Al païs d', n. 8 (1995), p. 3

 

 

 

 

La chiesa dei Martini nell’Ottocento. Un frammento di civiltà contadina

 

Maledetta primavera 1833. Il cappellano Don Antonio Boltri compila l'inventario di tutte le suppellettili e sacri arredi esistenti nella Chiesa campestre dei Santi Sebastiano e Martino nel Cantone così detto de' Martini.

Dal reliquiario di rame inargentato con le due reliquie di S. Martino e di S. Sebastiano alla berretta nera per il cappellano; dall'icona ad olio rappresentante l'immagine della Beata Vergine delle Grazie, S. Sebastiano e S. Martino titolari della chiesa alla pianeta di seta con fiori a vari colorì con gallone d'oro falso, con fodera di tela gialla; dal quadretto antico rappresentante S. Elena Imperatrice al campanello piccolo di ottone per la Messa. Continuando, altre icone antiche, candelieri di legno dolce, ampolline con sottocoppa di maiolica, camici di tela di lino, ecc. ecc. Seguono, tremanti, cinque firme e due segni di croce: sono i sette patroni rimasti ai Martini.

Dei numerosi nipoti e pronipoti del fondatore della chiesa campestre, ai quali toccherebbero le cure del patronato, solo sette si sobbarcano tutte le spese. La loro memoria corre veloce a quel tremendo anno 1803, quando la chiesa traballò dalle fondamenta e due interventi di rifondazione e di sottomurazione costarono lire 220; nel 1813 i problemi vennero dall'alto, cadendo il plafone della volta e furono lire 150; nel 1825 si aprì una larghissima frattura laterale e per turarla altre 30 lire; il terremoto del 1832 diede uno scrollone a tutta la chiesa e il colpo di grazia alle finanze dei sette tapini.

I sette, dopo l'inventario, dettano al buon cappellano una protesta tagliente come una spada: li sottoscritti protestano a Monsignor Vescovo, e Conte, che li compatroni dimoranti in Lu, cioè il Signor Canonico Giovanni Maria Demartini, il Signor Notaio Valerio Demartini, i Signori Giovanni Battista Demartini, Pietro Gerolamo Demartini, Pietro Agostino Demartini e la Signora Rosa Verro nata Demartini, non sono mai entrati in alcuna spesa e di riparazione della Chiesa, e di suppellettili, e di cera, e d'altro.

Tempi difficili. Sognata e nel 1785 realizzata da Giuseppe Maria Demartini, canonico originario del cantone, da lui ricordata anche nel suo testamento del 3 marzo 1811, in cui la raccomanda a S. Defendente, il santo guerriero protettore dei contadini, la piccola chiesa dei Martini è nell'anno 1833 come una scheggia nel territorio: ruvida e tagliente, non ammette compromessi. O si trova un accordo o l'edificio rovinerà con disonore per tutti.

Negli anni dal 1833 al 1855 i patroni della chiesa campestre di S. Sebastiano e S. Martino diventano numerosi come stormi di uccelli (sono i discendenti, per linea maschile, delle tre famiglie su cui gravò l'obbligo del patronato), ma sempre più... volatile è il loro contributo. Paga tu, che pago anch'io e intanto la chiesa va in pezzi.

L'unico punto fermo, quasi un'istituzione ormai, è il paziente cappellano Don Antonio Boltri, che ogni giorno festivo, al levare del sole, scende da Lu ai Martini per servire, come scrive lui stesso, con tutta puntualità e attenzione particolare gli abitanti del cantone. Prudente, preciso e sereno, il cappellano, con la sua grafia fitta, minuta e regolare, si cautela facendo firmare (agosto 1842) una specie di contratto. Come fa da più di dieci anni, in cambio di otto annui sacchi di grano di buona qualità (due staia da ogni capo di famiglia) egli si obbliga a celebrare la Messa non solo in tutte le feste di precetto, ma anche nei giorni di S. Sebastiano e di S. Martino Vescovo (i santi a cui è titolata la chiesa campestre), S. Defendente e S. Bovo (santi guerrieri, protettori dei contadini), S. Biagio, il giorno delle Ceneri e il Due Novembre. Sottoscrivono i capi di famiglia dei Martini: 6 firme e 12 segni di croce; 14 Demartini e 4 Ribaldone. Essendo solo due i cognomi e la cicogna avendo usato poca fantasia per i nomi di battesimo, il cappellano ricorre per alcuni ai soprannomi usati dagli abitanti stessi: Mochetto vicino alla Patacca, Rolotto, Mochetto, Cionòn, Rondòn, Emilia per distinguere le famiglie Demartini; Nané e Moru per i Ribaldone. Frequentano la chiesa e contribuiscono all'emolumento in grano anche i contadini della Borghina e delle cascine "Dalla Valle", "Gismara" e "Cagliarbra". Dovendo percorrere più strada, pagano solo la metà.

1855. La volta della chiesa minaccia rovina e i muri laterali si trovano in cattivo stato con molte fissure e screpolature. Una persona dell'arte computa il costo del possibile restauro: lire 2337 e centesimi 66. Panico: la maggior parte dei compatroni, che sono ormai moltissimi, se la squaglia. Gli altri non sono disposti a sostenere da soli la spesa. E’ la resa: la chiesa viene chiusa.

Il 18 maggio 1861 (due mesi dopo la proclamazione di Vittorio Emanuele II "Re d'Italia") undici tra i molti patroni, senza avere molte lire, ma punti nell'orgoglio poiché la chiesa è ormai chiusa da anni con grande scapito delle coscienze dei terrieri di dette Cascine, si riuniscono, si contano, eleggono tra loro due direttori e, carta e penna, solennemente si impegnano a dare inizio ai lavori di restauro. Letto il patto a chiara voce, lo firmano e versano ciascuno un acconto in buone valute sonanti.

Vengono chiamati i muratori Mottino di S. Salvatore, con i loro garzoni. E l'inizio di una stagione esaltante. Da giugno a ottobre del 1861, tutti i contadini dei Martini, patroni e non patroni, ricchi e poveri, con la partecipazione di alcuni della Borghina e delle cascine "Dalla Valle", s'impegnano nelle condute, andando a prelevare con il loro carro e le loro bestie i materiali che servono per il restauro della chiesa: a Mirabello la sabbia (che i Mottino hanno fatto arrivare dal Po) e le pianelle e la calcina; in Valle Grana le travi; a S. Salvatore mattoni e ancora calcina; sabbia alle cascine Trisoglio; all'imbarcadero della stazione di Giarole i gradini di pietra fatti arrivare da Baveno. Sono impegnati nelle condute 21 capi di famiglia che compiono complessivamen­te 227 viaggi. Tutto viene registrato con una precisione tanto più commovente quanto più tremolante e zeppa di errori è la grafia: gli autori delle condute, la data delle stesse, le ore di lavoro dei muratori e dei loro garzoni e i rispettivi compensi, il costo dei materiali, i lavori che giorno per giorno vengono eseguiti, le offerte dei non patroni, gli acconti versati dai patroni.

Il 27 ottobre si festeggia con i muratori la fine dei lavori, a novembre si spende per gli ultimi addobbi e, finalmente, il 29 dello stesso mese la chiesa dei SS. Sebastiano e Martino viene riaperta.

Sono presenti otto sacerdoti, tra i quali (chi si rivede!) don Antonio Boltri, che fu cappellano ai Martini per 23 anni. Il prevosto di Santa Maria Nuova benedice la chiesa, celebra Messa e pronuncia, come scrive orgoglioso uno degli abitanti del cantone, un discurso di lode ai concorenti della burgata per la Ristaura di detta capela. Dopo pranzo si recita il vespro e infine un'altra benedizione chiude quella giornata memorabile.

Seguono mesi amari. La spesa finale ammonta a più del doppio di quella prevista. Il primo maggio 1862 nove degli undici patroni partecipanti sono costretti a chiedere un prestito ad un abitante del cantone. S'impegnano a restituire il denaro (con gli annui interessi del sei per cento) l'anno seguente, nel giorno di... S. Martino.

Nel cuore dell'Ottocento, la chiesa campestre dei Martini ha dunque "graffiato" il suo territorio: una piccola comunità di contadini, come rane attorno ad uno stagno, ha prima litigato, poi si è organizzata e riconosciuta attorno alla sua capela. Esiste uno scritto commovente e fiorito di errori (Lanno Del Signure mille settecente ottantacinque...) in cui un contadino dei Martini, nell'anno 1861, tenta di ricostruire l'origine della chiesetta. E’ l'ABC di una coscienza storica.

E' immondo lasciare crollare questo piccolo tesoro. Ma noi, armati d'indifferenza, appesi, gambe all'aria, ad un frammento di tempo, viviamo senza ricordi e senza sogno, senza passato e senza futuro.

Gianfranco Ribaldone