Al païs d'Lü, n. 10 (1988), p. 3

 

 

 

SUNADI E SUNADUR (prima parte)

Robi d’na vota

 

Due fratelli organisti

Nei tempi andati, quando i cori popolari erano lo sfogo naturale dell'anima canora della nostra gente, capitava che qualche strumento musicale accompagnasse il canto: fisarmonica e chitarra affiancate si associavano e si fondevano armoniosamente con le voci e creavano una sonorità di fondo e un'atmosfera, che vibrava di allegria e di fratellanza.

Ma l’incontro e la fusione dello strumento musicale con la voce umana diventava perfettamente armonico quando si trattava dello “Strumento Principe”, l'organo, e delle masse canore affiatate ed esperte delle nostre chiese.

Le tre Parrocchie e le due Confraternite avevano ciascuna il loro organo, in efficienza e attività di servizio: tutti installati a ridosso della parete di fondo, sopra l'ingresso, con la tribuna per i cantori, che però - salvo in certe solennità - stavano abitualmente nel coro dietro l'altare, ai quali si univa tutta la massa dei fedeli per i canti comuni.

Il più grandioso era - ed è tuttora, restaurato e ammodernato - l'organo della Madonna e poi venivano quelli di S. Nazzaro e di S. Giacomo, ancora efficienti, mentre quelli più modesti ma gloriosi della SS. Trinità e di S. Biagio sono stati smontati e dispersi dopo il crollo delle due Confraternite. Questi cinque organi sono stati per cinquant'anni suonati, curati ed amati da due eccezionali fratelli: l'Arcadio e l'Enrico Capra, organisti brillanti ed estrosi, l'uno maestro di scuola, famigerato per allegre stravaganze, l'altro impiegato comunale modello, ma più impegnato e più noto come maestro di musica, al quale ricorrevano e accorrevano allievi da tutti i dintorni e da tutti conosciuto come “u Ricu dla Trinità”.

 

L'uomo e la Torre

L'Arcadio, maestro della seconda classe elementare, doveva tenere a bada una scolaresca straripante e formicolante di... 72 alunni, nel così detto salone (l'attuale grande ufficio centrale del Comune) con metodi didattici personali, eccezionali e... brevettati.

Nei casi di maggior turbolenza, con un salto elastico ed elegante si issava sul piano di scrittura del primo banco di una delle quattro file, coi piedi fra uno scolaro e l'altro e poi di banco in banco - e per ogni fila - passeggiava su e giù agitando una lucida bacchetta "d'nisòla" e menando colpi secchi e centrati sulle teste arruffate dei più facinorosi, ottenendo un provvisorio silenzio e una calma d'attesa... Perché arrivava l'immancabile solenne mònito, declamato dalla vetta della sua alta statura elevata al pianale dei banchi e lanciato sulle teste e sulle spalle chinate di noi ragazzi divertiti e sogghignanti e ben risonante ancora nelle nostre memori orecchie, nei suoi termini lapidari: “Ricordatevi: anche se venisse un uomo alto come la torre, qui comando io!”. E la torre era lì, a due passi, sopra di noi, a far da misura a chi osasse spodestare il nostro... despota innocuo - salvo qualche bernoccolo lasciato sui testoni più testardi - che dominava dall'alto dei banchi come il Comandante di una Nave Ammiraglia e che poi dalla plancia di Comando, con un altro salto agile ed elastico, scendeva al piano della scuola e tornava ad essere il maestro estroso e bizzarro - figura ideale del gentiluomo alto, bello, slanciato e aristocratico - che di autorevole e di dispotico non aveva altro che due splendidi baffi irti, ritorti, appuntiti all'insù, che in quei tempi della prima guerra mondiale facevano concorrenza e forse potevano far paura a quelli del Kaiser!

A parte queste bizzarrie, era un bravo musicista che si faceva apprezzare al pianoforte e all'organo ed era lui che faceva “cantare” il poderoso organo della Madonna e quello brillantissimo di S. Giacomo ed era lui all'organo nelle grandi esecuzioni della rinnovata cantoria unitamente all'orchestra diretta dal fratello Enrico, e durante tutto lo svolgimento dell'anno liturgico, per cui tutta la sua vita è trascorsa fra cattedra e tastiera, ad erudire i pupi sull'una, con pedagogia avveniristica e fuori corso, a sollevare anime e cuori coll'altra, sprigionando sacri concenti vivacizzati da forti influssi di brillanti motivi e di romantiche arie del tempo.

Per tenersi in tono e ravvivare il suo estro, a metà mattinata “al pasava da la Gigiòt dal Cafè d'Burghë a pià u so bel cichêt chi dava dal brìiu e dl'ardimënt…!”.

 

“U Ricu dla Trinità”

Diversamente da suo fratello, l'altro bravo organista, l'Enrico, era di fisico più minuto, ma pieno di brio e di vivacità e imperava sugli organi di S. Nazzaro e della Trinità, anzi da tutti era chiamato “U Ricu dla Trinità forse perché è nato e cresciuto sotto il campanile della Confraternita e fin da ragazzo su quell'organo ha suonato ed è maturato.

Però le sue esecuzioni più brillanti e più seguite le faceva sull'organo di S. Nazzaro, più dotato di registri e moderno e poi perché la chiesa era parrocchia e molto frequentata.

La Messa domenicale del mattino a S. Nazzaro era un autentico concerto d'organo, perché a quei tempi erano molto più larghi gli spazi concessi dalla liturgia all'organo e così la bravura, l'inventiva e la profonda sensibilità religiosa dell'Enrico inondavano di melodie e di armonie delicate e ispirate le navate della chiesa e accompagnavano i sentimenti del popolo in preghiera. I tocchi delicatissimi delle sue magiche mani, le cascate e le volate di note sgranate con elegante e levissima agilità salivano dalle canne e vibravano sotto le volte, fra cielo e terra, allietando i cuori ed elevando le anime alla contemplazione dei misteri della fede e delle promesse eterne della speranza. Era musica sorgiva, spontanea che, lunghi dal distrarti, ti parlava dentro, ti concentrava e avvolgeva i fedeli in un incanto armonioso e in un'atmosfera spirituale di serenità e di grazia.

Per la notte di Natale tutta la popolazione si concentrava a S. Nazzaro, dove si eseguivano i più bei canti natalizi, preparati da “u Ricu dla Trinità che istruiva i cori, riuniva i più bravi fra i suoi allievi musicisti sulla tribuna dell'organo e insieme allietavano la Messa di mezzanotte con pastorali, inni, mottetti, nenie e ninne - nanne, accompagnate da organo e orchestra, che si protraevano oltre la Messa, a propagare gioia natalizia tra i fedeli ammassati e mai sazi di quella musica di... paradiso. Fra i più bravi di questo gruppo di allievi ricordiamo i violinisti Pierino Borghino e Angelo Peracchio, artigiani di mestiere, ma artisti nati nel cavare dai loro strumenti note calde e vibranti di sacro fervore che, insieme a quelle degli altri strumenti e all'organo, si univano alle voci angeliche dei cori, in una fusione di timbri e di suoni che rievocavano le armonie celesti profuse dagli Angeli sulla Grotta di Betlemme.

(continua)

Angelo Verri