Al païs d'Lü, n. 5 (1989), pp. 3 e 8

 

 

 

Macchiette e vedette. Tra riboti balusadi e fularià (terza parte)

Robi d’na vota

 

Vita a due tempi

Più vicino a noi, ma ancora al tempo in cui si conservavano antiche usanze e tradizioni locali, ha vissuto e operato in paese un artigiano di notevole abilità tecnica e di vivace e spiritosa socievolezza, tipo estroso che dominava l'ambiente nostrano con un certo suo stile personale fatto di arguzia e filosofia paesana: si chiamava Azeglio e per tutti era “u Zeliu”, nome unico in paese per un uomo unico nel suo genere. Ha vissuto a cavallo di due epoche, e da protagonista nella fase finale dell'una e nella fase iniziale dell'altra, e può essere considerato un autorevole mediatore del passaggio dal vecchio al nuovo perché ha vissuto abbastanza “per andà a la moda vegia e per pasà a la moda neuva”, seguendo quella rapida evoluzione che, nello spazio di una generazione, ci ha portati “da la cubia d'beû ai tratùr, da la barosa e u tumbarè al camion, dal cavà e da l'asu a l'auto, da l'amsura e dal cavagli a la mietitrebbia e dau scuvêt, dal bifêt e da la machina ans spali, cun la pômpa e i get, a l’elicottero...”. E lui, fino a qualche anno fa, “u rangiava ancura al machini da dà l'aqua per tücc i paìs da chi tur e 'nnu fava an­che dal neuvi... e antont d'adzuri da la testa ai cmensava a visulà e a tamburnà cui uslàs che adès i sbardelu al verdaràm ans al pochi vêgni chi resta, cun dal côui d'nivuli chi smiu la cumeta di Re Magi”. Proveniva da una famiglia artigiana di gente prestante e ben portante e il padre era qualificato come “al Moru d'Palô”, forse perché, ben piantato com'era, impressionava per la sua altezza, paragonabile ad un robusto palo da telegrafo: allora i grossi pali della luce elettrica non c'erano ancora e si andava a carburo per i pochi lampioni stradali, a petrolio per lucerne e a olio per i lumini a becco con lo stoppino. Da giovane lo Zelio aveva imparato il mestiere e poi lavorato a Genova, e ha fatto anche un anno di guerra come “ragazzo del '99”. Il resto della sua vita, che fu lunga, l'ha passato fra noi, dominando con la sua versatilità e la sua “verve” e anche con la sua statura la scena variabile e leggermente mossa della vita spicciola del paese.

 

Officina universale o “Beûcc dal Magu”?

Grond cmè na pertia, strivè, cun na tuta d'in vardulën smarvà e tonti sacoci, u rivava a la Pëisa in poc cul spali rissi e cul mân an sacocia, u dava n'ugiada atùr sa iera dal nuvità”, scambiava qualche frettolosa battuta coi passanti e si infilava nella sua “officina tutto fare”, vero “atelier universale” appiccicato all'Abside di S. Giacomo, come fregio - quanto mai deprecato - della piazza e a dispregio del bel campanile, che mal sopportava l'ignominia di quella catapecchia, ora lodevolmente abbattuta. Non era colpa dello Zelio che l'affittava e la nobilitava con il suo lavoro e la sua bravura: la ricordiamo come una specie di “Antro dell'Alchimista”, ma a destinazione agro-meccanica, “cun lameri, canà, pômpi e stivii, amsuri e fer da sià, màchini da surfu e da dà l'aqua, antreii o a toc sbardlà in poc dapartüt e s'ai n'era d'i arnèis da rangià e d'anualà, i drucavu tücc ant cul beûcc dal Magu e lüi - con filosofica pazienza e amena cordialità - ai dava tedia a tücc, doni, omni, e 'qualificati personaggi' e ai iì mandava a cà cun i so badanài chi funsiunavu”.

 

“Covo Super-Star”

La spiccata personalità e il prestigio paesano di questo artigiano eclettico e versatile attirava in quel “Buco” ogni sorta di gente, dagli sfaccendati scocciatori, liquidati speditamente da efficaci lepidezze, agli amici di ogni strato sociale, fino a personaggi di un certo rango, che tenevano rapporti cordiali con questo estroso e brillante esemplare di popolano aristocratico. E così questa frequentata fucina artigianale si trovava ad essere anche il crocevia del pettegolezzo “local-chic”, il centro di diffusione delle novità curiose o piccanti e anche il deposito provvisorio di prodotti di alta gastronomia dolciaria di indiscussa invenzione e produzione luese. Difatti a Natale il covo del “Mago Alchimista Super-Star” diventava il ricettacolo di prelibate leccornie, inviate dal “nostro” Gigi Viale, padre e padrone di quella “Bistefani” che non è nata a Lu solo per caso, in quanto il suo fondatore si è spostato distrattamente solo qualche chilometro più in là, ma è sempre di Lu, sempre a Lu, radicato, imperniato e ancora impegnato nell'Amministrazione di Lu. E se non è più lo Zelio a distribuire agli amici quei deliziosi doni natalizi, perché promosso dal Padrone dei Padroni a più alte sfere, è ora il Bruno che da altri “sgabuzzini” tira fuori quel ben di Dio prodotto da uno di noi... solo un tantino più bravo di noi - che siamo tutti in gamba! - e ha fatto un po' più di strada e di fortuna e ha confermato per conto suo e per conto nostro che... “cme nui iè nonc la rasa....

 

“Paciadi a tüt'agl'iuri”

U Zeliu mecanic, tulè, idraulic e rangiatüt a l’era po' in autista principe”, di lunga esperienza e di raffinata professionalità: teneva in pugno il traffico di piccolo cabotaggio, ma affrontava anche percorsi lunghi, difficili e faticosi. Per una cosa o per l'altra era un… ricercato speciale e le sue prestazioni artigianali erano svariatissime. Ma lo cercavano anche per le combriccole di allegri festaioli ed era non solo membro abituale e gradito di queste “compagnie”, ma animatore gioviale e spiritoso di questi gruppi spontanei, fossero giovani alle prime esperienze di rusticane baldorie improvvisate o uomini già anzianotti desiderosi di giovanili e briose presenze nelle loro peregrinazioni fra una cantina e l'altra. Partecipava con gusto e con autorità di esperto caporione a raduni diurni e notturni nel segreto delle cantine “e di l’infarnòt, per dal paciadi feur d'ura, chi davu brìu al corp e sulèv au spirit e al mu­ràl... as capìs... cun l'aiùt dla Barbera!”. Lo Zelio “personaggio” rappresentava la saggezza e la filosofia della vita paesana, disponeva di abbondante riserva giovanile e gioviale freschezza e di... buon appetito a tutte le ore, per cui faceva da maestro e da giullare in mezzo a questi gruppi, vivaci ma non sempre brillanti, di inesperti gaudenti che consumavano in allegria, “tra vasèli e vaslòt, bônsi, àmuli e quart e butti an quantità”, le provvigioni racimolate a notte alta presso qualche compiacente bottegaio, che non li mandava al diavolo ma li forniva “d'na baricca d'scartòcc d'salàm, furmacc, tugn e sardlëigni e po'... anguilla marinaia, ca l’e­ra la roba pi lëmbra e ghistusa... per cui tëmp. I culp dal butti stiviaii i rivavu cme sciuptà an mes al batüdi e al fularià du Zeliu e al ghignadi dla squadra... e quaicadûn c'al mangiava a quat ganasi, dal gran ridi s'angufava e l'armaniva sensa fià, cun al pcô 'nt'la gula ca l'andava né sü né sü e quaic'atar, angurd cme in luvravàs, al mangiava da sgurgiò e s'angavasava e s'ambabuciava buinda magara an tu litrò o cul mur ant la sgêtta...”. E si finiva coi canti fragorosi di allora, che rimbombavano sotto le volte delle cantine, con qualche sortita di note ridanciane e sgangherate, subito assorbite dall'armonia del canto corale, che si diffondeva attutito e vellutato nella notte a portare un'eco di gioia e di speranza al cuore dei desti e ai sogni dei dormienti.

 

Amicizie e clientele assortite

Di festa compariva “a la peisa vestito come un figurino, “trusà, per aisì dì, in poc all'americana'' con un cappello a tesa talmente larga da far concorrenza ai messicani. Lo portava con naturale disinvoltura e autorevolezza dall'alto della sua statura, quasi da padrone delle ferriere, e dava risposte pertinenti o scherzose a chi lo stuzzicava o lo punzecchiava. “U sava a iesi demucratic cun la basa forsa e anche cun la basa canaia e aristucratic cun la gënt pü 'n sü, auturità, inteletual, dutùr e munsgnùr... Cun i previ a s'antandiva e l'andava d'acordi e cun la so machina al purtava an gir per i so afè paruc e chiràt, canonic e munsgnùr, Vëscu e forse anche in Cardinal... o sü da lì... sënsa chintà frà e munii d'ogna sort e d'ogna cunvënt, c'ai lu cunsivu dapartüt e ai davu cunfidënsa... A Nissa quond cu rivava, al suori i pruntavu anche l'antipast e lüi, dop u salàm, al fava finta d'mangià anche al pransêmmu chi bitavu sutta per figüra e per teni u salàm bel sor.... e lur as masavu d'ridi... e i givu: 'Zelio, Zelio, finto tonto e sempre sveglio!’. Al cunsiva festi e baleri d'tucc i paìs dal Munfrà”, ove portava i festaioli “in poc smorbi e i ballerini “pì scaudà, ma in compenso conosceva Santuari d'ogni genere, da Oropa a S. Antonio da Padova, da la Guardia alla Madonna di Caravaggio e non parliamo di Crea, ove era di casa e i frati lo accoglievano come un francescano di vecchio pelo e di antica data. Accompagnava annualmente a Crea e un po' dappertutto numerosi pellegrini e pellegrine, partecipando alle loro devozioni con quel fare arguto e scanzonato che gli era proprio. E ha fatto anche il buon Samaritano, portando con riguardo e premura ammalati all'ospedale a visite specialistiche vicino e lontano e come... consistente appendice ha accompagnato anche tanti speranzosi o creduloni da settemine e guaritori, da fattucchiere e indovini, maghe e santocchie, con pazienza e arguzia, aiutandoli a guarire con il buon umore e con la sapida saggezza di un vecchio e bonario filosofo.

 

“E adès... piantômla lì…!”

E' stato sulla breccia fino all'ultimo e poi ha passato la consegna, la macchina e la vasta e variegata clientela al nipote, che continua egregiamente il delicato lavoro dello zio, emulandolo nell'impegno e nella professionalità di autista sicuro, fidato e coscienzioso. Ricordiamo lo Zelio in tenuta verdolina di artigiano, ritto sulla soglia dell'ormai leggendaria e magica “Officina” , con un arnese in mano, in un momento di sosta e di dialogo, un gradino al di sopra della massa: “u dà d'ascùt e po' ai la dà d'antëndi” a un gruppo di amici e clienti che ai suoi piedi “ai la dispittu ans iûn d'cui toncc argumènt ca ion né pè né gombi e lui, con l'aria buffa e sentenziosa del filosofo autorevole e saggio, alza il martello come uno scettro, taglia corto e conclude: “Adès, l'è ura d'piantala lì, e chi ca l'à dal bôn, cu tena!”.

Angelo Verri