Al païs d'Lü, n. 8 (1988), p. 3

 

 

 

Canti suoni e balli (seconda parte)

Robi d’na vota

 

“La Trinità e San Biàs”

Insieme al canto popolare, che potremmo qualificare come "profano" e invece preferiamo ritenerlo "paesano", prosperava il "canto sacro"; che coinvolgeva tutta la popolazione nelle normali e solenni celebrazioni liturgiche, ma che aveva le sue più spiccate espressioni nei Cori famosi di S. Nazzaro e di S. Giacomo, costituiti rispettivamente "dai Batü dla Trinità e dai Batü d'San Biàs". Il coro della Madonna ai nostri tempi era già malridotto e spento.

I Confratelli della SS. Trinità avevano la cappa rossa e quelli di S. Biagio la cappa bianca, si affiancavano nelle processioni e nei funerali e si riunivano tutti insieme in certe particolari solennità nelle loro singole Chiese, mentre restavano distinti nelle celebrazioni normali dei loro uffici e dei loro cori nelle rispettive Chiese della SS. Trinità e di S. Biagio.

Erano loro i componenti più qualificati dei Cori parrocchiali di S. Nazzaro e di S. Giacomo, che potevano disporre di buone voci e di eccellenti Capi coro - di solisti non si parlava - e tutti erano parte del Coro numeroso, potente, amalgamato.

L'attività di questi due cori parrocchiali nei tempi lontani si svolgeva durante le Messe cantate nelle grandi solennità con la esecuzione di testi gregoriani antiquati e adattati al gusto del tempo, caduti poi in disuso con la riforma gregoriana. Dopo la Messa cantata e come impegno di tutti i pomeriggi domenicali e festivi venivano i Vespri, che offrivano una varietà invitante di canti, che scatenavano energie canore e gare di bravura fra i più quotati e rappresentativi Campioni del "Canto fermo". Salmi, inni, sequenze e "antifone del tempo liturgico" venivano abbordati con sacro fervore e, siccome tutti i canti si eseguivano a versetti o a strofe alternati, la massa sempre compatta del popolo faceva degnamente la sua parte, rispondendo con una coralità piena, diffusa e spiritualizzata alle bordate poderose, lanciate dalle surriscaldate ugole dei coristi in piena forma.

 

Capi e gregari

I campioni e i tipi più caratteristici di questi Cori parrocchiali, ancora negli anni venti e trenta, erano "u Cichë d'Crispa" capo indiscusso "d'Sanasà" e "al Flipòt" dominatore riverito "d'San Jacu", che avevano ai loro fianchi, l'uno "al Pidrë d'Sculastica e u Ricu d'Tënco", l'altro "Tunadë, Bevilacqua e al Pipinu d'Scüd" e tutti gli altri "qualificati personaggi" delle due apprezzate Corali.

Faceva spicco per suo conto un tipetto minuscolo e informe, tutto raggomitolato dall'artrosi, con un bel testone incassato nelle spalle:"al Camillu d'NasuIà", ciabattino, che con le sue mani rattrappite e nodose rabberciava faticosamente "al savati e i scafarot dla povra gënt". Si trascinava a stento, ma era sempre presente, anche i giorni feriali, per cantare negli uffici funebri "e anche per ciapà cula poca miseria d'set o ot sold" e si faceva notare per la sua voce alquanto stridula e gutturale, di potenza sproporzionata alla pochezza del suo fisico tormentato e contorto.

Invece il prestigioso Capo cantore "d'Sanasà, u Cichë d'Crispa" era un bel vecchio, robusto e autorevole, che presiedeva e guidava il coro e negli intervalli esprimeva confidenzialmente i suoi giudizi su canti e cantori...

Memorabile quello sul suo collega, ma suddito, "Sculastica" tenuto sempre al piano inferiore, davanti a sé: tutti lo chiamavano solo col nome di sua moglie e non si sa perché e aveva una potente e armoniosa voce da basso profondo che oscurava quelle di parecchi colleghi.

Nelle pause fra un versetto e l'altro dei salmi, Crispa sussurrava mezze frasi per volta  all'orecchio di un giovane sacerdote seduto accanto a lui: "a l’à na vus da tor... ma al va cme i beu a la mëlia... amsò tenlu an rêdna... sadnò am tira tücc feura d'carsà... !" e alla fine del salmo concludeva: "L'è nënt anfurmà dla nota!". Difatti "Sculastica" cantava a orecchio e se la sbrigava benino e parecchi altri, che nelle antifone speciali tentavano di seguire su e giù le note del librone issato sull'enorme leggìo, desistevano l'un dopo l'altro lungo il percorso, lasciando via libera a "Crispa" che "anfurmà dla nota" arrivava trionfalmente solo, e a note calcate e spiegate, al traguardo. Nell'altro campo, cioè nel Coro di S. Giacomo, il dominatore assoluto "a l’era al Flipòt", certo il più dotato e il più artista fra i cantori di spicco, "perché l’era nënt ammà anfurmà dla nota" cioè conosceva il solfeggio, ma sovrastava tutti con la sua voce pastosa e vibrante, emessa fluidamente "ore rotundo" cioè a bocca rotonda, tecnicamente perfetta, da baritono classico, che solo in certe ricorrenze rarissime si riservava - caso unico - di cantare da solista un trionfale e fiorettato "Tantum ergo" del maestro Speranza, con l'accompagnamento di fantasiosi e trillanti svolazzi dell'organo, brillantemente suonato dall'estroso maestro Arcadio, il più eccentrico e disinvolto organista di quei tempi, alto, aristocratico, stilé e con due baffi irti e appuntiti da surclassare quelli del Kaiser.

(continua 2)

Angelo Verri