Al païs d'Lü, n. 3 (1988), p. 3

 

 

 

U RE DA BÜSSI - Prima parte

Robi d'na vota

 

Credenze e miserie

In quel di Lu, ... “ant i bosc dal Bric d'Rösa... in bel dì aiònt vist... ü Re da bussi...”. Che è, che non è... il paese è in subbuglio... e il brigadiere... Ma fermiamoci un momento e facciamo un passo indietro. Tutti noi, ora anziani o vecchi, abbiamo avuto abituali e confidenziali rapporti con i nostri nonni e le nostre nonne e anche con i vecchi del vicinato e del paese e da questi “patriarchi” abbiamo appreso molte cose che si riferivano alla vita, alle usanze, alle leggende del loro passato e costituivano parte notevole del loro patrimonio culturale, legato ad antichissime tradizioni.

Erano depositari anche di notizie, storie, credenze, giunte fino a loro un po' vaghe e spesso deformate, sempre utili comunque per ricostruire e conoscere vicende, situazioni sociali e ambienti culturali di una volta.

Se parlavano della loro vita di secolare dipendenza dai pochi “signori” erano miserie, fatiche e crudeltà a non finire, quando la sorte dei giovani, dall'età dei 10-12 anni, era “d'andà a fa' u servitù” in qualche cascina della piana, per mangiare “in chigiar d'amnestra” seduti un gradino della scala, “e andà drumì ant'al gripiô d'la stala. E per le ragazze non c'era altro che andare a fare la serva.

Da grandi e già con famiglia, c’era poco da scegliere: “o andà a fa u sciavandè o andà a giurnà alla mercé dei “grossi”. Anche le donne andavano a giornata, “anche ammà da mesdì neûcc.

E se parlavano dei “signori”, oltre la descrizione in termini fantasiosi delle loro agiatezza e di certe “smurbità”, accennavano di sfuggita a oscure vicende di prepotenze e di vendette, a trabocchetti misteriosi e a orribili pozzi irti di lance e di lame, ove precipitavano i loro nemici.

Leggende e fantasie

Ma accanto a queste fantasiose rievocazioni e alle disagiate condizioni economiche e sociali, affiorava l'umanità, la semplicità e la serenità della vita familiare e rurale, venivano fuori graziosi racconti e gentili aneddoti di vita paesana, canzoni e filastrocche ingenue e argute e poi le melodiose cantilene che accompagnavano il sonno dei bambini. Storie sacre e miracoli di santi erano trasmesse per via orale, come il martirio di San Valerio, arrivato fino a noi dai primi secoli del Cristianesimo.

Nelle ultime generazioni si avvertiva ancora la sopravvivenza di antiche credenze popolari e di certe marginali superstizioni, dure e morire: si parlava di fantasmi che apparivano qua e là, sbattendo e trascinando catenacci, con un fracasso infernale e così qualche buontempone, di notte, con un lenzuolo in testa e un lume in mano, ha spaventato qualche poveraccio, che tornava tardi e brillo a casa sua.

Si credeva fra l'altro che ci fosse ancora in giro qualche strana e paurosa bestia e come termine di paragone per indicare mostruosità e ribrezzo, ancora adesso si dice: “u smìa na lùdaria! e nessuno sa a quale animale si riferisca.

Riprendiamo così la famosa “Storia du Re da büssi e anche se per noi è un'espressione fantasiosa e senza senso, non lo era per quei tempi, quando “il magico”, “il misterioso” e “il mitico” e “il fiabesco” esercitavano ancora un fascino morboso sulla fantasia popolare, per quanto anche oggi siano in grande voga maghi, astrologhi, streghe e fattucchiere...!

Bisogna sapere, dunque, che ancora sessant’anni fa si parlava, tra il serio e il faceto, di questo fantasioso essere, vera “bestia rara”, “u Re da büssi”, che, in base ai particolari riferiti da uomini o donne che di volta in volta l'avrebbero intravisto, era un “serpentone” lungo circa due metri, “pi gross che in timô da barosa”, con la testa grande come un melone, “in mur uìss e na creûsta russa da gal.

Gli occhi verdi e fissi, con lunghe ciglia “chi parplavu e t'ancantavu. La bocca larga e orlata di giallo e una lingua rossa e biforcuta “cà la türa j'usè, la ciapa i rat e anche i livròt”. E qualcuno più informato degli istinti della bestia aggiungeva: “E s'ai lu parsìpitu, u sbriva anca la gënt....

“E sta listoria” parecchi di noi l'hanno ascoltata tante volte e proprio da qualcuno che credeva di aver incontrato o intravisto “u Re da büssi, ant i bosch dal bric d' Rösa”, che era “il regno” indiscusso da tutta la tradizione.

(contìnua)

Angelo Verri