Quaderni luesi, n. 1 (2000), pp. 10-16

 

 

 

 

Scopo e importanza di un’associazione culturale a Lu

 

Ma c'è uno scopo? C'è un'importanza?

A che serve andare indietro per i secoli, girovagare un po' dappertutto, andare a mettere le mani in vecchi archivi, in carte a volte macchiate dall'umidità, accartocciate? A che serve andare lontano a scavare dei vecchi pariocc in valle Grana? Non c'è altro di più urgente da fare oggi? A che serve, caro Andrea, fare una tesi di laurea brillante all'Università di Torino su Basilio di Cesarea, un grande (sebbene fisicamente piccolo) di millecinquecento anni fa, sempre malato, che ha capovolto la storia della sua regione e della Chiesa. Cosa serve? Non è molto meglio fare altro? La domanda è ironica, il tragico è che qualcuno la prende sul serio. Forse è meglio masticare un po' di inglese che avere orizzonti larghi, che consentano di guardare lontano. Ma vi chiedo: è meglio vivere miope, chiuso, nel sottoscala, ma protetto, oppure sulla torre di Lu con la visione che offre? Meglio talpe o aquile? Attenzione: talpa è molto più comodo, ma è da talpa. L'aquila deve sfidare le tempeste, ma è un'aquila.

Lu, che cosa sceglie? La risposta è data da questo incontro. Ma la risposta è anche nella storia e nella geografia di questo paese. E' stato accennato alla bella balconata della Prevostura: mi dicono che, nelle giornate serene, dalla Torre di Lu si vede dal monte Clapier (estremità occidentale delle Alpi) fino all'Adamello (più o meno alla fine della catena). Una visione che credo Lu sia l'unico paese d'Italia che possa avere. Una vocazione c'è: siamo stimolati a guardare lontano.

E' stato affermato: non si capisce il presente senza il passato; senza le radici non fioriscono i rami e non si sviluppano i frutti; si capisce il presente e si costruisce il futuro solo conoscendo il passato. L'intelligenza lavora per sua natura su larghi spazi, ha bisogno di guardare lontano. Il male di oggi, l'aids di oggi, è la miopia. Perché tanta gente a tutti i livelli, dai miliardari ai pezzenti, si droga? Perché molti vivono a tranquillanti? Perché ci sono individui che occupano il proprio tempo a buttare i sassi dai cavalcavia? E1 il senso del vuoto, il senso dell'inutile: non si vede la vita come una via.

Ed invece "La vita è una via", definizione molto bella: sarei orgoglioso se fosse mia, ma non lo è; è di una persona estremamente intelligente che ha avuto il torto di precedermi, si chiamava Giovanni Pascoli, in un magnifico poemetto latino in cui diceva appunto che la vita è una via: interessa soltanto dove ci conduce. Dunque un cammino, e quando si è in cammino non si sta fermi fissando gli occhi sul riquadro immediato: così non si ha il senso dell'orientamento, si guarderebbe invano. Guardiamo invece oltre, guardiamo più in là, verso panorami che manifestino

gli scopi della vita e rispondano ai nostri perché. Noi spesso siamo miopi, guardare ci angoscia e ci tormenta, ci vediamo settorializzati, ci avvertiamo casella ristretta dell'umanità: io, col mio guaio, una piccola malattia, o disfunzione, o una certa difficoltà economica, o un contrasto familiare, o immaginate quanti guai ci possono essere... e allora l'angoscia, e allora il “Perché proprio a me?”, e il “Ma che cosa ho fatto io per essere ridotto così?”... Segno tipico della miopia angosciante. Se noi guardiamo lontano cambiano le prospettive.

Caro Paolo Demeglio, ci conosciamo da molti anni. Dimmi: sei andato a scavare in Valle Grana, e a che cosa serve tutto ciò? A tante cose serve. A ricordare che 2000 anni fa dei contadini, probabilmente Liguri forse mescolati coi Galli, abitavano sparpagliati giù nella valle. Poi un nobile, ma un “nobile su”, dell'illustre famiglia romana dei Metilii, cugini, un po' più in ombra, dei più famosi Metelli, grandissima famiglia romana facitrice di storia, celebri consoli, trionfatori... I Metilii rimasero dunque funzionari a livello di pretori (ben diversi dai pretori di oggigiorno), finché nel primo secolo emersero ad alto livello, sotto l'imperatore Adriano, fino a diventare consoli. Proprio in quel momento, uno di questa grandissima famiglia fondò una villa laggiù. I contadini gli si aggregarono: dunque ci fu un'evoluzione sociale, collaborarono, approfittarono delle tecniche superiori, delle visioni più larghe che venivano dalla capitale dell'impero. Progredirono e lasciarono della documentazione. Poi l'Impero, dopo ottocento anni di vitalità, cominciò ad accusare senescenza, non respirava più, il sangue girava male. E allora venne meno, e vennero gli altri, i barbari. San Massimo di Torino ha lasciato un sermone in cui stimola l’amministrazione comunale a rialzare le mura perché stava arrivando Alarico. I Visigoti non facevano complimenti: saccheggiarono attorno a noi, probabilmente non fino a Lu, però qua vicino. Frassinello era una base nella quale l'imperatore Costantino aveva stabilito un reggimento di Sarmati (all’incirca dell'odierna Ucraina), perché aveva i barbari che lo premevano. Ma c'era anche un altro pericolo: la malaria. Non si riusciva più ad arginare i fiumi... Allora che cosa ha fatto la popolazione? Ha imprecato? Ha maledetto? Si è disperata? Tutt'altro, reagì! Ecco la storia maestra di vita. Dal basso essa salì in alto; aveva un colle e ne fece una fortezza naturale. Ne approfittò. Una rocca su un suolo sacro: Lu (lasciamo stare etimologie balorde) da lucus, bosco sacro. Era una vocazione: salirono ed inaugurarono una nuova epoca storica.

Il nostro Ribaldone ci ha illustrato, attraverso le indagini che ha esperite sugli atti notarili, la situazione durante le guerre tra Spagnoli e Francesi: ci ha rappresentato come la popolazione di Lu sia stata battuta e martoriata, come tutta quella gente sia stata oppressa e tiranneggiata. Mi è stato detto che tra Lu e Cuccaro sono state scoperte delle ossa: si pensò a battaglie, ma erano le conseguenze della peste, non di battaglie. Dunque a Lu, oltre alle guerre, anche la peste infieriva. Noi conosciamo molte descrizioni letterarie della peste, ma qui a Lu i nostri antenati la subirono; la peste è arrivata fino a noi: mia nonna e mia zia sono morte di peste, quella peste che si chiamava "spagnola". La peste si è spinta fino alla seconda guerra mondiale; poi fu vinta dalla medicina.

Dunque 2000 anni di lotte, di sofferenze, di difficoltà: prove superate dai nostri antenati, dai nostri nonni.

Se pensassimo bene a questa storia, quando siamo ans cula cabia, an mes a cui filagn, ans cula prös, dove forse la nostra quindicesima nonna si è fermata, con il mento sulla vanga, forse a piangere le difficoltà che trovava; dove il nostro decimo o ventesimo nonno in quel momento avrà sospirato: “Ma si può ancora vivere?”. Ma hanno vissuto, con tenacia, con forza! Ecco a cosa serve la storia, ecco cosa serve andare a leggere le carte accartocciate di un archivio, ecco cosa serve scavare i pariocc nella Valle Grana. Senza la storia non si vive: infelici i popoli che non hanno storia!

Leo Rota accennava molto acutamente ai Santuari. Ma perché andare ai Santuari? Non c'è il Santissimo anche nelle nostre Chiese? E diverso! Nei Santuari c'è stata, a milioni, gente che ha pregato, che ha impregnato l'ambiente, e quando noi vi andiamo sentiamo qualche cosa: siamo coinvolti, non isolati. La scienza non dà spiegazione di questo fenomeno. Ma non vediamo soltanto con gli occhi, non parliamo soltanto con le parole: emaniamo delle forze misteriose che penetrano nell'ambiente. Conoscerle è approfittarne, è sapienza ed è vita.

Non isolarci dunque! Noi non siamo unonda isolata: un'onda isolata si seccherebbe subito. Noi siamo piuttosto l'onda di un fiume: il fiume la ingloba e la continua. Questa è visione storica.

Mi pare di aver visto, forse in un articolo di Ribaldone, che Lu ha avuto problemi di raccolta ed ammasso di prodotti per le vicende della guerra. Difendersi assieme. Come? Siete sicuri che le soluzioni fossero misere? Siete sicuri che non fossero più geniali di quelle di oggi? Riflettiamo un momento! Atene, 25 secoli fa, cinque secoli prima di Cristo, sicuramente aveva un sistema contributivo più intelligente di quello che abbiamo noi: pesava meno sui cittadini e rendeva di più. Lu è un paese romano, di conquista certo, ma pur sempre romano. L'amministrazione romana come era? Certamente più oculata della nostra: ottocento anni di impero e non una provincia che si sia ribellata una volta! E’ segno che non governavano male, segno che, se il governo chiedeva contributi per difenderli dai barbari, offriva però una comunitarietà, una saggezza che convinceva. Roma non impose mai la lingua latina: era la gente che voleva apprenderla, perché vedeva che così si arricchiva nello spirito e nella dignità.

Questo sguardo lontano ci arricchisce: quindi un'associazione che mira ad ampliare gli orizzonti è estremamente benemerita, è sangue che circola, e circola da 2000 anni fino ad oggi e domani ancora.

Parlavamo di questa visione storica. Essa si rivela sommamente utile a tutti, specie a chi ha compiti di guida. Un politico non ha il diritto d'ingannarsi; deve dire: “Domani si fa così”. E non deve sbagliare, perché farebbe sbagliare anche gli altri. Ma come si fa? Ce lo ha insegnato Tucidide 25 secoli fa: leggi la storia, ci ammonisce, gli uomini sono sempre gli stessi, come hanno reagito allora, così reagiranno domani. Leggiamo la storia! Machiavelli, del Cinquecento, andò a studiare Tito Livio del 50 a.C. Cosa fanno i nostri archivisti tra le carte accartocciate degli archivi? Ci illustrano questa storia. E mi auguro che, attraverso le loro ricerche darchivio, venga fuori una ricostruzione della vita, che sarà estremamente ricca. Il passato è alimento del presente e dell'avvenire. Non c'è solo la vita delle persone, esiste anche quella della famiglie, che è proprio il fermento che rende chiara quella dell'individuo.

La storia! Il mio Istituto (Fratelli delle Scuole Cristiane) ha un grande collegio presso il Montegrappa; e presso il Montegrappa non c'è Milano, non c'è Venezia, non c'è Firenze... c'è, vicino, solo Bassano... Necessità particolari hanno portato a svuotare un settore di quell'istituto. Subito una dozzina di Università americane ha chiesto di venirlo ad occupare, selezionando in maniera rigorosissima 200 studenti. Per venire nelle Università italiane? Affatto! Si portano con sé i loro professori. E cosa vengono a fare? Vengono in Italia a respirare 3000 anni di storia... a Bassano!... nemmeno fosse Firenze...

Se si scomodano dall'America è segno che qualche motivo c'è pure: loro di storia ne hanno poca, ed avvertono il bisogno di un po' della nostra. Forse qualcuno di voi ricorda un autore francese, Lamartine, che chiamò l'Italia "terra dei morti", e ricorda anche un toscanaccio, il Giusti, che gli rispose per le rime: “Gino (Gino Capponi, studioso fiorentino), eravamo già grandi e là non erano nati». Noi eravamo grandi e là, in Francia, non erano nemmeno nati.

L'importanza di questa continuità storica. Saremo grandi se ci arricchiamo di tali esperienze. Pensate: c'è la luce accesa, sì, ma quanto si è faticato per scoprire l'elettricità ed utilizzarla con le lampadine! Quanto impegno! Quanta intelligenza! Quanti tentativi! E poi la medicina, l'automobile... Quanta tenacia! E' tutto un confluire di congetture e di intelligenza che arrivano fino a noi. Assimiliamoli, tramandiamoli, riscopriamo la profondità del tempo!

Tutti noi luesi formiamo una famiglia, non siamo isolati. Lo scrittore francese De Lamennais ha una pagina molto acuta in cui dice: non essere un albero solitario, durante l'inverno le raffiche di vento lo colpiscono, ne strappano le foglie, contorcono i rami e minacciano di svellerlo, d'estate il sole batte, lo colpisce in pieno e lo inaridisce. Sii bosco, assieme agli altri alberi per vincere le avversità!

Parlömma d'. Andömma a , antla val d'Sargnò. Ero ragazzino. Ricordo la vendemmia e uno spettacolo che osservai parecchie volte: ammiravo stormi di stornelli, a un certo punto arrivava la crivela, il falchetto, ne ghermiva uno, allora lo stormo faceva una corona in cui, in cerchi successivi sempre più stretti e veloci, avvolgeva il predatore, fino a capovolgerlo nel vento di mille ali ed a costringerlo a lasciare la preda. La comunità salvava l'individuo. Insieme, famiglia: vogliamoci bene! Scusate se la frase sa un po' di fiacco. Ma l'astio, la ripicca, l'invidia sono miscela così sterile e volgare! Hanno una componente corrosiva che procura l'ulcera in chi la ingoia! Questa associazione sia famiglia: riunitevi a volte davanti alla bagna cauda, attorno a un tavolo, o in occasione di una castagnata o spaghettata... insieme, famiglia, cantando.

Mi sono trovato una decina di anni fa in Savoia: professori piemontesi e savoiardi ci siamo riuniti in maniera serena e familiare, abbiamo discusso; la cena fu molto semplice e contadina; noi ci mettemmo a cantare. Un preside di Grenoble mi si avvicina e dice: “Soltanto voi, italiani, sapete vivere”. Lui francese: soltanto noi italiani sapevamo vivere... discutemmo, cenammo e cantammo!

Concludo: siamo nell'epoca dell'Europa, grandissima patria. Ma non esiste una grande patria senza la piccola patria. La grande potenzia la piccola. E' stato fatto un accenno intelligente al dialetto. Salviamo il dialetto! Il dialetto è qualcosa di strettamente personale, individuale: certe espressioni ce l'ha il dialetto e non la lingua italiana. E’ qualcosa di intimo: conserviamolo. Mi pare che la Regione abbia varato una legge che consente un’ora (o due) alla settimana di insegnamento del dialetto luese. Non del dialetto piemontese, ma del luese a Lu, del mirabellese a Mirabelle, dell'occimianese a Occimiano... perché non tutti i dialetti sono identici.

Lu muore, se lo lasciamo morire. Qui, in quest'assemblea, dimostra di essere molto vivo.

Chiudo con una proposta: questi lavori e questo impegno non possono andare dispersi, si devono tradurre nelle cose e nella storia. Propongo all'Associazione di curare l'edizione di "quaderni luesi", pubblicazioni senza periodicità, 50-60 pagine battute al computer e fotocopiate: costi contenuti. Ma che ci sia e resti questa documentazione storica di quanto si è fatto!

Un ringraziamento e un augurio; e l'augurio è questo: non stanchiamoci! Gli entusiasmi sono facili alla partenza, ma il tempo è una lima che rode terribilmente... rode, è vero, gli altri, ma quelli di Lu sono di un acciaio così duro che nessuna lima riesce ad intaccare.

Francesco Trisoglio