Al païs d'Lü, n. 2 (1988), p. 3

 

 

 

AL PAÌS DI PREVI (seconda parte)

Robi d’na vota

 

La predica al vento

Era estroso e un po' stranetto, ma il nostro amico “Can. Barsanêut era anche un uomo di buon comando: è andato per parecchi anni a dir la Messa festiva nella Cappella dei Trisoglio e poi nella Cappella dei Martini, ma senza predica, perché non se la sentiva di affrontare il pubblico... Ma quando il Vescovo ha ordinato ai Parroci di fare una breve omelia a tutte le Messe festive, Don Quartero, Arciprete di S. Nazzaro, l'ha invitato a rispettare l'ordine del Vescovo. Il poveretto si difende: “As fà prêstu a dà d'i 'urdu... ma mi a sôn nent al fattu”.

Ma l'Arciprete riesce a convincere il Canonico riluttante, consigliandolo a leggere, se non se la sentiva di parlare... a ruota libera. Allora si mette d'impegno e scrive e riscrive su fogli di quaderno il suo primo sermoncino, finché l'Arciprete lo approva e dà il via al suo debutto di oratore... a scoppio ritardato.

Quella fatidica domenica vede il Canonico trotterellare, imbacuccato più del solito, verso i Martini, con un tempo da lupi, “cun ventar' e aqua c'at vulavu adòss e t'asvarsavu 'I paraqua”. Arriva ai Martiri “mars cmè n'oca e va all'altare “cun u so bel papè scricc” e quando è il momento si volta verso il popolo e, tenendo con una mano il foglio e con l'altra il candeliere, comincia a leggere stentatamente le prime righe fra la sorpresa quasi lieta dell'uditorio... All’improvviso, un colpo violento e uno schianto... una ventata rabbiosa sfonda la finestra del presbiterio, spegne le candele, solleva le tovaglie dell'altare e i paramenti del Celebrante, che si vede strappare di mano il suo foglio, ormai in balìa della bufera.

Il poveretto, desolato e impacciato, alza le mani in segno di rassegnazione e di resa alla malasorte e a stento riesce a dire: ”Adèss avì pasiënsa,... ma mi a sog pü' andà anò...”.

Fra lo scompiglio dei presenti per quel colpaccio di vento traditore, viene sommesso un impietoso commento, sussurrato... a caldo da un vecchietto all'orecchio del Quinto, assiduo e devoto cristiano: ”Povr'om,... l’è pì 'ndrera che la côua d'in ciciù...!!!. Ma non era vero, perché la sconfitta di un semplice contro la mala sorte conta come una vittoria, sul piano della Provvidenza, che riserva ai piccoli e ai semplici un posto privilegiato nel Regno dei Cieli. E anche quaggiù ha avuto la sua rivalsa: non era nato oratore e neppure lo diventò, ma nella conversazione privata e nei contatti con la gente aveva una sua eloquenza persuasiva, che lo riportava su posizioni... molto più avanzate.

 

I sollazzi campestri

In quei tempi sereni, non ancora lontani ma ormai perduti, la popolazione era il quadruplo ai quella attuale - circa cinquemila abitanti - e i sacerdoti presenti in paese erano numerosi e sufficienti per la cura spirituale delle anime.

Ma quando fra agosto e settembre molti fra i religiosi e le religiose che erano lontani, distribuiti nelle varie località d'Italia e dell'estero, ritornavano per qualche giorno di vacanza in famiglia, le nostre vie interne e le nostre strade di campagna erano animate dal loro passaggio, abitualmente in gruppo con parenti e amici, per andare a raccogliere i primi grappoli “d'muscatè, d'moscato d'Amburgo e d'üua rösa e poi le belle pesche di allora e fichi di ogni qualità e ritornavano con canestri ricolmi, debitamente ornati “da dui o trei sgarsêu” che lasciavano largamente vedere l'ottima qualità dei loro frutti “e i blagavu in poc anca lur, cun la roba di so vecc.

E avvenivano così incontri cordiali e allegri in tutti i "cantoni" del paese e ai crocicchi di tutte le strade di campagna e non mancava lo spiritoso che apostrofava famigliarmente questi compaesani di ritorno... a lavori finiti, con la nota battuta:”A jè riva' 'I carêu!”... la carie dell'uva che a quei tempi svuotava gli acini e li seccava.

Uno dei più originali saluti di "bentornati" lo raccolse un gruppetto dei nostri da un bel tipo di loro amico di infanzia, che si dilettava a trovare frasi scherzose per tutti e per tutte le circostanze. Si trovavano insieme tre "fratelli" delle S.C. Negri, Trüffa e 'I Furna', Mons. Boltri, Mons. Cagna e qualcun altro e andavano “su dal Casinòt e si trovavano a poca distanza dal "Pônt dal Binè" quando vedono spuntare l'amico, con la zappa in ispalla, che tornava a casa: ”A l’era Jole, al barba così chiamato per distinguerlo da suo nipote, “Jole, il Conte”, così qualificato perché nelle recite egli aveva sempre il ruolo di nobiluomo di alta classe.

"Ci siamo", hanno detto e si aspettavano l'immancabile sortita: ed ecco che l'amico sta assumendo una sua particolare posa, a spalla alzata di traverso e, ridacchiando a singhiozzo, si avvicina e con fare ossequioso declama: ”Oooh... Illustri Reverendi,... Andiamo per i sollazzi campestri?”.

E il sollazzo fu grande quando gli "illustri" hanno tentato di farsi dire dove aveva pescato quella frase così insolita, ma più che esclamazioni gioiose e gesti comici non hanno potuto ottenere. Nel suo tascapane di contadino... letterato c'era di tutto, anche il buonumore monferrino e la poesia di sapore paesano.

 

Le Comari di Montalto

Anche i sacerdoti di stanza in paese facevano gruppo per le loro passeggiate, specialmente nella buona stagione, ed era facile verso sera vederne tre o quattro passare, capeggiati da Don Quartero, il venerato Arciprete di S. Nazzaro, col suo bastoncino dal pomo d'avorio o con l'ombrellino grigio (al parasù), e diretti verso la Cappelletta o il Ponte di S. Maria.

Passavano da Montalto, ma lì erano passati in rassegna dall'immancabile gruppetto stazionario di famigerate comari, che controllavano il traffico pedonale e rotabile: ed era uno scambio abituale di saluti e di battute bonarie e confidenziali.

Tipico era il trio composto da tre donne vivaci, loquaci e ridanciane, dotate di grinta da attrici di rango, con soprannomi rusticani e rionali: ”la Pipota, la Bülla, la Giapôgna che menavano più volentieri la lingua “che al güggi da travai” e attaccavano discorso con tutti e su tutto, sicché era abitualmente uno spasso.

A loro facevano da contorno “al du Gnès, mari fìia”, che erano un po' impegnate nei lavori di campagna e anche più in perlustrazioni stagionali di loro particolare interesse.

Però su tutte dominava, non con le chiacchiere, ma con l'autorità e la saggezza di una "matrona", "la Lina d'Sarò", che da vera "moderatrice" teneva a freno la spregiudicatezza, il brio e la “verve" rusticana e plebea delle scatenate comari, ammucchiate sulla panca addossata alla sua casa.

E l'Arciprete col suo seguito passava e ripassava sorridente e paterno, rasentando le loro chiacchiere, che sedava con una parola arguta e confidenziale, destava e lasciava in loro un senso di serena e rinnovata fraternità: era nato fra loro, nel loro cantone, povero come loro, bambino con loro, chiamato fra loro da Don Bosco, quando scalzo e derelitto fu da lui aiutato e accolto e ora, Sacerdote e Pastore, si riteneva ancora uno di loro e non poteva stare senza vederli, ascoltarli e aiutarli anche nella breve ora di svago, sulle loro strade e nelle loro vigne, si inseriva nei discorsi e nelle chiacchiere del suo cantone e se qualche volta, di fronte a qualche birbonata, alzava con bonaria severità il bastoncino ammonitore, non erano vergate, ma tante benedizioni tracciate nell'aria, che piovevano sulle loro case e sulle loro famiglie.

Era minuto, sottile e malaticcio, di spirito indomito e di carattere fermo e volitivo, ma cordiale, comprensivo e famigliare. A noi giovani, in cui aveva fiducia e da cui aspettava buoni risultati, ad ogni commiato dava come monito e consegna una parola concentrata e intraducibile, ormai in disuso e ignota ai più: ”Mi raccomando” - diceva - ... “E stà disgurdì”, che voleva dire tutto per noi, anche se non dice ormai più nulla per molti divisi, giovani luesi, “ca sei pü parlà d'Lü e, av cuntantèi a dì di buru an Italio’’ “.

(2 - fine)

Angelo Verri