Al païs d'Lü, n. 7 (1988), p. 3

 

 

 

Canti suoni e balli (prima parte)

Robi d’na vota

 

Canti di ieri

Silenzio, pace e serenità era l'atmosfera che avvolgeva i nostri paesi ancora non molti anni fa: ed era una nota festosa il canto solitario, che qui e là si levava dalle umili case, brillante e squillante di giovinezze in fiore, tenue e carezzevole di mamme chinate sulle culle a dondolo, pacato e sommesso di uomini affaccendati nelle stalle e nei cortili.

Qualche muggito lamentoso, qualche nitrito trillante e qualche raglio altisonante e sincopato non rompeva l'incanto della diffusa quiete dell'ambiente paesano. Il martellar dei fabbri a intermittenza risuonava argentino e scandito nell'aria immota, mentre il ronzio metallico delle prime seghe elettriche dei carradori si insinuava a tratti a disturbare la sovrana immobilità delle cose.

Per le strade non si sentiva che il cigolìo di qualche lento carro agricolo, “na barosa cun al röui sgravasaii e malônci, chi scrussu e i dindòlu”, le zampate lente e cadenzate dei buoi, lo zoccolare accelerato e battente di ben ferrati equini, che segnavano il ritmo della vita e del lavoro artigiano e contadino.

 

Rumori di oggi

Il primo sussulto, il primo turbamento, il primo rombo che rompeva l'incanto della nostra secolare quiete fu lo sbuffo esplosivo degli stantuffi della macchina a vapore (“la machina da feu”) accompagnati da quei ritmici tonfi - tun, tun, tun... - che metteva in moto il “volano” (“l’arualô”) il quale trasmetteva il movimento alla trebbiatrice con una robusta cinghia - “u scuriàs” - e tutt'e due insieme, “machina da bati e machina da feu, i favu in burdèl du diau e i sbrunsivu cun na forsa ca t'anlurdivu e cui chi travaiavu a sutta i'amnivu surd cme na gaba e s'antandivu a sêgn, ammès an puvràss c'at fava brisà jeucc e 't gavava ‘l fià.

Rumori e polveroni crebbero vertiginosamente con le prime moto, le prime macchine, le corriere, gli autocarri, i trattori, le mietitrebbie, questi mostruosi dinosauri, che sono indubbiamente utili, e tutti insieme ci danno il pane, “ma prümma m'anciuccu!”. La poesia degli incantevoli silenzi agresti è un ricordo nostalgico di qualche buon vecchio, frastornato dal turbinìo vorticoso della vita attuale e può essere un desiderio utopistico di qualche isolato “benpensante”, ancora immerso nel mondo e nel tempo che fu.

Siamo nostalgici anche noi... interessati alle tramontate e memorabili espressioni canore e sonore, risonanti sull'onda dei secoli, cariche di ben nota, assaporata e vissuta intensità emotiva, che erompeva dal cuore della nostra gente semplice, concorde, espansiva... E anche noi, eredi solo degli echi e delle risonanze di un patrimonio perduto, ritorniamo col pensiero e non senza rimpianto ai canti di una volta, ormai sommersi da altre dirompenti ondate d'urto e sopraffatti da bordate invadenti di discordi rumori progressivi e progressisti

 

Canzoni di repertorio

Questi nuclei corali formati dai membri delle “Compagnie” e da aggregati occasionali avevano un repertorio comune di vecchie canzoni e di altre meno vecchie, risalenti al secolo scorso o nate al tempo della prima guerra mondiale.

Alcune fra le più patetiche, a sfondo tragico, storico o sentimentale, avevano una arcana potenza suggestiva sull'anima popolare, quando venivano eseguite da masse compatte e affiatate, come avveniva in occasioni particolari, come la sfogliatura delle pannocchie di granoturco nelle grandi cascine, che richiamavano molti volenterosi e si formavano così cori spontanei e poderosi di voci virili e di voci bianche, riunite e fuse in esultanti e armoniche ondate sonore che salivano nella notte stellata e si diffondevano per colli e per valli.

I più vecchi di noi superstiti ricordano ancora le parole e le note della famosa “La Venezia”: O Venezia, tu sei la più bella - E del mare tu sei la più forte. Gira l'acqua intorno alle porte - Sarà difficile poterla pigliar!

E poi veniva la triste storia e il rimpianto della monachella per forza, che diceva: “M'han tagliato i miei capelli m'han rubato la mia beltà. Cresceranno ancor più belli - tornerà la mia beltà!

I più giovani cantavano di preferenza le due seguenti: “Il ventinove luglio - al maturar del grano. È nata una bambina - con una rosa in mano...”; “Moretto, Moretto - È un bel giovinetto. Che porta i capelli - all'onda del mar...!”.

E tante altre vecchie canzoni, che in parte qui citiamo di sfuggita: oltre le classiche “la Viuleta la và, la và” e “Dona lumbarda...”, “quel mazzolin di fiori...”, “Sul ponte di Bassano...”, quelle di guerra, “Ho lasciato la mia mamma...” e quella tragica “La tradotta di Torino - Che a Milano non si ferma più. Ma la va diretta al Piave - Cimitero della gioventù...!”.

E poi quelle allegre della leva: ”Macchinista, macchinista d'Alessandria. Spingi, spingi la macchina avanti...”, “O macchinista della stazione...”. E per finire, quella ridanciana di sapore strettamente locale: Cme nui jè nonc la rasa, là là... leru; leru, leru... Da ciucchi jè nûn c'am pasa, là, là... leru, leru, là...!.

Le occasioni di cantare alla grande e a voce spiegata le più belle di queste canzoni, le più adatte per cori numerosi e per molteplici voci “a ieru i bei strop c'as furmavu per sfuià la mëlia al Boba, a l'Ernesta, a la Sgarbusa e ai ca­sinà e po' anche per la vandümia a cà di gros, cun tonta gënt, om e doni, chi travaiavu e as divertivu, cun di cont ca i'arligrivu e i sulevavu al coeur e as davu bota e risposta d'an bric a l’at”.

E anche d'inverno i canti si sprigionavano dai gruppi riuniti nelle stalle più frequentate dai giovani, specialmente quando correva qualche bicchiere di vino o si facevano le modeste ribotte di fine stagione, per godere i pochi soldi racimolati nelle gare a carte fra diverse squadre, i cui utili andavano nel mucchio comune.

Questo modo di impostare e condurre il gioco richiedeva parecchie settimane e così si diceva “Ant la stala dla Milla e ant la stala d'Finot i fon la 'partìia' ” e lì si riversavano i più validi giocatori di carte che, dopo la concentrazione delle partite e l'animazione delle discussioni, “as bagnavu 'I bec, s'arfialivu in poc e po tücc ansema i'andavu drera a na brava dona ca l'antunava na ninna - nanna dal nostri noni” che saliva al cielo come la preghiera della buona notte.

 

Compagnie corali

E non erano solo le voci solitarie che si sentivano echeggiare sommessamente qua e là fra le nostre case, ma erano cori ben affiatati che in ogni stagione, di pomeriggio, di sera e a certe ore di notte e in tante occasioni si sentivano levarsi e risuonare sommessi o poderosi un po' da tutti gli angoli: dalle stalle d'inverno, dalle cantine in tutte le stagioni, dalle aie delle cascine durante la sfogliature delle pannocchie di granoturco, da tutti i bricchi e dalle pendici delle colline durante la vendemmia.

La vita comunitaria e associativa si esprimeva nei vari gruppi che frequentavano i vari caffè, i vari circoli (la Società cattolica S. Valerio, il circolo giovanile, “u circu di sgnuri, per poic privilegià e un'unione sportiva, di breve durata), ma l'organismo più vivo e pratico era costituito dalle “Compagnie”, che riunivano per aggregazione spontanea amici della stessa età e degli stessi gusti ed erano gruppi omogenei di giovani, di uomini maturi e di anziani, che avevano come unico scopo di passare insieme i pomeriggi delle feste e le serate libere.

S'incontravano nella tarda mattinata della domenica sulla piazza in attesa della Messa grande e al pomeriggio generalmente “a la Pëisa”, quando si svolgeva il programma sociale, che era una specie di... processione laica, con stazioni obbligate: se qualcuno faceva un passo al caffè - allora non si conosceva il Bar - non si fermava molto, perché lo svago maggiore specialmente per i più maturi era quello di fare il giro delle cantine dei singoli membri, cioè in gergo “andà a convi e a linfarnòt”.

Ciascuno di essi decantava il proprio vino ed era una gara sempre aperta a chi l'aveva più buono: ”i sagiavu al vaseli, buinda al furêt, i drubivu al so butti stiviaii, i ciardlavu d'suchì e d'sulà e i favu anche i dificili:... sì, l’è bel ariônd, l’à in poc d'arsënt...; o püra: ‘l’a dla sustonsa, l'è brilont... ma l'à nent cul zêc... cul brìu ca veui dì mi... e via di seguito con assaggi e ripetizioni e giudizi sempre più lambiccati, finché “i'amnivu tücc in poc ariônd e quocadûn pitòst ambardà al cminsava a daji in brogg e allura tücc a i'andavu adrè e i davu di cont, ca i'arligrivu 'I coeur!”.

E così “d'an canvòt an at, da na vasela a l'atra, a passo lentissimo e soste prolungate, con intermezzi canori sempre più brillanti, facevano venir sera e ciascuno, anche se “alegar e in poc carià, l'andava a cà dricc cme 'n füs, sënsa dà la vota, perché anca ant l’aligria amsò saveisi... riguilà!”.

Altre “compagnie” specialmente di giovanotti svolgevano il loro programma... a percorso obbligato, dopo cena e facevano le ore piccole specialmente il sabato sera e spesso improvvisavano sul tardi uno spuntino – “na cita ribota” – con salame, formaggio e... “anguilla marinaia, ca l'era na gulusità per cui tëmp... e a l’ansigava a bëivi...”. Allora erano canti a non finire e ogni compagnia sfoderava i suoi pezzi migliori e sfoggiava i suoi campioni dalla voce tenorile, “chi favu da prüm e as tiravu drera la massa di sigônd e di bas e ai la favu sbrônsi... fin ca i'avu dal fià!”.

A notte alta era normale il risonare di un coro all'aperto, proveniente da un cantone o dall'altro paese, con acute voci guida che lanciavano le note alte, mentre i generici facevano da bombardini e da tromboni, con note medie e profonde che facevano vibrare misteriosamente l'aria nell'oscurità della notte. L'esecuzione di questi canti popolareschi e sbrigliati la si indicava scherzosamente con la tipica frase “locale”: “dàji in brogg cioè lanciare un bel muggito... collettivo!

(continua)

Angelo Verri