A zonzo per il circondario di Casale Monferrato,

Ermanno Loescher, Firenze Roma Torino 1877, pp. 141-152

 

 

 

 

 

 

 

Attraversata in un tempo assai breve la stretta, tortuosa ed amena valle del Grana, mi sono posto su per un'inerpicante via la quale, me n'accorsi troppo tardi, invece di condurmi a Cuccaro portommi al luogo di Lu.

Lu è paese del Monferrato, e forse l'ultimo del Monferrato che su per questi colli s'innalzi; avvegnaché Lu, Diocesi di Casale, è amministrativamente dipendente dal capo luogo di Alessandria.

Amico Avv. Scagliotti, il vostro paese, tranne le sue vie strette e nere, è certamente un bel soggiorno, se debbo stare a quanto mi asserisce Borghin, falegname, oste ed anche musico del luogo.

Lu, dall'alta isolata ed imbiancata torre, siede quale scolta sulla vetta del colle estremo, che la valle del Tanaro separa da quella del Po. È paese assai industriale: ricco di vigneti, fa un grande com­mercio di vini, ed è ospitale per eccellenza. Io non era colà punto conosciuto, ma vi fui ricevuto colla massima cordialità di cui terrò sempre grata memoria.

Ma ritorniamo un passo indietro.

Allorché giunsi in cima della salita, quasi vicina alle porte di Lu, mi posi a sedere sul culmine di un paracarro; ed estratto di tasca il portafoglio (mentre riposando contemplava estatico il bellissimo tratto di paese che imponente spiegavasi a me dinnanzi) io misi in ordine qualche noterella del mio viaggio.

Un reverendo alto, col capo coperto da un berrettone di peli, e le gambe fasciate di nere uose, il quale tranquillamente se la passeggiava lungo la fronte della «Cascina Colomba dei frati» vennemi ad incontrare domandandomi, senza preamboli, notizie del Sommo Pontefice.

L'apparizione del reverendo se non mi fu sgradita, è stata per me oggetto di grande meravi­glia la domanda tosto fattami. E m'accorsi perciò che il poveretto non era totalmente in sé.

Ah! Ella, reverendo, desidera notizie di Sua San­tità. Se la vedesse come istà bene di salute! È là retto sulla persona, bianco dalla punta del suo calottino a quella delle sue pantofole...

Ma dice davvero? saltò su ad interrompermi il povero prete.

Sicuramente, soggiunsi. Sua Santità ha poi un occhio, una presenza, un risolino continuo sulle labbra da ammaliare chiunque, fosse pur anche il... cavallo di bronzo.

Ne sono propriamente contento, esclamò allora il reverendo; quindi, senza dirmi altro, voltommi le spalle e frettolosamente se ne andò.

Rimasi un momento a pensare sull'infelice con­dizione di questo reverendo, e, pur compiangendolo, non potei trattenermi dallo scrivere sul mio memo­riale:«M'accadono tutte, anche questa è da contare». Io che abito nella capitale del Monferrato debbo recare a Lu le notizie del Papa? Ma ditelo voi, Avv. Scagliotti, si può dare forse di peggio ?

Questo medesimo reverendo io rividi poi ancora mentre stava egli leggendo le pubblicazioni di matrimonio, che erano affisse «nella graticola» municipale.

Aveva di già preparata qualche altra notizia del Papa; ma il reverendo tutto intento a leggere le fatte pubblicazioni più non si volse a me. Allora pensai che il reverendo covasse delle idee matrimoniali; né in ciò io troverei nulla di straordinario: finalmente per l'uomo, che cosa è mai il mondo senza le gioie della famiglia?

Signori scapoloni, e signore zitellone, (*) attendo da voi la risposta. 

(*) La signora Marchesa Colombi nei suo aureo libro «La Gente per bene» dice, che è questo un nome che fa orrore. Se lo ricordano le mie giovani lettrici.

 

Ed io intanto saluto la chiesa di San Biagio, a cui stanno assestando il campanile; m'inchino a quella della Trinità, alla quale i muratori lavano la faccia, e mi presento al sacrestano Battista, che non è il più ciarlone e forse neanco il più perspicace dei sacrestani monferrini.

Questi mi accompagnò nella visita che io feci alla Collegiata del borgo. È un edificio questo che d'antico non serba più che le fondamenta, ed, in conseguenza, il sotterraneo ove si conservano le reliquie di S. Valerio.

L'interno di questa chiesa parrocchiale, per la castigatezza delle sue linee, è d'un imponente effetto; ed all'infuori delle proporzioni, che sono limitate, e della mancanza delle dorature, esso del resto rassomiglia un tantino all'Annunziata di Genova.

Battista, sacrestano della Collegiata di Lu, non sapeva persuadersi come mai io trovassi degni di grande riguardo i quadri rappresentanti la Vergine del Rosario, e Santa Rosa di Lima, i quali sono entrambi lavoro del Caccia. Al Sant'Antonio (di suor Orsola Moncalvo) Battista non s'era mai pensato di togliere la polvere, anco perché quest'operazione, rispettosa e decente, non gli venne mai ordinata dai reverendi Canonici della Collegiata. Ed io credetti bentosto a Battista, avvegnaché queste cose non sono punto contemplate nei sacri canoni.

Il caffettiere «Del Centro» fu tanto gentile di accompagnarmi al Municipio ove io feci la cara conoscenza del signor Segretario Comunale.

Ivi vidi abbandonate in un angolo otto alabarde del medio evo; più un'incisione in rame appesa ad una parete che, grazie al signor Meda Domenico, là si conserva in una modesta cornice. Tale incisione rappresenta San Valerio e venne eseguita per ordine di Giuseppe Pasera dal distinto artefice casalese Baldassarre Porta nell'anno 1772. San Valerio stupendamente inciso su robusta lamina di rame, se dallo stesso signor Meda non fosse stato scoperto, forse servirebbe oggidì ancora di coperchio, siccome già serviva, alla pentola delle guardie municipali. Lu venera il martire Vescovo S. Valerio e le guardie del luogo me lo facevano andare ad arrosto!

Se si fosse trattato di S. Lorenzo, pazienza!...

È poi indispensabile cosa fare una visita all'antica torre del castello di Lu. Del castello però, già proprietà dei Marchesi Dalla Valle, nulla quasi più resterebbe, se un vecchio e nero palazzone tuttavia non sorgesse al piede del poggio sul quale snella ed imbiancata, (!) ergesi la smerlata torre, la quale fu pure stazione del telegrafo visuale. La torre stessa è ora coronata da una «ringhiera» in ferro, e mostra in alto la campana — fusa nel 1633 — d'un ottimo orologio dei signori Granaglia.

Locca, guardiano dell'orologio medesimo, abita la parte più... abitabile della torre: cucisce egli da sarto, non paga la pigione, respira l'aria più pura, e fa la sua digestione contemplando... il mondo, che, a lui per disotto, si agita e si arrabatta.

Locca mi disse, che ai piedi della torre già innalzavasi una vecchia chiesuola entro la quale serbavansi le ossa di S. Valerio.

I soldati spagnuoli, soggiunse, l'anno 1632, tentarono di rubar l'urna che custodiva le ossa del santo, perché era di metallo prezioso. Ma colto sul fatto il ladro venne questi decapitato; ed, invitandomi poscia a guardare in alto, ecco là — mi disse — ecco là la gabbia di ferro entro la quale si consumò «l'eretica testaccia spagnuola». E l’orribile e massiccia gabbia è infissa invero sull'alto della torre dal lato che guarda a ponente. Dirvi dello incantevole ed immenso panorama, che osservasi dall'alto della torre di Lu, non è la più facile delle cose. Di lassù, a ben più di 300 metri sul livello del mare, l'orizzonte trova suo limite solamente nella sterminata valle Lombarda; nello Appennino, dal colle di Stradella al passo della Bocchetta; nella maestosa catena delle Alpi, dal Monviso al Rosa, e da questo gruppo alpino ai contrafforti sui quali posa la patriottica Varese. Epperò voi vi deliziate colla vista d'un vastissimo tratto di paese, dove piano, dove ondulato; tutto tempestato di ville, città e di castelli: le guglie del Duomo di Milano ed il torrazzo di Lomello si delineano sul fondo azzurro del cielo ricurvo quali leggiere sfumature: il santuario di Superga e la torre di Tortona fanno da sentinelle avanzate al vecchio Piemonte; ed Asti con Alessandria par che natano nel Tanaro, mentre Casale, a sua volta, dorme sulla riva del Po. E questo è «il mondo» come disse il rispettabile guardiano della torre di Lu. Sì: è questa invece, risposi, la piccolissima porzione, che noi infusorii animali abitiamo, del più piccolo forse dei globi abitati, i quali ruotano nello spazio interminabile de' cieli.

Locca sta per chiudersi dietro l’abbaino della torre ed io voglio ancora salutare la campana che gentilmente fecemi da ombrello, e scritto a matita sulla bocca dell'abbaino medesimo, leggo:«Don Luigi Rinaldi Parroco di S. Maurizio — 19 settembre 1876. —». Allora, estratta la mia matita di tasca scrissi pur io:«Vi risaluta G. Niccolini — 1° maggio 1877. —»

E Locca passò a caricare l'orologio.

Addio, o Lu! Non mi scorderò di te e della tua torre; e quando per le vie della mia Casale incontrerò l'Avv. Scagliotti, gli presenterò i tuoi paterni saluti.

Sotto la sferza del sole io stava percorrendo la via, che, serpeggiando tra i vigneti feracissimi del colle, tende a Cuccaro; quando la campana della torre dì Lu volle ancora salutarmi una volta, mandandomi i tocchi delle undici ore: era la salve d'addio…

Ed a Cuccaro giunsi in breve tratto di tempo; ma però perfettamente inzuppato.

 

Cenni storici. Lucus era il nome cui davano i romani ai boschi sacri, cioè dedicati a qualche loro divinità. La fitta ombra delle spesse piante, la consacrazione del luogo e la credenza che vi risiedesse il nume, inspiravano un sacro orrore a chi se gli avvicinava. Quelli a cui era conceduto di penetrarvi, oltrepassato il folto della selva, vedevano uno spazio vano, cinto di una corona di alti abeti, nel cui mezzo, sopra fresco erboso terreno irrigato da una qualche corrente d'acqua, sorgeva un tempio con l’ara e la statua del nume: e nel luco, di cui qui si parla, il fiumicello Grana poteva somministrare la corrente per irrigarlo.

Nei tempi di mezzo il nostro Luco o Lu era un grosso e popoloso borgo, ed anzi una corte, di cui una decima parte, insieme con Cuccaro e Melonese, fu donata nel 1028 all'abazia di s. Pier di Savigliano da Otta figliuola di Ottone, e vedova di un altro Ottone, unitamente al suo figliuolo Odilon Vidone, decimam de nostra Curte, quae vocatur Lugo.

L'età di Otta, il nome del suo padre Ottone, la giacitura dei luoghi di cui si fa cenno in quella donazione, la legge salica, secondo cui professavano di vivere quei donatori, indicano a sufficienza che il padre di Otta fu l'Ottone marchese di Monferrato, figliuolo del Mar­chese Aleramo; dal quale questi beni provennero come dote di lei; mentre assai lontano si trovavano le possessioni del marito, che era signore di Monfalcone. Per ciò nel 1055 Adila vedova del marchese Anselmo II di Monferrato, il quale era nipote dello stesso Aleramo, confermava come di cosa di famiglia la medesima donazione all'anzidetta abazia di s. Pier di Savigliano; e ciò faceva insieme co' suoi figliuoli Anselmo ed Ugone.

Posteriormente l'imperatore Federico I con suo diploma del 1164 confermò il dominio di Lugo, e degli altri sopraccennati luoghi agli anzidetti Marchesi, i quali essendo figli a quell'Imperatore, ne av­venne che tali paesi comportarono gravi danni arrecati dai comuni di Àlessandria e di Asti; i quali danni non cessarono sino alla pace fatta in Milano l'anno 1199.

Intorno al 1200 il marchese Bonifacio, per le spedizioni di Terra Santa, impegnò a Roberto Catena nobile astigiano molte terre e castella degli Stati suoi, tra le quali diede anche in pegno la terra di Lu.

Estinti i marchesi di Monferrato della progenie aleramica nel 1305, il marchese di Saluzzo come sostituito erede in mancanza di fem­mine di quel casato e di prole di esse, cominciò dall'impadronirsi di Lu, che in allora trovavasi assai popolato e munito di valida rocca, e si mise poi tosto al possedimento di Vignale, Moncalvo e Chivasso; ma non ebbe forze bastanti ad opporre al novello mar­chese Teodoro figliuolo di Jolanda imperatrice d'Oriente, e sorella dell'ultimo estinto Marchese: diffatto Teodoro postosi con fresco esercito da lui raccolto tra Lu e Vignale, costrinse questi due paesi a sottomettersi al suo dominio; il primo nel dì 10 e l'altro nel dì 12 di giugno.

Lu, ricco e popoloso luogo, fu tenuto da Teodoro come bene allodiale di famiglia senza infeudarlo a veruno; ed è per ciò che questo comune non essendo soggetto ad alcun feudatario, mandava ai parlamenti dello Stato i suoi delegati, come a quello del 1320 in cui.fu tassato a provvedere sei militi all'esercito, mentre tutti gli altri borghi non furono tenuti a provvederne in tanto numero.

Nel parlamento del 1379 i borghigiani deputati di Lu, furono Marcone de Valle e Giovanni Riccano.

Nel vegnente secolo i Visconti, signori del Milanese, avendo dilatato il loro dominio in Lombardia, prevalsero ai monferrini Marchesi, e nel 1431 il borgo di Lu venne dai milanesi, sotto Francesco Sforza, abbandonato ad un barbaro saccheggio.

Il marchese Giovanni IV nelle angustie in cui trovossi per le guer­resche vicende, alienò (1448) la terra e il castello di Lu a Daniele Bobba già possessore di altri feudi, dal quale si propagò un casato divenuto grandemente cospicuo per chiarissimi personaggi: di alcuni di questi riferiremo ora speciali notizie.

La prosapia dei Bobba era già fiorente nel secolo XIV. Antonio Percivalle figliuolo di Antonio Bobba già nel 1374 riceveva l’investitura del feudo di Castelgrana.

Da lui vennero Buonanotte e Gherardino stipiti di due casati distinti.

Buonanotte procreò Daniele di cui parlammo qui sopra; ebbe questi Enrietto da Margarita Natta: Enrietto da Cattarina Scarampi ebbe due figliuoli, Fabrizio marito di Laura de' Biandrati s. Giorgio, e Vespasiano, consorte di Violante Provana, la quale era sorella del celebre ammiraglio Andrea; Vespasiano fu padre di Bonifacio morto senza prole.

Assai più si mantenne la stirpe di Gherardino per li due suoi figliuoli Lantelmo ed Antonio III: perocché Antonio procreò Francescano, e questi Gian Antonio, il quale da Maria Malaspina ebbe Gian Domenico, che nel 1535 sposò Livia Gamboroni patrizia Alessandrina, la quale gli partorì Gian Antonio II morto nel 1610.

Da questo si continuò la successione per Gian Domenico II nato nel 1575; il quale maritossi a Magnifica Francesca, e per Alessandro di lui figliuolo nato l'anno 1602, che da Leonora Trezzo ebbe Gian Antonio III mancato senza prole nel 1658.

La generazione di Lantelmo signore di Castelgrana fu la più prospera. Dal suo figliuolo Agostino venne Gherardino II, padre di Alberto, il quale da Maria Bellone unica figliuola del conte Ottaviano ebbe tre figliuoli che sommamente si distinsero, cioè Marcantonio cardinale di Santa Chiesa, Paolo Emilio capitano della guardia di Emanuele Filiberto, ed Ascanio consigliere di stato, gran priore dell'ordine dei ss. Maurizio e Lazzaro, governatore del castello di Nizza, capitano delle guardie del corpo di Carlo Emanuele I, gran ciambellano di Savoja, e cavaliere del supremo ordine della Nunziata.

Ascanio avendo sposato Dorotea Ferrero di Casalvolone, procreò Alberto II marchese di Graglia: maritossi questi ad Anna Maria Costa di Arignano, ed ebbe Gian Francesco padre di Ascanio II cavaliere della Nunziata, e di Marcantonio conte di Bussolino: il primo di costoro maritossi a Catterina Biglia milanese da cui non ebbe successione; il secondo procreò Vittorio Maria erede del marchese Ascanio II, che da Eleonora di Bonvens generò Cristina, la quale portò in eredità al conte Maurizio Saluzzo suo consorte il marchesato di Bianzé, insieme con la signoria di S. Genuario, e gli partorì Maria Giovanna Battista, che trasferì l'eredità medesima al marchese Gaspare di Morozzo.

Riferite cosi brevemente le genealogiche notizie dell'inclita pro­sapia dei Bobba, gioverà dare distintamente i ragguagli relativi al cardinale Marcantonio.

Estinta la linea Paleologa de’ marchesi di Monferrato, i Bobba, e fra questi Alberto padre del cardinale, aderì piuttosto all'augusta Casa di Savoja, che a quella di Mantova; e poiché era egli assai valente nella scienza delle leggi, il duca Carlo III lo ascrisse al suo senato di Torino; ed il suo figliuolo Marcantonio, che nella sua fresca età già distinguevasi per eletta educazione e per dottrina legale, venne in molta stima presso il duca Emanuele Filiberto che lo chiamò al suo consiglio di stato. Marcantonio avendo poi abbracciato lo stato ecclesiastico, fu mandato oratore a Roma dallo stesso Duca, il quale per dimostrargli come fosse stato soddisfatto della legazione di lui, nominollo vescovo di Aosta.

Prima di partirsene da Roma, egli ottenne al suo clero la facoltà di testare, come pure la cessazione di una decima pontificia: ri­tornato in patria, fece il suo solenne ingresso in Aosta l’anno 1558.

L'anno 1563 fu egli dal Duca mandato oratore al sagro concilio di Trento, ove la sua somma dottrina e la robusta eloquenza si mostrarono in piena luce, e ne furono fatti di pubblica ragione i facondi discorsi. Il parere del vescovo Bobba è dotto ed abbracciato dal concilio: cosi attesta il cardinale Pallavicini nella sua storia del concilio medesimo. E diffatto per le persuasioni di lui vi furono con­ciliate varie discordie insorte tra gli oratori delle cristiane potenze, e venne temperandosi la risposta che il concilio dovea dare al re di Francia, il quale annunziavagli la sua pace conchiusa cogli ugo­notti. Laonde il sommo pontefice Pio IV non dubitò di annoverarlo fra i vescovi che per dottrina e prudenza meglio si segnalarono in quel concilio; e cui perciò volle innalzare alla dignità di cardinali di Santa Chiesa nel duodecimo giorno di marzo dell'anno 1566.

Qui non vuolsi tacere, che mentr'egli era in viaggio per Trento, il senato di Ciamberì pubblicava una sua sentenza colla data del 1° dicembre 1562, la quale come risulta da autentiche memorie ma­noscritte della città di Aosta, ne annullava un'altra che era stata pronunziata dal vicario generale Francesco Enrici, secondo gli usi della chiesa aostana, sanzionati da una transazione del 16 gennaio 1462 tra il duca Amedeo VIII, e l'arcivescovo di Tarantasia, insieme coi vescovi suoi suffraganei.

Di ritorno dal concilio nella sua diocesi il cardinale sentì di tal caso un vivissimo cordoglio, e non potendo ottenerne la chiesta soddisfazione, venne all'estrema deliberazione di scomunicare gli autori, e i fautori delle senatoria sentenza, e a porre l'interdetto alle chiese della diocesi.

Fra i varii progetti di conciliazione in questa vertenza fu da lui accettato quello in cui facevasi diritto ai vescovi di Aosta di nominare un giudice temporale laico per pronunziare in prima istanza sopra materie feudali, sopra censi, decime, enfiteusi e su altre somiglianti materie miste di ecclesiastico e di civile diritto. A questo modo, egli è vero, la vertenza ebbe termine, ma lasciò essa nell'animo del cardinale un disgusto cosi grave, e durevole, che per averne un qualche alleviamento si condusse a Roma, ove fu tostamente impiegato in varie amministrazioni; ed anzi dal Papa venne dichiarato proteggitore dell'insigne ordine gerosolimitano.

Ora poiché da queste e da altre cure veniva trattenuto in quella città, e non poteva perciò soddisfare alle leggi relative alla resi­denza dei vescovi, deliberò di rinunziare al suo vescovato, siccome fece nel 1572, a ciò confortato eziandio dai consigli del santo cardinale Carlo Borromeo, il quale gli era così stretto d'amicizia, che volle tenere al fonte battesimale un nipote di lui, che fu poi vescovo di Moriana l'anno 1626.

Il cardinale Bobba dopo avere goduto della stima e della grazia dei sommi pontefici Paolo III, Paolo IV, Pio IV, Pio V, Gregorio XIII, cessò di vivere il 18 marzo 1575 in Roma, ove fu sepolto nella chiesa di s. Maria degli Angioli presso il monumento di Pio IV suo principale benefattore.

Ebbe fama di sommo giureconsulto e di spertissimo uomo di stato: lo dichiararono valente letterato il Ciacconio, il Sarpi, il Crescimbeni e parecchi altri scrittori: stampò le sue orazioni latine an­che in Lovanio l'anno 1567. Delle sue poesie nelle due lingue latina ed italiana parlano con lode il Ciacconio, Gerolamo Catena, Gian Matteo Toscano ed il Rossotti: tra i suoi poetici componimenti distinguesi un'ode al duca Carlo Emanuele I in morte della duchessa di lui genitrice Margarita di Valois, figliuola del re di Francia Francesco I.

Il padre del cardinale Bobba fu cavaliere aureato, conte palatino, senatore in Torino, governatore della città e provincia di Vercelli, ed in fine cavaliere della Nunziata.

Il casato dei Bobba acquistò i feudi di Castelgrana, Galliano, Camagna, Torricella, Montalto d'Ivrea, S. Gervasìo; ottenne pure il marchesato di Graglia, Pollone, Sordevolo, Bianzé e la contea di Bossolino in val di Susa.

 

Sul territorio di Lu, e nel mezzo di un prato posto nell'angusta valle detta Firata, ossia di s. Giovanni, a greco di Lu, scaturisce un'acqua solfurosa. Essa è limpida e cristallina alla sorgente, ma esposta al contatto dell'aria diventa lattiginosa. Tinge in rosso le foglie delle piante, che vegetano presso la sua sorgente, e lungo il fosso ove scorre, lascia un sedimento nericcio che dissecato ingial­lisce. Il suo sapore è dolcigno ed epatico. La temperatura si man­tiene fra i gradi + 15 e 18, ed anche al dissopra. Il peso specifico sta nella proporzione di 210 a 209 con quello dell'acqua distillata. Secondo l'analisi del marchese di Brezè, che fu il primo a parlarne nel 1789, chilogrammi 1475 d'acqua solforosa di Lu contengono:

Gaz epatito (idrosolfurato)                                                                      pollici cubi              24   

Acido aereo libero (gaz acido carbonico)                                                      “                  4 in 5

Aria atmosferica                                                                                               “                         2  

Solfo, formante parte constituente del gaz epatico (idrosolfurato)    grammi      0, 162, 14

Sal marino cristallizzato (muriato di soda)                                                     “          1, 953, 91

Sal marine calcare (muriato di calce)                                                               “         0, 493, 35

Calce aerata (carbonato di calce)                                                                  “         0, 545, 75

Selinite (solforato di calce)                                                                               “          0, 748, 60  

Selce                                                                                                                  “          0, 012, 28

Quest'acqua è adoperata con successo nelle ulceri scorbutiche e scrofolose, nelle malattie cutanee, ed in ispecie nelle eruzioni erpetiche dette volgarmente sali, e nella scabbia. Fu pure trovata giovevole nell'itterizia: e il signor dottore Istria, medico a Lu, rendette certo che il ch. dottore Bertini che il fango che se ne raccoglie presso la sorgente è efficace nelle malattie articolari prodotte da ispessimento dell'umor sinoviale, riscaldato ed applicato caldo sulle parti affette.

Giuseppe Niccolini