Al païs d'Lü, n. 1 (1988), pp. 4 e 12

 

 

 

Al paìs di previ (prima parte)

Robi d’na vota

 

Battute paesane

In un crocchio si discorre fra amici...

PEDAR: Dapartüt as sënt a dì che Lü l'è al paìs di previ....

JACU: e di frà e dal munii..”.

GISÈP: “Sfidu mi... l'è la veugna du Signur... Du racolt an nu fà”.

GIUAN: ...Cun i cutirô ca iòn facc... e cun i rut di tëmp andrera...”.

FLIPÒT: San Valè an nu sa quaicòs... E dun Bosc?...”.

Par di sentirle queste battute di umore paesano e di sapore agreste..., ma di valore profondamente religioso, con quei riferimenti ad antichi grandi scassi (i cutirô) e a quelli parziali (i rut) e a sostanziose concimazioni, che hanno assicurato un prodotto abbondante e duraturo nella "vigna del Signore".

E l'accenno buttato lì, quasi sorvolando, a S. Valerio, la dice lunga e l'interrogativo fortemente affermativo su Don Bosco ci fa pensare a due punti fondamentali, distanti quindici secoli, che però la intuizione contadina ha collegato per segnalare un periodo di lungo e fecondo lavoro, svolto da oscuri e remoti operai nella vigna del Signore, che ha sempre dato frutti copiosi, come confermano l'antica tradizione e la storia recente ed ha prodotto quell'esplosione di vocazioni, che da un secolo ha privilegiato il nostro paese, che detiene ancora un primato mondiale.

Se gettiamo uno sguardo all'indietro e risaliamo i secoli a ritroso, quante figure di spicco si presentano alla nostra memoria: in primo piano Don Filippo Rinaldi, prossimo Beato, D. Pietro Rota, D. Ludovico Quartero, Madre Angela Vallese, Don Borghino, che nel secolo scorso sono stati i primi "pescati" da Don Bosco nel nostro paese e che poi hanno attirato nelle reti del Regno di Dio tanta gioventù nostra, chiamata a lavorare nell'immenso campo dell'apostolato, in patria e nelle missioni.

Ma quando Don Bosco è arrivato con i suoi ragazzi nel nostro paese, per la prima volta nel 1861, ha trovato una comunità profondamente religiosa e una accoglienza entusiastica e generosa da parte della nostra gente, curata e guidata dagli zelanti parroci delle tre parrocchie, che già da sole testimoniano l'importanza religiosa del paese, dotato addirittura di una collegiata di sei canonici, immortalati dal Guala nel famoso quadro "I canonici di Lu" noto ed esposto in tutto il mondo.

Possiamo legittimamente affermare che le nostre tradizioni religiose affondano le loro radici nei secoli e scorgere una lunga ininterrotta fioritura di vocazioni che risale alle origini e si ricollega ai tempi eroici e gloriosi del nostro Patrono e contemplare una lunga processione di figure elette, che da quei lontani secoli avanza verso di noi, eredi di un luminoso passato, impegnati al presente a mantenere il getto, il flusso e il ritmo di questa prodigiosa fonte, da cui è sgorgato il torrente di vocazioni che or sembra in fase di magra e, già ridotto a ruscello, accusa e affronta un momento di siccità e di stanca.

La sorgente si è interrata..., bisogna rimuovere e sgombrare i detriti, riscoprire la vena, fiduciosi di vedere presto riaffiorare e gorgogliare l'acqua viva... per una novella e gioiosa fioritura.

 

Figure tipiche

Dopo questa carrellata sul nostro passato remoto, possiamo guardare un po' più da vicino e con una certa famigliarità alcune figure interessanti fra i preti da poco o da non molto scomparsi. E vengono alla memoria il venerando e austero Can. Bozzo, il primo allievo salesiano di Lu, detto "al Beus", il Can. Tento - "al Binè" - fondatore della nostra cantina sociale; il Can. Boccalatte - "Cuntamplô" - bravo amministratore; il Can. Demartini - "al Bigiô" - per la sua massiccia corporatura; il Can. Gualfredo -"Tamburnë" - poi missionario in Brasile; e per ultimo il Can. Trisoglio - "Barsanêut" - sempliciotto a prima vista, ma complesso e imprevedibile nei suoi atteggiamenti, nei suoi progetti e nelle sue aspirazioni...

Di fronte ai suoi colleghi autorevoli, austeri, dignitosamente compassati, come lo stile ecclesiastico comportava, egli conservava un fare popolaresco e cordiale e legava perfettamente con le nostre famiglie, in semplicità e spontaneità di rapporti, e si sorvolava su certe innocue stravaganze e manchevolezze.

Ma fu anche vittima di alcune amene avventure, sacre per giunta.

Durante un’assenza del Parroco, il nostro "Can. Barsanêut" lo sostituiva nelle funzioni della chiesa di S. Nazzaro.

Era d’estate: secondo le consuetudini locali, quando si levava un temporale, in parrocchia si dava la benedizione con la Santa Croce per allontanare la grandine e, quando il pericolo era grave, sacerdote e fedeli si portavano sul piazzale, sfidando il tempo. Fra il popolo era sorta la convinzione che contava molto l’autorevolezza, lo spirito, l’energia spirituale del prete che impartiva la benedizione e si ricordava con interessata ammirazione un famoso “Don Cógiula, cu scungirava u tëmp”, mentre il nostro Canonico sembra che avesse più paura che coraggio.

Da notare poi che in quel tempo tra il Parroco di S. Maria Can. Bisoglio e lui vi era una certa animosità; per cui, quando sul piazzale l’hanno visto impacciato e pauroso, invece di “scongiurare il tempo” con una benedizione energica e sicura, che poi non ha avuto l’esito desiderato, i fedeli hanno cominciato a mugugnare, mormorando… e subito è circolata la voce che diceva: “Al Canonic a l’ha nënt dicc al paroli giüstil’ha barbutà quaicòs e u smia ca l’abia dicc: Santa Barbara e San Simô’, salva Anfirata e parfônda Munfrancô”, che erano le vigne rispettive del Canonico e del Prevosto!

Interpellato più tardi da persona autorevole e di sua fiducia il Canonico è sbottato: ”A l’è na calünia… Mi aiò dicc tüt cul ca iera scricc:- a fulgure et tempestate liberet atque defendat – e po’ sa l’è amnìa sü… la culpa l’è nënt la mia…!”.

La sua semplicità era disarmante e le sue velleità innocenti e audaci, come vedremo, destavano perplessità e ilarità: ma aveva una certa sensibilità per le bellezze artistiche e naturali.

 

Orecchioni ministeriali

Quando, durante l’ultima guerra, fu abbattuto un secolare e storico leccio a due chiome del giardino “d’ Rulond” e quando fu demolita la monumentale balaustrata in ferro della “Prevostura”, nonostante i suoi tentativi per salvare l’uno e l’altra, egli ha sofferto moltissimo, perché in queste distruzioni insensate vedeva un’offesa alla dignità e al patrimonio artistico del paese. Poveretto, chissà che cosa avrebbe detto e fatto se avesse dovuto inorridire, come ora noi, davanti allo scempio perpetrato da un Ministero statale, a sfregio e dispregio della nostra Torre e del nostro paesaggio, a strazio dei nostri occhi offesi da quegli orrendi “orecchioni”, che vorremmo applicare ai testoni dei somari ministeriali, responsabili di questo obbrobrio sempiterno. Evviva la “tutela del paesaggio”  affidata ai “turututela” di un Ministero cieco, ma competente!

Il nostro Canonico avrebbe adattato al caso lo strambotto che gli hanno attribuito per la grandine e che potrebbe essere così ricostruito:

San Valè, fati unùr…!

Scuara icc  urglô… e salva la tur…!

Ma se t’veu fa na roba finìia,

parfônda cui d’ Rumma…!

E così sia!”.

E non sarebbe zelo eccessivo per il bene del nostro paese (e della nostra patria) perché S. Valerio saprebbe fare scelte ben dosate e ben centrate… Noi invece, dai tetti in giù, sogniamo “in bel sarlucô, anche… artificial” che con dosata potenza e intelligente efficienza sbriciolasse quello “spauracchio” regalatoci dall’ottusa mentalità di tecnici rozzi sprezzanti e pigri che, invece di fare due passi sui “bricchi” vicini, ti hanno piantato – nel punto più nevralgico e storicamente e paesisticamente delicato – a scherno e a scorno della nostra antica torre, questo indecoroso e indecente “mostro” irsuto e “orecchiuto” come “la lùdaria” del malaugurio…

Per liberarcene al più presto, saremmo perfino tentati di ricorrere sbrigativamente all’improperio invocativo e alla sollecitante invettiva popolare: “che al diau c'at porta via!”… Ma può… un buon diavolo... fare un'opera buona?

Il nostro simpatico e sensibile personaggio, impulsivo la sua parte e pronto alla difesa dei nostri valori ambientali, avrebbe sottoscritto a due mani quanto abbiamo espresso con rude e... aggressiva schiettezza paesana e chissà se avrebbe aggiunto qualche improvvisata formula... liberatoria, tanto più che egli, già propenso alle bellezze artistiche, in un certo momento della sua vita ebbe una specie di “raptus” pittorico, si sentì ispirato e spinto ad un’opera d'importanza sconvolgente e di impegno quasi sovrumano... e folgorato da questa idea luminosa si trovò pittore!

 

Il Borsetto di Giuda

Il nostro Canonico, animato e deciso, stese lungo tutta la parete della sua sala un’enorme fascia di carta giallastra, sulla quale col carboncino cominciò a disegnare... un'Ultima Cena, in concorrenza con Leonardo... Aveva già tratteggiato, a suo modo, le masse di alcune figure che avrebbero dovuto essere di Apostoli..., quando, arrivato a Giuda, fu preso da un tormentoso dubbio...

Sospese il lavoro, aspettando con ansia l'arrivo in vacanza del nostro celebre pittore Pietro Colli, suo amico e vicino di casa, al quale poi espose il suo progetto e chiese consiglio. Il Prof. Colli trasalì e cercò di temporeggiare e tergiversare, ma dovette arrendersi e seguirlo nella sua casa, mentre egli si affannava a spiegargli che tutti quei grandi pittori avevano fatto presto a caratterizzare Giuda con un trucchetto volgare: “Sfidu mi, ajòn bità al bursêt am mô... Qui ti voglio... Falu sensa bursêt... e fà capì qual ca l'è... Ai và... il tocco dell’arte…!”.

E il buon Professore si trovò di fronte a un “rebus” indecifrabile di macchie e di freghi; interdetto e divertito, prese la cosa come uno scherzo: “Ma sur Canonic, se ca l’è andàcc mai a sarcà... la roba pì dificile dal mônd! As rancômma pu' i pè, né mi, né lui!”. Gli fece capire che il quesito richiedeva impegno e riflessione e si sganciò, la­sciandolo un po' deluso, ma ancora molto illuso...

E dopo qualche tempo decide di interpellare anche un suo più giovane amico, che aveva fatto studi artistici e si vedeva spesso in paese e gli espone dubbi, perplessità e interrogativi, dopo essersi arrabattato a scarabocchiare - alla... ricerca del suo Giuda - tratti del viso, gesti delle braccia, posizioni delle mani... che nell'intenzion dell'artista dovevan qualificare e individuare il “Traditore ladro”.

L'interpellato, che conosceva il suo uomo, ma ignorava i suoi sogni e le sue velleità, diffidente e incuriosito si recò a vedere questa novità inaudita e si trovò di fronte a un incredibile confusione di masse e di linee della parte, per così dire, già composta, da cui emergeva una specie di troncone informe, che proiettava in avanti il manico di un forchettone, con le punte a rampino, che volevano essere un avambraccio con mano rapace... ma senza ombra di sacchetto, né vicino né lontano...

Il giovane amico esterrefatto e impacciato farfugliò: “Sì, il tentativo è coraggioso... ma il compito è arduo... e le difficoltà forse insormontabili... A meno che...”. E qui il nostro "sognatore" si concentrò nell’ascolto, con un lampo di speranza... “A meno che... soppresso il borsellino... si possano scorgere, anche in ombra...”, “in para d'liri... drucàii per càs tra i pè d'Giüda”. A sômma semp lì sbotta il Canonico, “ai basta dui dubiô... per dì ca l'è Giüda!!!”.

E l'interrogativo del sacchetto rimase insoluto e continuò a tormentare il Canonico anche dopo un altro incontro con il suo giovane amico, che lo consigliava a rinunciare ai suoi tentativi e liberarsi da questi crucci e gli diceva: “Sur Canonic, a s'è tracc ant'in aqua trop grosa... Aiè mai pü' da siuàsi”. E lui sussurrava con un malinconico sorriso: “Se t'veuli... santiva andrënta... in turmentu... il pungolo dell’arte !!!”. La "Cena" incompiuta è restata appesa alla parete fino a morte avvenuta del nostro mancato "pittore", nostalgico e sfortunato emulo di Leonardo: il Sacchetto di Giuda gli è restato nel gozzo per i restanti suoi giorni e ha soffocato crudelmente i suoi esaltanti sogni di gloria.

(1 - continua)

Angelo Verri