Al païs d'Lü, n. 8 (1989), p. 4

 

 

 

I Nocc Maestar . Fuori Classe e Super-Stars (seconda parte)

Robi d’na vota

 

La "scopia" dal maestar

Il passaggio dalla seconda alla terza classe cominciava con il batticuore: di terze ce n'erano due, affidate una “a la Maestra Scaiòt e l'altra al vecchio ed impacciato Maestro Acuto, chiamato dai più strafottenti e con malagrazia “u Gnifô”.

Il terrore era di capitare sotto le grinfie “d'la Scaiòt”, ritenuta esigente e severa, mentre il mite e bonario maestro Acuto era preferito da tutti, perché di tutt’altra pasta e negato ad ogni atteggiamento autoritario.

E chi ha frequentato la sua classe può ricordare qualcosa di comico e di buffo, che sprizza dalle marachelle combinate da qualche briccone matricolato.

Bassotto, grassoccio, un po' goffo nei movimenti, la faccia occupata da un tondo e straripante nasone rosso e spugnoso, con in testa l'immancabile cappello duro – “al minot, ma per spresi ai lu ciamavu anche la scopia si affacciava alla porta e attaccava quel buffo copricapo ad un sottile appiglio voltato all'insù, che lo lasciava dondolare a lungo e lo esponeva alla nostra morbosa attenzione e alla nostra mira di tiratori scelti “cun la sfronsa”.

Brav'uomo, non aveva pregi né difetti, non aveva ascendente: piatto e metodico con voce velata e “rantiaia non riusciva a farci capire niente, girato alla lavagna mescolava cifre e parole per noi incomprensibili, faceva lezione al muro parlando con sé stesso, mentre la scolaresca faceva i suoi giochi senza fracasso.

 

Tiro a segno

Il divertimento di base era la gara di “tiro alla Scopia”, “cun la sfronsa”, lanciando a turno “giarêtti, gandòii e bargnêtti e colpendo il bersaglio in modo da farlo girare il più a lungo possibile e così, sotto i colpi messi a segno con un bel “toc” a ripetizione, la “Scopia” dondolava, girellava, piroettava sul suo compiacentissimo appiglio, come su un perno ideale, con nostra viva e divertita soddisfazione per i nostri successi balistici, come se fossimo emuli di Davide contro... l'elmo di Golìa. Però nessuno ha mai osato mirare al “bersaglio grosso” e tantomeno alla testa quasi pelata del maestro, impegnato per suo conto alla lavagna, dalla quale nessuno era interessato a distrarlo.

Solo qualche raro colpo veramente magistrale e con proiettili di calibro maggiorato, con un sonoro “toc” sulla cupola rigida della “Scopia”, lo faceva trasalire e per un istante girare la testa verso la scolaresca, subitamente ricomposta ed ipocritamente attenta.

Salvo qualche dettato, assegnazione di compiti, spiegazioni particolari e qualche innocua ramanzina, che richiedevano il “faccia a faccia”, il no­stro maestro lo vedevamo abitualmente di schiena, appiccicato alla lavagna che rifletteva la sua voce arrochita e monotona.

Poche le birichinate di rilievo, ma una è restata memorabile nel grigiore quotidiano, solo leggermente mosso dalla nostra vivacità fromboliera.

L'aiera la fera”. A Lu, di quei tempi, si faceva la fiera, alla quale i contadini portavano le loro bestie. Un nostro compagno grande e grosso e piuttosto intraprendente si divertiva ogni tanto a catturare qualche lucertola e la portava a scuola “ant la carnarola du sachèe poi la lasciava andare sotto i banchi, provocando scatti improvvisi e scomposti fra i compagni, che se la vedevano saettare tra i piedi.

Il maestro, naturalmente alla lavagna, a quel trambusto si voltava e scorgendo l'animaletto non sospettava che fosse di importazione clandestina, perché, essendo l'aula al pian terreno, poteva essere un semplice intruso... e così si organizzava un'allegra caccia finché la lucertola non infilava la porta e scappava in cortile.

Questo divagato ragazzone “a l'era in casinà”, abitava in una frazione, quindi più immerso di noi nella campagna circostante e più famigliarizzato di noi con gli animali selvatici.

As ciamava Valilô per la sua robusta costituzione e non era certo una cima se ripeteva facilmente la classe, ma era un buon compagnone, tanto forzuto quanto innocuo e giovialone, che aveva le sue trovate.

Per il giorno della fiera gli venne in mente di fare qualcosa di più impegnativo, un vero salto di qualità, e si propose di acchiappare un bel ramarro, già bel grosso, di quelli che ti saettano sotto i piedi o fra i sassi e le siepi... appena fuori casa. E rimuginava fra sé: “In aieu... cunfrônt a na liserta... l'è tütta in'atra roba!”. E confidava ad un compagno il proposito di portarlo a scuola... debitamente legato, per tenerlo al guinzaglio..., e poi di portarlo alla fiera: “Tveu bità... che efèt ca la farà cula testa verda, cun i'eucc uìs ca't ancontu..., cul bel verd ans la schëigna e cul giald a sut la ponsa, c'at pìa la vista... e po' che surprëisa e che spauënt... a sautà sü a l'impruvisa...”.

E il giorno della fiera “ant la carnarola dal Valilô a iera quaicos c'al bugiava e s'agitava ansà e anlà...”.

E' arrivato a scuola con l'aria più guardinga del solito e cheto cheto teneva a bada il suo prigioniero: “sbanatava ant la carnarola, ai raspava la pè, ca la smangiava... e lüi l’à resistì fina al mumënt giüst per trà là... la so bestia ans al marcà…”.

L'ha mollato sotto il banco, ma il laccio non ha tenuto... in mano gli è restato il cordino sfilato... Addio, guinzaglio...

Il maestro era alle prese con la lavagna, la scolaresca stava con il fiato sospeso in attesa di una sortita spettacolare “dal Valilô...”. Anche la “Scopia” era immobile al suo posto fisso… quand'ecco, un guizzo verde attraversa il pavimento, due occhi scintillanti saettano sguardi minacciosi da una testa verde-gialla puntata verso la scolaresca sconcertata ed impressionata… mentre il corpo e la coda verde-gialli del piccolo e sfavillante mostro giacciono lunghi ed immobili sul pavimento: in posizione di attacco od in attesa di fuggire?

Il maestro avverte alle sue spalle quest’atmosfera di “suspense”, di sorpresa e di paura, si volta, vede la scolaresca stralunata e ansiosa, parte rannicchiata sui banchi con le gambe rialzate, parte in piedi, curvata in avanti e con gli occhi fissi in un punto… e vede il ramarro immobile, splendente di colori cangianti e con gli occhi puntati ed incantatori…

Sconcertato e timoroso, salta sulla pedana della cattedra: a quel movimento il ramarro scatta e compie alcuni zig-zag, scompigliando la scolaresca e mettendo in agitazione anche lui, che si tira su i pantaloni, temendo che quella “bestiaccia” gli si infili dentro.

Da scherzo iniziale la faccenda si fa tragico-comica: il maestro, mani ai pantaloni sollevati di una spanna, dall’alto della pedana invita alla calma e sussurra ad intervalli ”Aprite la porta!”, mentre il rettile continua la sua danza a guizzi forsennati, menando lo scompiglio tra i ragazzi, che ondeggiano e cominciano a prendere gusto a quel gioco…

Scomparsa la paura, il più coraggioso fra i vicini alla porta riesce ad aprirla con uno scatto di tre passi, senza incrociare i pazzi zig-zag della bestiola ormai frastornata e in cerca di scampo finché, braccata dal Valilô ed incitata dal sibilare e scalpitare di tutti, trova la via d’uscita e con un ultimo guizzo-sprint scompare nel cortile e si infila fra le erbacce cresciute al piede dei vecchi muri contro terra.

 

“In cavêst al cò”

Ritornata la calma il maestro, insospettito della presenza in classe di un animale che non cerca la compagnia dell’uomo e ora dubitoso circa la comparsa e la fuga delle precedenti lucertole mai viste in classe, coraggiosamente rivolge la sacrosanta domanda alla scolaresca “Chi è stato?” e cerca di fare la faccia severa, perché scura la era già…

La scolaresca è a disagio…, ma gli sguardi di tutti istintivamente vanno, seppur furtivi, al massiccio Valilô, che cerca di fare l’indifferente, ma si tradisce perché non può trattenere un sorriso scemetto e soddisfatto, per il putiferio che ha sollevato.

Il maestro legge fin troppo bene lo spontaneo ed innocente messaggio della scolaresca e riceve la conferma dal sorriso compiaciuto del “reo” ormai confesso e sbotta “Ma se ca t’è tacà?” in dialetto, dimenticandosi di essere a scuola.

A m’è scapà…” sussurra “Al Valilô”. “E perché l’hai portato a scuola?”. Di fronte alla reticenza imbarazzata del “reo” interviene un compagno: “Voleva portarlo alla fiera…!”. Di fronte a questa stravaganza il maestro ha un lampo di genio e un’impennata imprevedibile in un tipo piatto e floscio come lui e con tremula voce sarcastica esclama: ”Ah sì? A la fera t’aurivi purtalu?... Adès mi at büt in cavêst al cò e anveci dl’aieu, at port ti a la fera…, bistiô d’in bistiô!”. La fragorosa risata, scoppiata allo sbottare della brillante sortita da… maestro di spirito, ha rialzato notevolmente le azioni “dal povar Gnifô, brav cme u su, nusënt cme l’aqua e fina trop bunèri…”, ma lui, imperterrito, ha continuato a far lezione… alla lavagna, accompagnato dai “toc toc dla so Scopia, ca la dundulava da chì e da là e a ogna culp dal sfrondi u smiàva c’as arcmandêisa: stè brav, fanciòt… mulèla… lu vghìi, son tutta bela nissa e bargnucaia…!

Angelo Verri