Al païs d', n. 1 (1999), p. 4

 

 

 

 

‘I rongiu la spusa

La dote: un'usanza ormai scomparsa

 

C'è un'usanza che ai giorni nostri si è persa e della quale i più non conoscono che pochi particolari. Alcuni anni or sono è stata allestita una rappresentazione teatrale in un paese qui vicino: da essa ho preso alcuni elementi e li ripropongo ora per descrivere in prospettiva storica un momento importante della vita contadina: il contratto matrimoniale.

Quando i tempi erano ormai maturi per le nozze iniziava, per le due famiglie interessate, un complesso rituale. Accanto ad un particolare codice di comportamento (il fidanzato si recava dalla promessa sposa solo in determinati giorni e in presenza dei genitori di lei) ve ne era uno più concreto e legato ai patti che le due famiglie stipulavano per garantirsi un futuro sereno e senza liti. La discussione sulla dote era il punto culminante dell'intesa prematrimoniale.

La dote era l'insieme dei beni o dei denari che la donna portava al marito. C'era questa usanza perché la futura moglie sarebbe andata a vivere nella casa dello sposo (non da sola ma insieme a tutti i famigliari di lui!) e quindi la dote diventava l’unica eredità che spettava alla sposa. Con questo contratto ella rinunciava a qualsiasi diritto di successione, sia paterna che materna.

Poco tempo prima del matrimonio i genitori degli sposi e i due interessati si incontravano e stipulavano il contratto con l'aiuto di un intermediario: il marusé. Questa singolare figura merita una descrizione adeguata. Il marusé si occupava di tutto: compravendita di animali alle fiere, liti tra vicini, successioni e matrimoni. Ogni paese ne aveva più di uno ed egli era in genere un contadino o un commerciante che dedicava parte del suo tempo a fare il mediatore.

Le sue caratteristiche peculiari erano diplomazia, scaltrezza e senso della praticità, perché quando le due parti si incontravano potevano anche non essere d'accordo e toccava a lui far sì che tutto finisse per il meglio.

Premesso che, in casi eccezionali, la dote poteva anche non esserci, vediamo cosa si offriva alla famiglia dello sposo: pochi soldi, tranne che in presenza di famiglia benestante, animali da cortile, fascine, legna e addirittura carri di letame. Si narra di un'accesa riunione nella quale il padre della sposa offrì na barosa d'aliam e il padre dello sposo chiese tre barosi d'aliam. Alla fine il marusé mise tutti d'accordo proponendo du barosi d'aliam. Viene da ridere, ma non troppo se si pensa che il futuro di due sposi poteva essere determinato dal numero di carri di letame!

In un documento del 1825 leggo invece che la sposa portava con sé seicentoventiquattro lire, mobili ed "effetti componenti il di lei fardello entrostante una cassa di noce nuova munita di ferramenta e chiave".

Tale contratto fu stipulato da una famiglia benestante, come si evince dalla somma stipulata, ma non era raro che il padre della sposa offrisse una dote povera, o perché era avaro oppure perché aveva altre figlie da ammogliare e non voleva spendere troppo. Si sa che una volta il futuro era molto più incerto di oggi.

Se tutto andava per il meglio veniva stilato il contratto e si iniziavano i preparativi per le nozze. Al marusé veniva regalata una camisa oppure un caruatè.

Il marito doveva dimostrare di avere una buona posizione sociale, una buona casa e una buona rendita, ma alla sposa toccava portare, oltre alla dote, tutto il corredo: lenzuola, coperte, tovaglie, tovaglioli, camicie e vestiti in genere. Ella iniziava a ricamare il corredo fin da piccola, aiutata spesso dalle suore del paese. Il suo ceto si poteva desumere dalla qualità dei tessuti e dei ricami.

L'usanza della dote si è estinta nei primi anni quaranta, mentre il corredo fatto a mano è sopravvissuto ancora alcuni anni. Io non ho molta esperienza, ma mi dicono che adesso si va, poco prima del matrimonio, in un grande negozio e si compra tutto già confezionato.

Segno tangibile dei tempi ormai cambiati, eppure mi viene un po' di nostalgia vedendo le lenzuola che mia nonna ricamò più di mezzo secolo fa.

Matteo Trisoglio