Al païs d', n. 11 (1998), p. 3

 

 

 

 

I giochi dei piccoli

Quando non avevano ancora inventato i videogiochi

 

Sulle colline di Lu aveva da poco cominciato a brillare un caldo sole primaverile che aveva cancellato tutte le piogge e i! freddo dei giorni precedenti. Le persone si portavano con piacere all'aperto, nei cortili, per assaporare l'aria tiepida ed elettrizzante del mattino.

Aveva fatto lo stesso anche Martino; i caldi raggi gli scaldavano i capelli spettinati e lui si sentiva propenso a fare di quella straordinaria giornata un unico ed entusiasmante gioco.

Era giovedì, giorno di vacanza, uno degli ultimi prima dell'attesa pausa estiva che avrebbe portato interminabili giornate passate nel sole, tra gli alberi e sulle rive del Grana a pescare pesci. Purtroppo tra questi progetti e lui si frapponeva ancora la maestra e i compiti per la fine dell'anno scolastico. Ma non era questo il momento di pensarci, avrebbe risolto tutto nel pomeriggio, quel mattino voleva sfidare il Pino, un ragazzo che i! giorno prima gli aveva vinto nove biglie con un colpo molto fortunato.

I contadini erano già da tempo nei campi a seminare il grano e le donne nelle vigne per legare i tralci quando il piccolo Martino si avviò solerte verso la Prevostura. La sua casa era poco fuori il paese, lui era solito passare per la strada inghiaiata che costeggiava il campo, tagliare su per il noccioleto e poi seguire il sentiero tra i peschi fino a che si ritrovava di fronte alla chiesetta di San Giuseppe.

Erano le nove e mezza e dal cortile di una casa si udivano grida acute di bambini. Martino si avvicinò per constatare che tre dei suoi compagni di classe, il Giuan, il Toni e il Censo stavano giocando alla cirimela. Il Giuan stava battendo: percuoteva con un bastone un piccolo legno appuntito alle due estremità, questi si alzava di una trentina di centimetri e veniva allontanato con un gran colpo verso il fondo del cortile. Il Censo e il Toni cercavano allora di prenderlo in mano e di ributtarlo verso la base del Giuan. Se ci riuscivano diventavano a loro volta battitori, ma era difficile, perché il Giuan difendeva tenacemente e quando intercettava al volo il legno aveva diritto a colpire il bastone quattro volte per allontanarsi il più possibile dalla base e poi contare i punti in base alla distanza. In questo frangente cantava una strana filastrocca che scandiva i quattro colpi e sottolineava il suo orgoglio: "iön la cirimèla, dui la padèla, trei al dal re, quatr al dal gat".

Non erano passati dieci minuti da quando Martino era giunto, che il Toni lo invitò ad unirsi al gioco, ma lui rifiutò perché doveva riscattare la sconfitta del giorno prima e il Pino lo aspettava per il gioco. Colmi di stupore i tre ragazzetti si unirono all'amico per spalleggiarlo.

Salirono di corsa per via San Giuseppe e, ancora con il fiatone, sbucarono sulla Prevostura assolata. C'erano alcuni bambini e bambine che giocavano e riempivano di grida l'aria tiepida. Di fronte alla scuola si divertivano la Maria e la sua amica Angiulina. Stavano giocando a Lasagna, un gioco da molti conosciuto con il nome di Mondo, nel quale si disegnavano in terra con un gesso dei riquadri per poi saltare a piccoli balzi lungo il percorso cantando una filastrocca.

Quando i baldi giovini passarono loro accanto la Angiulina si ritrasse con un’espressione sdegnata: il giorno prima infatti la sua cartella era stata riempita da Martino con alcuni ragni e con tutte le varietà di insetti reperibili nel cortile della scuola. Ma la Maria lo guardò con uno sguardo ammirato: Martino stava per affrontare le risa canzonatorie del Pino e prometteva di batterlo in un'epica partita di biglie.

In fondo alla Prevostura, di fronte all'oratorio, stava Pino con dei suoi amici, parlavano fra di loro, ma si zittirono all'arrivo degli altri giovani; si preparava una sfida interessante e nessuno voleva rovinare l'atmosfera.

I giochi delle biglie erano tantissimi, molto simili tra di loro, si differenziavano in infinite varianti con un'unica caratteristica comune: vincere e prendere le biglie dell'avversario. Le biglie erano sfere rotonde grosse come l'unghia di un pollice; di terracotta, colorate con i colori più diversi spesso perdevano parte del colore a causa dei colpi che le scheggiavano, in questo caso venivano chiamate mullu. Più raramente si usavano biglie di vetro e ancor più raramente si giocava con il "biglione", sfera dalle dimensioni doppie, poco pratica, ma dall'indiscutibile prestigio.

I due contendenti risolsero di sfidarsi al castello di biglie: uno dei due, in questo caso il possessore del maggior numero di palline, costruiva una piramide sovrapponendo le sue palline secondo quadrati. L'altro doveva, da una certa distanza, lanciare le sue biglie. Se centrava il castello si teneva lutto, altrimenti perdeva.

Pino costruì una piramide con trenta biglie, un numero molto grande, poi misurò la distanza dalla quale Martino avrebbe dovuto lanciare. Erano circa dieci metri, ma subito Martino protestò: anche se erano molte le biglie in palio, la distanza giusta non poteva superare i cinque metri. Pino era più grosso e se Martino avesse continuato a protestare si sarebbe certamente buscato un ceffone e forse gli sarebbe venuto un occhio nero. Fortunatamente c'era tra di loro il Giuan che era conosciuto da tutti per la sua tranquillità e calma; egli riuscì a mettere i due d'accordo fissando la distanza sui sette metri.

Tutto era disposto, i giovani si allontanarono e Martino contò le sue biglie: erano nove, ma non voleva rischiarne più di sei. Si concentrò, soppesò la prima e lanciò. Mancato, la biglia era atterrata a non più di dieci centimetri dal castello, ma non era sufficiente. Lanciò di nuovo e di nuovo niente per un soffio. Le biglie erano ancora quattro e i due primi lanci lasciavano ben sperare, così Martino si rincuorò. Il Pino era teso, ma dopo che il suo avversario sbagliò i successivi tre lanci si tranquillizzò; non erano le sei biglie, ma il prestigio di fronte ai ragazzi che gli interessava.

Intanto Martino guardava l'ultima biglia facendo promesse a tutti i santi del paradiso. Poi, senza pensarci troppo, lanciò. Tutti furono spiazzati e ancor di più lo furono quando la biglia infranse la piramide sparpagliando le palline sulla strada.

Martino esultò, i suoi ami­ci esultarono, ma il Pino non la prese così bene e se ne andò via velocemente con propositi di rivalsa. Ora tutto era a posto, Martino raccolse le biglie e le ripose nel suo sacchetto.

Avrebbe potuto godersi ancora un poco i complimenti dei suoi amici, ma preferiva intraprendere una nuova avventura. Sulla strada di casa c’era il café del Cravòt e lui voleva prendere alcune bottiglie vuote di gassosa per poi recuperare la biglia di vetro che stava nel collo e che evitava che il contenuto della bottiglia si sgasasse. Le casse di vuoti si trovavano nel retro del locale e Martino entrò senza problemi nel cortiletto. Si muoveva circospetto perché, nonostante le bottiglie fossero vuote, il suo era pur sempre un furtarello.

Aveva appena preso in mano la prima bottiglia che il Cravòt uscì dalla porta e si accorse dell’intrusione. Martino non attese gli sviluppi della situazione e se la diede a gambe levate mentre il proprietario del locale gli gridava dietro ogni tipo di minacce.

Ora era solo e stava tornando a casa. In tasca un sacchetto pieno di biglie e davanti tutta una giornata densa di giochi e divertimenti.

Matteo Trisoglio

 

 

Ringrazio molto Vincenzo Borghino per il suo aiuto e per le utili notizie “storiche”.