Al païs d'Lü, n. 5 (1988), pp. 3 e 8

 

 

 

Amstè màgar e arsùrsi d'la miseria prima parte

Robi d’na vota

 

Sguardo impietoso

Coi tempi che corrono e col progresso che ci incalza, riesumare certe usanze e certe attività, sia pur marginali, dei nostri vecchi e del tutto disdicevoli per noi che ci riteniamo civili può essere un grosso rischio. Perché trattare certi argomenti, toccare certi tasti, ficcare il naso e rovistare in certi risvolti della grama vita di tanta povera gente, può sembrare una crudele curiosità e quasi una diffamazione della nostra antica civiltà contadina.

Con tante belle tradizioni paesane, ricche di valori umani e spirituali che sono il patrimonio più prezioso che ci hanno consegnato i nostri avi, un lettore moderno - che si sente civile, colto e... raffinato - potrebbe insorgere e protestare: ”Ma se chi taca as antiquari d'andà a narisà ant la ratatùiia e sgrapià ant l’armënta... bela roba!...”.

Con tutto ciò, affrontiamo il rischio e gettiamo sul nostro passato ancora uno sguardo..., sempre curioso e questa volta anche impietoso, che arriva lontano e risale a oltre sessant'anni fa, quando chi percorreva le strade che si dipartono dal nostro paese avrebbe facilmente incontrato, lungo le varie direzioni, alcuni ragazzotti muniti di un vecchio secchiello o di una latta arrugginita, “o magara d'in ran tulô tüt bargnaucà e qualcuno con un rozzo carrettino che trascinava allegramente dietro di sé.

l'eru tücc bardasòt tra i dès e i quënz'ani, sbardlà per al strà” che ogni tanto si fermavano e si chinavano a raccattare qualcosa che in generale tutti trascuravano ed... evitavano: “resti organici”, “rifiuti biologici”, diremmo noi evoluti e superbiosi intellettuali..., ma per loro erano proprio l'oggetto delle loro ricerche, la preda della loro caccia, tanto che se la disputavano vivacemente, rispettando però certe regole stabilite... “ab antiquo” come quella del “chi per prüm al la tucca, as la piija”... Ed ecco sfiorato... anzi centrato l'argomento, piuttosto scabroso, in verità, e che potrebbe mettere a disagio chi lo deve affrontare. E invece, con semplicità, chiarezza e un pizzico di orgoglio... professionale, entriamo nel vivo, memori di un'antica esperienza giovanile e stimolati proprio dal fatto che lettori e lettrici attuali sono tanto lontani dall’immaginare attività del genere - svolte poi in perfetta letizia e con spirito di emulazione sportiva - che vale la pena di informarli e di ragguagliarli.

 

“Spüssa per spüssa...”

Non tutti sono preparati a capire certe situazioni economiche del passato e ad accettare la rievocazione di tristi e umilianti realtà, ormai lontane e cadute nell'oblìo e qualcuno - ripetiamo - potrebbe ritenere inopportuno e controproducente ripresentare antiche miserie e miserande risorse piuttosto... maleodoranti all'attenzione di lettrici moderne, eleganti, istruite, sofisticate e di lettori evoluti, colti, raffinati, pulitini, tutti, gli uni e le altre, olezzanti di profumi stranieri e tirati a lucido con brillantine “d'marca Vatlapià”.

E allora?... Fatte queste educate premesse e diplomatiche precisazioni..., cambiamo registro e con piglio e coraggio strapaesano diciamo subito, a bruciapelo e a viso aperto, che “spüssa per spüssa” è molto più gradevole al nostro fiuto paesano l'odore sano e vigoroso di un buon “letame” ben maturato, che non l'acre fortore artificiale di certe creme, lozioni e brillantine nauseanti, “c'at tacu an tu nas, at tacu ant la gula e, pardôn... at fon amnì gomit...”... “E adèss ca jômma sautà 'I foss, pudômma parlà sënsa gena anche dal miserii e d'i amstè magar di noce vecc!”.

 

“Na furcà d'aliàm”

Più che di attività indecorose, si tratta di ripieghi e di adattamenti a necessità estreme di chi aveva poco o nulla al sole e allora “as tacavu anca a i'arnunsiô e al faruaii chi lasavu adrè iacc: e i cascàm” lasà drera ans la strà dal bestii d'iacc i'eru na stissa d'or cìtta cìtta c'as trasfurmava ant na furcà d'aliàm...”.

E nessuno si sognava di irridere o disprezzare chi ricorreva anche a questi espedienti, anzi si segnalava e si portava ad esempio qualche raro “campione” che con tali minimi mezzi, ma con tanti sacrifici e fatiche “l’era rivà a crumpà in fasulêt d'tera e in gram casòt” e qualcuno diventare perfino “in particularòt” e arrivare addirittura ad essere “Qualcuno” nella scala dei valori agricoli e sociali.

Casi rari e forse idealizzati, ma reali, che sono come un fiore solitario nato in un mucchio di immondizie, che ben rappresenta il terreno di operazione e... la qualità del prodotto, autentico scarto usato come materia prima per ottenere quel vituperato e prezioso “letame”, che era e deve tornare ad essere principio e base della fertilità delle nostre terre e potenziale di vita per le nostre colture: senza di esso l'agricoltura muore.

Di fronte ai disastrosi inquinamenti provocati da micidiali prodotti chimici, che rovinano il nostro ambiente e la nostra gente, il ritorno all'uso del “letame” naturale efficace e innocuo è salutato e auspicato da tutti gli amanti della natura e della vita.

 

“Andà a buasi”

A quei tempi, prima dello sviluppo industriale, tutti i proprietari grandi e medi tenevano bestie da lavoro e da allevamento e quindi disponevano di “letame” sufficiente per i loro fondi. “Ma chi ca l'ava ammache in gram avgnòt e 'I pudiva nënt manteni o n'asu o na grama vaca, as dava da tur e 'I mandava al masnà, specie i fiulòt a cöii al buasi per la strà” che presentava abitualmente lunghe e svariate file di rifiuti lasciati giornalmente dai numerosi animali in transito.

Per cui questo traffico e questo movimento per le strade era in mano ai ragazzi, che univano l'utile della raccolta al dilettevole dei giochi inframmezzati e delle corse a rotta di collo dei fortunati possessori di carrettino, che “facevano la bicicletta” seduti sui loro veicoli rudimentali, lanciati lungo le discese “du Rundò, dla Muntà, dla Caplêtta e da l'iatri strà”.

Questa prosaica occupazione, ultima risorsa nella scala dei valori agricoli, veniva indicata con una espressione realistica un po' cruda e molto scanzonata, "andà a buasi", che non pretendeva “pari dignità” con le altre analoghe “andà a parlì”, andà a giurnà”, andà a sapà”... ma esprimeva umilmente l'impegno in un lavoro, il più povero fra i poveri...

Per tanti ragazzi era un modo di occupare il tempo libero dalla scuola, specialmente nella bella stagione ed era un'ottima occasione di divertimento vario e allegro, perché anche la raccolta competitiva dei... “residuati” stradali si svolgeva come un gioco e una gara di destrezza e non come una fatica.

Difatti soltanto qualcuno fra i più grandicelli, finite le scuole elementari, si distingueva per maggiore costanza nell'impegno e otteneva risultati significativi e invidiati nella raccolta di questi ricercati rifiuti e allora poteva essere indicato e qualificato, a voce di popolo, come “buasareu”, ma il titolo non aveva validità professionale, perché l'attività svolta era sempre saltuaria, sportiva, a reddito incerto e variabile, sempre infimo, sicché era considerata “in amstè magar che più magro non si può.

I generici, il gruppo cioè dei ragazzetti meno attrezzati, più attenti al gioco che al... profitto, si consideravano fra loro dei dilettanti e non prendevano molto sul serio il loro impegno, che svolgevano specialmente nel periodo delle vacanze, acconciati in modo adeguato e adatto al genere di raccolta rognosa e giocosa! Erano scalzi, le brache a brandelli, con la proverbiale “patënta” posteriore, fermata sui fianchi da due bottoni, che scherzosamente era anche chiamata “l’isara” in riferimento allo sportellone posteriore dei carri e “di tumbarè che permetteva lo scarico a cascata dei materiali sfusi.

Portavano camiciole rabberciate alla meglio, lerce e chiazzate, mezze infilate nelle brache e mezze al vento: all'aspetto erano tutti trasandati, sbracati e scamiciati e il loro comportamento era quello pittoresco e innocuo “di barabòt alegar e spensierà”.

Per selezione spontanea appartenevano a diverse categorie, secondo l'attrezzatura e l'età: anche per loro l'anzianità faceva grado e “e po' chi ca l'ava ammà na grama tola” non poteva andare molto lontano e faceva il piccolo cabotaggio nelle stradine secondarie, mentre chi era munito di un carrettino, anche minuscolo e malconcio, faceva raccolte ben più consistenti su lunghi percorsi.

(continua)

Angelo Verri