Fontanavecchia, Media Editrice, 1983, pp. 9-14

 

 

 

 

Gennaio

 

Gennaio nasce tra tappi che saltano contro il soffitto, coppe colme di spumante, stoviglie in frantumi, frastuono di mortaretti, balli, risate.

All'alba, la tramontana spazza via tutto. Dal baccanale, nel freddo tagliente del mattino, sguscia fuori il primo mese dell'anno, rampollo bennato di padre sca­pestrato. In punta di piedi alza il sipario su una scena nuova, invitando chi a rinsavire chi a sperare in un tempo migliore di quello che è stato. (In realtà, poi, si ripetono sempre le stesse cose).  

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L'Epifania arriva quando la baldoria della notte di San Silvestro è soltanto più un ricordo. Dietro si porta un codazzo di befane: del comune e dell'azienda, dell'oratorio e del partito. Senza contare quelle del ministero, del sindacato, della società sportiva, del club culturale. Pacchi grossi, etichette vistose, funzionari e dirigenti al posto dei Re Magi: non resta più nulla della favola antica.

I bambini, chiamati per nome e cognome secondo l'ordine alfabetico, si fanno avanti a ritirare pacchi uguali per tutti. Non possono sentire quello che provavo io quando palpavo la scorza dell'arancia o stringevo nel pugno il gruzzolo di castagne secche che - nella notte piena di neve e di silenzio - la nonna Carlotta aveva infilato negli zoccoli allineati sotto la cappa del camino.

(Spesso basta una piccola cosa perché mi senta subito preso dalla nostalgia della fanciullezza e, sotto sotto, dall'avversione per i tempi presenti, che non hanno più un briciolo di poesia). 

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La nonna Carlotta era una donna severa, rocciosa. Per noi nipoti (una nidiata di due dozzine) era il passato, il presente e il futuro: ella era «sempre stata», e sempre sarebbe stata: a me­no di ammettere la fine del mondo. Ma, a quell'età, non si pensa che le cose possano finire.

La nonna Carlotta era la madre di mio padre. Sposa giova­ne e fiorente, era calata giù al nostro paese, Mirabello, dalla minuscola frazione di Lu, i Martini. I Martini - sommersi tra il verde e protetti da un anfiteatro di colline pulite e rotonde co­me le donne del Monferrato - si trovano acciambellati in un comodo avvallamento, dietro un gomito della strada provinciale, sulla quale, quando la nonna era ragazza, il progresso camminava con il passo della diligenza.

Quelli erano gli anni - ci raccontava la nonna Carlotta, se­duta sull'aia, quando ormai tra il dinamismo della volontà e quello delle gambe c'era discordia - in cui, a Torino, la gente si faceva scannare per non cedere il privilegio di tenersi la capitale d'Italia. Un privilegio troppo breve, ch'era costato molto sangue.

La nonna Carlotta veniva dal contado. Anzi, dal subcontado dove, quello che comunemente si usa chiamare progresso, trovava le sue colonne d'Ercole. Il che non voleva dire che quelli dei Martini fossero allocchi, come poteva credere la gente di Mirabello quando, la domenica, accoglieva i contadini che scendevano giù al nostro paese per sentir Messa, assoldare giornalieri agricoli (erano generosi i loro vigneti, ma esigenti, ed avevano bisogno di molte braccia) e combinare affari. E se, come capita spesso nei contratti, qualcuno ci rimetteva, non era certo uno di coloro che, tra gli scampanii di mezzogiorno, tornava lassù carico di roba, con la coscienza perfettamente in regola verso Domineddio se non proprio verso il prossimo.

Gente tenace dunque: e parsimoniosa, intelligente. Aveva la stessa tempra della terra collinosa su cui viveva: terra magra, dura, ma non avara con chi la sapeva trattare.

Non riuscii mai a capire come mio nonno, che io non conobbi, sia riuscito a penetrare in quel mondo chiuso e a portar­si via la ragazza più bella, più forte e tra le più abbienti: egli era nullatenente, di costituzione fisica assai delicata, sensitivo di carattere e, per sovrappiù, si portava dietro una madre notoriamente autoritaria anche in virtù della sua condizione di vedova.

Eppure la loro fu un'unione riuscita bene. Certo, fu feconda: nello spazio di una decina d'anni, sei figli, tutti maschi, vennero a popolare la loro casa e ad aprire, con la prospettiva di sei paia di robuste braccia, nuovi orizzonti alla piccola azienda contadina messa su anche con la dote della sposa.

Le cronache familiari tacciono (in verità, non so se per diplomazia o per mancanza di fatti rilevanti) dei rapporti tra i giovani coniugi e la vecchia Lucia, la mia bisnonna. Riferiscono invece che il capofamiglia, varcata appena e con gran fatica la trentina, se n'andò lasciando tutto, figli e problemi conseguenti, alla sua donna. Questa, senza piagnistei, crebbe, edu­cò e mise la sua prole in condizioni di camminare con le proprie gambe su e giù per i sentieri della vita.

Poi vennero le nuore. E, con le nuore, frotte di nipotini. Ad essi la nonna Carlotta applicò gli stessi sistemi educativi che aveva sperimentato sui propri figli: a quella torma sempre più numerosa e fragorosa si concedesse pure libertà di muoversi e di espandersi ma, beninteso, entro gli steccati di sane regole e di naturale buona creanza che essa aveva portato giù con sé, dai Martini. Se a qualcuno di noi veniva perciò il ghiribizzo di saltare al di là di questi steccati, l'intervento pronto ed energico di quella rusticana Montessori faceva comprendere, senza possibilità di equivoci, che non era più il caso di tentare l'evasione una seconda volta.

 

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Nel cuore della nonna Carlotta l'Epifania segnava un grosso disgelo. Alla vigilia, andava nel sottoscala di cucina ad affondare la mano in una vecchia pentola polverosa, in cui custodiva il suo peculio. (La vidi io, la nonna, quando in una notte d'estate un memorabile incendio s'appiccò alla nostra casa, entrare di corsa nel sottoscala con in braccio l'ultimo nipoti­no, uscirne con la pentola infilata nell'altro braccio, e poi, imperturbabile, aggirarsi per il cortile, lambito dalle fiamme crepitanti e gremito di gente, distribuendo ordini a tutti per salvare il salvabile).

Con quello che aveva ritirato andava dal fruttivendolo.

I nostri zoccoletti conservavano poi, per giorni e mesi, anzi per tutto l'anno (ed io lo sento ancora oggi) gli aromi confusi delle arance e delle castagne secche che vi aveva fatte scivolare, mentre eravamo immersi nel sonno, la più burbera e più adorabile befana che mi sia accaduto di conoscere.

Giovanni Sisto