Famiglia Cristiana, n. 37 (1996), pp. 64-66

 

 

 

 

Vocazioni a grappoli

Storia di un paesino che in questo secolo ha dato alla Chiesa 353 dei suoi figli

 

Della foltissima schiera di sacerdoti, religiosi e suore nati qui, 72 sono ancora vivi e operanti e ogni dieci anni si ritrovano tutti insieme. «Il nostro segreto? Famiglie pie, intrise di fede», dice il parroco. «Anche qui le cose stanno cambiando, ma speriamo che la nostra vigna continui a dare questi frutti».

La vigna di Dio è una piccola porzione di Monferrato generosa di frutti. Capita infatti che i 1.285 abitanti di un paesino chiamato Lu - una collina spalmata di case, chiese, campi e viti, a circa metà strada tra Alessandria e Casale - debbano la fama della loro terra non tanto agli eccellenti vini Doc lì prodotti, né alla pur signifi­cativa presenza di tre labo­ratori orafi, quanto al consi­derevole numero di voca­zioni femminili e maschili registrato nel corso del tempo: 353, dall’inizio del seco­lo; 72 viventi. Cifre record, senza dubbio.

Quest’originale gruppo, oggi composto per la preci­sione da ventisette suore, quindici sacerdoti diocesa­ni, trenta tra monaci e reli­giosi di vita attiva, ha per decano un arzillo prete-ar­chitetto, don Angelo Verri, giunto alla bella età di 91 anni («e otto mesi», precisa lui amabilmente civettuolo). Ha disegnato chiese in Pie­monte e in Sardegna come in California o in Messico, don Verri («ma non ho mai fatto una parcella in vita mia; ho sempre accettato, tanto o poco, quanto il com­mittente poteva darmi»); ha stretto amicizie importanti, come quella con l’ex amba­sciatore d’Italia a Washing­ton, Ortona; ha dovuto ge­stire situazioni delicate, co­me gli accadde nell’aprile 1945, allorché mediò tra SS e partigiani («Capivo e par­lavo un po’ il tedesco»), riu­scendo a ottenere la con­temporanea liberazione di alcuni prigionieri nazisti e di diversi ostaggi italiani.

Effervescente (viaggia in Twingo), gioviale, «buono e disponibile», assicurano al­cuni suoi confratelli, don Verri coltiva un’ambizione piccola piccola. Dare una sbirciatina al Duemila, data fatidica che, a Dio piacendo, supereranno di buon passo le due giovani “matricole” del gruppo, il trentottenne cappuccino, padre Angelo Borghino, e la trentatreenne suora salesiana, Mariella (Lella) Boccalatte.

C’è un momento in cui questa pattuglia di servitori di Dio è invitata a tornare al paese natio, per una setti­mana di preghiera, di rifles­sione, di incontri fraterni. Quel momento cade pun­tuale ogni dieci anni, tra la fine d’agosto e l’inizio di set­tembre, vigilia di vendem­mia. L’idea l’ebbe, manco a dirlo, don Angelo Verri. «Nel ‘46, al nostro primo ra­duno, ci ritrovammo in due­cento», ricorda don Mario Meda, 73 anni, attuale par­roco di Lu Monferrato. «Al­lora, c’erano 223 consacrati viventi su 2.900 abitanti. S’interessò di noi la stampa di mezzo mondo».

Vero. Riprendendo un dispaccio dell’agenzia di stampa United Press, il 10 settembre 1946 perfino il New York Times pubblicò al riguardo un articolo titolato “Unico al mondo” («...che questo paese abbia dato cir­ca il dieci per cento della sua popolazione alla Chiesa è un primato assoluto...»). Nella foto ricordo scattata mezzo secolo fa, oltre a don Verri e a don Mario Meda si ricono­scono anche don Cesare Meda, fratello dell’attuale parroco di Lu, nonché Gu­glielmo Capra, dei Fratelli della Sacra Famiglia di Belley. «Quell’anno io non c’ero. L’8 settembre 1946, infatti, facevo la mia pri­ma professione religiosa», confida Virgilio Castelli, 68 anni, anch’egli apparte­nente ai Fratelli della Sa­cra Famiglia. Fratel Virgi­lio ha una sorella minore che è suora salesiana e un cugino primo, Gianfranco Bisoglio, nella sua congre­gazione.

Le vocazioni a grappolo di Lu costituiscono un in­treccio di parentele e ami­cizie. «Mio fratello Alfre­do, morto chierico a 18 anni, era compagno di classe di don Mario Meda», racconta ad esempio don Giovanni Garlando, sacerdote salesiano. E a proposito di parentele, co­me non menzionare un di­scendente del beato Filip­po Rinaldi (1856-1931), terzo successore di don Bosco alla guida della fa­miglia salesiana?

 

«La secolarizzazione colpisce anche qui»

Inutile dire che sia il beato che il suo lontano pronipote, don Pier Gior­gio Verri, 53 anni, sono di Lu, paese che diede i natali anche a madre Angela Vallese (1842-1914), prima superiora missionaria sa­lesiana in Patagonia, a monsignor Evasio Colli (1883-1971), arcivescovo di Parma, amico di Papa Giovanni XXIII, a monsi­gnor Mario Cagna (1911-1986), che fu nunzio apo­stolico in Giappone, Jugo­s1avia, Austria.

Qual è il segreto di Lu? «Famiglie pie, intrise di fe­de, speranza, carità. Que­sto è il segreto. O meglio era, giacché adesso la se­colarizzazione colpisce anche qui», risponde pron­to don Meda. Che aggiun­ge: «Per quasi un secolo, una volta alla settimana, il martedì mattino, in conco­mitanza con il mercato, le mamme del paese, ma non solo loro, erano solite ri­trovarsi in chiesa per pre­gare. Tra le varie grazie impetrate, figurava anche quella di una vocazione re­ligiosa. Per tacere dei rosa­ri recitati in famiglia tutte le sere». Don Garlando, don Verri, fratel Virgilio confermano, ognuno ag­giungendo particolari at­tinti dalla propria perso­nale storia.

Che cosa rimanga di questo patrimonio spiri­tuale, abbiamo cercato di scoprirlo un sabato pome­riggio, in oratorio. I ven­tenni sono sei o sette, non di più. E solamente uno, fresco di laurea in giuri­sprudenza alla Cattolica di Milano, si dimostra ap­passionato al tema voca­zionale spiegando che lui si sente chiamato a un se­rio impegno laicale. Tra gli altri giovani, l’argo­mento non suscita emo­zioni di alcun tipo.

Uno, in            particolar mo­do taglia corto: «Lu deve in suo primato al fatto che fino a qualche decennio fa la sua era una società conta­dina, sostanzialmente po­vera. Mandare i figli in se­minario e le figlie in con­vento voleva dire garantir loro un avvenire sicuro e un certo grado di istruzio­ne, oltre ad avere bocche in meno da sfamare». «Questa è una lettura pos­sibile. Ma che non è vera per tutti e che non spiega tutto», riflette il parroco, laureato in teologia alla Gregoriana e in diritto ca­nonico alla Lateranense.

«Padre Valerio, al seco­lo Luciano Cattana, bene­dettino di Monte Oliveto, ora abate a Seregno, in provincia di Milano, giu­sto per dire un nome, ha 63 anni ed è figlio unico. Se le nostre non fossero state vocazioni sentite, certa­mente non avrebbero retto all’uragano degli anni Ses­santa-Settanta», conclude don Meda. «Lu continuerà ad essere una vigna bene­detta a patto che le nostre famiglie non voltino le spalle a Dio».

Alberto Chiara