Al païs d'Lü, n. 8 (1987), p. 3

 

 

 

Che bei tipu,... da chi 'n drera

Robi d'na vota

 

 

In tutti i paesi e in tutti i tempi, ogni generazione ha avuto i suoi “personaggi" – genialoidi, stravaganti, sempliciotti – che si distinguevano e si distaccavano dai tipi comuni dell'ambiente contadino per doti spiccate, per temperamenti vivaci o strani, per certe componenti caratteriali o umorali o anche per alcune particolarità somatiche, che li facevano emergere, per così dire, come tipi “fuori serie” o addirittura "fuori classe”! In tutti in sensi...

Di loro si diceva con fare bonario:”che bei tipu"... "a l’è bel drolu"... "an n'à na rama”…

Ed è gente che ai suoi tempi ha fatto epoca: accanto al “genio” che sapeva far tutto e bene, c’era l'inventore tenace e testardo di uno strano marchingegno - "il carosello agricolo”, che doveva muoversi sotto l'azione del solo carico! - e delle famose "pignatte” contro la filossera; accanto al brillante burlone che, fuori paese, improvvisava una rappresentazione a scena unica e boccaccesca, con fuga finale, per poter mangiare gli agnolotti a Carnevale, c’era il tonto svagato e svitato e il sempliciotto di turno che ne combinava di belle, per cui la comunità aveva i suoi "primi attori" e i suoi “campioni" sulla scena della vita paesana, interpreti delle più variegate e colorite vicende della sua cronaca e della sua storia.

Nei primi anni del nostro secolo ha cominciato a farsi notare un tipo allegro e ridanciano, che aveva negozio "a la Peisa" e faceva di tutto: ciabattino da ragazzo, quando aveva perduto un occhio per infortunio sul lavoro, poi barbiere, arrotino, orologiaio e specialista in  pendole, yenditore di macchine da cucire, meccanico di biciclette e arnesi vari, organizzatore delle prime corse ciclistiche sulle nostre strade, musico eclettico con tanto di orchestra locale, brillante chitarrista e cantante, che ha anticipato di mezzo secolo e avrebbe surclassato tanti nostri urlatori, scatenato esecutore di una celebre "RISATA", che faceva crepare dal ridere intere platee improvvisate e di circostanza, con le sue vibranti strimpellate, i suoi gorgheggi, i suoi lazzi, i suoi motteggi e il suo gestire da autentico giullare rusticano.

Chi aveva questa indubbia stoffa di artista e questo marchio di genialità era il “Firmino Cagna” – "al FIRMÉ" – che ha dominato la scena della vita paesana fino a quando ha lasciato questo suo “regno” per altri lidi e per altre conquiste: e non è stato un “monoculus Rex", perché nella sue cose ci vedeva per due e anche per tre.

Pochi anni fa era ancora nelle orecchie di tutti la risposta fulminante che il “Firmino” ha dato a un Tizio nostrano che, restato fuori dal paese qualche tempo, ritornò sfoggiando un italiano tutto suo e fingendo di avere dimenticato il dialetto: in paese aveva il volgare soprannome di “Schiciarô”, che più plebeo e spregevole non poteva essere.

Si dice che, arrivato in vista del suo casotto natio, si sia fermato di botto e abbia esclamato fra la ilarità dei presenti: “non riconosco più la mia casa! Hanno ‘raminato’ i coppi!”. E poi trovandosi con gli amici “a la peisa” e vedendo il Firmino che stava arrotando alcuni ferri, gli dice con sussiego: "Molli, Firmino?... "Al che, l'interpellato risponde imperterrito: "Sì, Schiciarone... mollo;... mollo ... mollo".

E dal tono canzonatorio e sarcastico si capiva perfettamente che la parola finale ripetuta e rimarcata non era un verbo, ma un aggettivo molto qualificativo.

A questo punto corriamo un rischio, ma è gioco forza: inseriamo un caso strano che - si diceva in quei tempi lontani - ha coinvolto anche il Firmino, il quale ha il merito di averci portati a conoscenza di una amena avventura, del cui finale è stato spettatore e testimone, in funzione di personaggio risolutore e con un felice e arguto intervento conclusivo, da par suo.

La narriamo come l'abbiamo appresa, omettendo accenni e riferimenti che potrebbero urtare la suscettibilità di qualcuno.

... Verso il nostro paese viaggia uno dei rari automobilisti di allora, con una traballante macchina rudimentale "ca la smiava na trabichera", con la manovella anteriore di avviamento e con un motore dallo scoppiettìo assordante, che produceva a sbalzi e strattoni fra nugoli di polvere. Si era in piena guerra, '15-18, e i nostri paesi erano mezzi spopolati, perché gli uomini validi erano tutti sotto le armi.

Arrivato in vista del paese scorge un ometto, fermo sul bordo della strada, che sembra rimuginare qualcosa fra sé e sé, arresta la macchina, si sporge, cerca di attaccare discorso e, non riuscendo, scende e gli si avvicina chiedendo: "Per piasì, la strà per Quargnent?". L'altro sgranando gli occhi si ravviva e tutto allegro, contando sulle dita, comincia una litania: “In coeù l’è lûndas, po’ l’è mardas, po’ l’è mercu… po’ l’è duminica, andômma a la Trinità a cantà Vesp e po’ a cà dal Priùr a mangià la turta…”. “Ma sì, brav’om, va ben”, riprende, “ma la strà per andà a Quargnent…?”. E l’altro:”… In coeù l’è lûndas, po’ l’è mardas…” e via cantilenando.

Il povero viaggiatore sconcertato e disilluso agguanta la sua “manetta”, con due strattoni avvia il motore e scappa verso il paese. “A la puvrera”, appoggiato alle spranghe di ferro incastrate nei paracarri e ancora visibili, c’è un uomo di taglia robusta e dallo sguardo sospettoso e scrutatore, che lo fissa… Non c’è anima viva all’intorno…

L’automobilista si ferma ancora, si sporge in fuori dalla macchina scoperta e deciso gli grida: “Per piasì, brav'om, la strà per andà a Quargnent...?". Quell'altro si fa scuro… poi di botto, ridacchiando e puntandogli il dito, con fare beffardo lo apostrofa: "Uòh!... Uòh!... al pi furb! U sà nonc andà a Quargnent!... Va' a la Cuppa... Testa 'd rù!..." e se ne va, bofonchiando e rimasticando i suoi improperi, piantando in asso il forestiero allibito.

Con una mano sul volante e con l'altra nei capelli per la disperazione, riprende la marcia, entra nel paese e arriva "a la Peisa” e proprio sull'angolo della casupola che era al posto dell'attuale Banca è appoggiato un tipetto dall'aria dimessa, un po’ curvo e la testa inclinata, che lo guarda sottecchi, con le mani appese alla cintola e i pollici infilati nelle brache... In giro, nessuno.

Si ferma di nuovo, si sporge, si curva e ormai senza speranza gli sussurra: "Brav'om, la strà per Quargnent?".

L'altro, con fare misterioso e lo sguardo ravvivato, agitando le palme all'altezza delle guance, gli sussurrava a sua volta: "T'seisi... al criava!... Uà... Cif!" e si punta il dito alla gola, "Cif...! Ai criava!... e u sangunava... Cittu, che 'I Marcel al veù nent!...".

Il disgraziato automobilista lascia il volante e alza mani e occhi al ciclo, in un gesto di disperazione e di rabbia, ma cambia subito umore leggendo "Via Quargnento" scritto in alto sopra la testa del sempliciotto in vena di confidenze e si rasserena vedendo anche comparire, sugli scalini di un negozietto alla sua sinistra, un uomo in tenuta da artigiano, con tanto di spolverina: da lui può ascoltare qualche parola sensata, a lui racconta la sua incredibile "Via Crucis" e da lui riceve la spiegazione del misterioso comportamento dei tre "campioni" incontrati sulla sua strada.

Il primo era un ometto un po' svanito, iscritto "an ti batú dla Trinità" e in ansiosa attesa del rinfresco nella festa della Confraternita; il secondo era un bonaccione forzuto e tenebroso, con una sua fraseologia colorita e a ripetizione e aveva l'esclusiva per "tirare" i mantici degli organi delle chiese, che gli rendeva il tabacco da presa per tutto l'anno; il terzo era un tipetto dimesso e un po' svitato, che scoppiava dalla voglia di confidare a qualcuno un segreto che gli era stato imposto, la macellazione clandestina di un maiale in tempo di guerra.

Chiarito il mistero e rassicurato il viandante che la serie di tali "campioni" era esaurita, l'artigiano rivelatosi anche abile e brillante conversatore conclude: “Che vuole... gli uomini validi sono alla guerra, gli anziani sono in campagna, i vecchi stanno in casa e in giro ci sono i pochi inabili alla guerra e al lavoro, per insufficienza di quei mezzi che madre natura dà a chi vuole e come vuole".

E così "al FIRMË", trasformato da artigiano fatutto in filosofo consolatore e da artista polivalente in arguto commentatore, sbotta: "Ancamì sôn in rifurmà... A iò ammà n'oeùcc..., ma sciàr pü che icc trei gram aruabi, e lüi, munsu', c'as cunsùla, ... anveci d'na testa d'ru, a l'à quat roeui d'gumma e in mutùr c'al bronda... e 'I fa d'la strà. Bôn viagi, munsu’, e stôma alegar... Anca al mônd l'è na roeua ca la gira!..."

Angelo Verri