen e a Bahia Blanca. Don Olivares non ritornò a mani vuote, portò con sé dodici pneumatici nuovi per il furgone e la roulotte e numerosi progetti per le missioni future, concentrate soprattutto nell’alta valle del Rio Negro, grazie al richiamo del nuovo vescovo salesiano, mons. Giacomo de Nevares della diocesi di Neuquen, di nuovissima creazione. Le missioni si susseguirono in svariate cittadine e località, fra le quali Zapala, Mariano Moreno, Las Lajas e Tres Chihuidos.

Nel 1964 si concluse questo entusiasmante periplo missionario di don Eugenio, il quale fu inviato alla parrocchia La Piedad di Bahia Blanca, bisognosa di forze umane e spirituali per far fronte al continuo aumento di popolazione. Don Eugenio fu nuovamente a Lu in quell’anno, ma solo per poco, la terra argentina lo chiamava.

Don Eugenio tornò a fianco di don Olivares nel 1971 a San Martin de los Andes, presso il confine con il Cile, come vice parroco della parrocchia di San Giuseppe. Finalmente cambiavano i panorami, le verdi pinete montane, con laghi e valli incantevoli, prendevano il posto degli arbusti riarsi della piatta Pampa.

La cittadina era in continua espansione, con la costruzione di strade, alberghi e un aeroporto, ma non mancavano gli indios, qui della tribù Curruhinca, i quali, al pari di molti cittadini totalmente assorbiti da interessi materiali, necessitavano dell’opera missionaria di recupero spirituale.

Don Eugenio, oltre alla cura della casa parrocchiale, con l’annessa opera di promozione sociale “Caritas”, con dormitorio e ambulatorio, fondata da don Olivares, e all’assistenza delle orfane presso la Casa del Bambino, visitava le scuole sparse sul territorio e intorno al lago Lacar per le lezioni di catechismo, canto e musica.

Nel 1972 don Eugenio festeggiò i 50 anni di servizio nelle missioni della Patagonia; gli arrivarono felicitazioni anche dall’arcivescovo di Salta mons. Carlo Pérez, che era stato suo compagno di studi in Italia.

Purtroppo in quel periodo la salute di don Olivares peggiorava. Colpito da asma, dovette essere ricoverato più volte.

 

Un salesiano cantautore

Don Eugenio aveva sempre avuto un talento musicale, a cui ricorreva per rallegrare le comunità che incontrava durante la sua missione. Oltre a un repertorio classico di pezzi popolari argentini e canti religiosi, aveva scritto e musicato circa quaranta canzoni di varia natura, alcune spensierate, come “Las ardillas del pinar”, “El carreton”, “La danza de las mariposas”, altre struggenti, che esprimevano la nostalgia per la patria lontana. La maggior parte era scritta in spagnolo, ma le nostalgiche erano soprattutto in italiano o in dialetto luese e si ispiravano sempre agli emigranti, all’Italia, a Lu e alla sua gioventù, come “Bene, benone, benissimo”, “La torre magica”, “Na seira”, “Catanzaro”. Una delle sue canzoni più belle è “La mia casetta”, in cui dipinge i sentimenti che provava per la sua Lu, con la figura della cara madre Emilia, la casa natale in via Dalù e la Cappelletta. Don Eugenio scrisse anche diverse canzoni di argomento religioso, come “El amor de Cristo”, “Si cada dia es Navidad”, “Hoy suenan alegres”, e ancora canti ispirati alla terra e al popolo argentino: “San Martin”, “Ceferino Namuncurà”, “Sumuncurà”. Infine alcune canzoni destinate ai giovani, come “Mi escuela” e “Foglie ingiallite”.

Nel luglio 1975 don Eugenio poté prendere nuovamente ma per l’ultima volta la nave diretta in Italia per soggiornare qualche mese nel suo paese natale. Gli restavano due fratelli a Lu Monferrato, Luigi e Felice, il fratello Giovanni a Roma e la sorella Pia, suora domenicana a Trino Vercellese. Ritornato in Argentina, cambiò ancora residenza, essendo stato inviato a Carmen de Patagones, cittadina nella Pampa alle porte della Patagonia, sulla sponda sinistra del Rio Negro, di fronte a Viedma, dove si occupò del Santuario di Nuestra Señora del Carmen e della casa parrocchiale.

 

Il capolinea più prestigioso

Carmen de Patagones fu una delle prime parrocchie aperte dai primi missionari salesiani. Si narra che all’inizio del 1880 ormeggiò sulle rive del rio Negro un vaporetto con un gruppo di otto salesiani, quattro sacerdoti e quattro religiose: don Giuseppe Fagnano, don Emilio Rizzo, don Luigi Chiara, don Luigi Luciani, suor Angela Vallese, suor Giovanna Borgna, suor Angela Cassulo e suor Caterina Fino. Don Fagnano, che dirigeva la "piccola spedizione", avviò immediatamente la realizzazione dell’opera missionaria. Nel febbraio dello stesso anno inaugurò il collegio femminile Maria Ausiliatrice, in marzo il collegio maschile San Giuseppe, in aprile aprì la parrocchia di Viedma e istituì a Carmen de Patagones la Società Italiana di Mutuo Soccorso per assistere gli immigrati italiani. Nel 1882 fondò la prima scuola di arti e mestieri della Patagonia per ospitare i bambini indiani inviati dai militari durante la campagna della conquista del deserto; nel 1883 creò il primo osservatorio meteorologico dell’Argentina e nel 1885 fece erigere l’attuale Santuario di Nostra Signora del Carmine di Carmen de Patagones.

Nel 1980 don Eugenio partecipò ai festeggiamenti della comunità per il centenario dell’Opera di Don Bosco in queste città, mentre esercitava come sempre la sua missione di catechista e il ministero della confessione nei vari collegi dell’area atlantica, l'opera nella parrocchia e nei tre oratori di Carmen de Patagones e l’assistenza spirituale nell’ospedale governato dalle Piccole Sorelle della Sacra Famiglia.

Le forze, però, non erano più quelle di una volta e la salute di don Eugenio si incrinò. Fu ricoverato nell’infermeria ispettoriale di Bahia Blanca, dove condusse comunque a termine un’opera doverosa: scrivere le memorie della Mision Don Bosco, con l’aiuto di don Olivares, anch’egli ospite a causa delle sue cattive condizioni fisiche.

Nel periodo natalizio un ultimo desiderio di don Eugenio venne esaudito, quello di essere a Carmen de Patagones e Viedma per continuare la sua missione di confessore e cantore alle feste. Non resse alla fatica e crollò nel confessionale. Ricoverato d’urgenza a Bahia Blanca, consegnava l’anima al Signore il 2 febbraio 1982. Il suo compagno di venture, don Olivares, il prete volante della Pampa, lo seguì di lì a poco, spirando il 10 marzo.

Scrisse nell’omelia funebre don Antonio Cominelli, direttore del collegio San Giuseppe di Carmen de Patagones : “La notizia del suo decesso si estese come il vento per tutta la Patagonia”

Peter John Mazzoglio