Don Pietro M. Rinaldi

 

Ricordi di famiglia

 

 

Lu Monferrato

Ottobre 1955

 (Stampato negli Stati Uniti d’America)

 

  Alla nostra buona Mamma

di tutte le benedizioni da Dio concesse

alla nostra famiglia

la più grande

  

 

 

Queste memorie furono scritte durante il mio indimenticabile soggiorno in famiglia nell'autunno del 1955. La tarda estate di quell'anno aveva visto radunati intorno ai Genitori otto dei loro undici figli in un'atmosfera di serena letizia resa ancor più viva e sentita dalla presenza di quattordici nipoti.

Si era ben lontani dal pensare che a quelle settimane così felici sarebbero seguiti i giorni tanto tristi della malattia e morte del nostro amato Padre. Il buon Dio dispose che egli finisse la sua lunga e laboriosa giornata con un tramonto certo triste per noi, ma che per lui fu quanto mai tranquillo e sereno.

L'idea di raccogliere le memorie della nostra famiglia nacque appunto in quei giorni. Affioravano infatti più frequenti e vividi che mai nella conversazione dei nostri Genitori i ricordi di tempi ormai lontani resi memorabili da persone ed eventi eccezionali e, a volte, anche straordinari. Perché tante care ed interessanti memorie non vadano perdute è lo scopo di queste pagine che son certo torneranno di gradimento a tutti i nostri cari.

Del tutto mirabili sono stati i disegni della Provvidenza nelle vicende della nostra famiglia. Sia per noi che abbiamo avuto parte in quelle vicende come per i nostri nipoti o figli queste memorie formano il migliore commento alle parole che Papà scrisse nella lettera che accompagna il suo testamento: Il Signore è stato tanto buono con la nostra famiglia.

Questa consolante realtà che è come l'anima di questi "Ricordi" è pure una delle più ferme e care convinzioni che portiamo con noi nella vita.

DON PIETRO M. RINALDI

 

 

 

I

 

SCHIATTE  PATRIARCALI

 

Il primo biografo dello Zio Don Filippo scrive a proposito della famiglia Rinaldi: "Era fra le più ragguardevoli del paese e godeva quella considerazione che suole circondare nei centri agricoli del Piemonte certe schiatte patriarcali, in cui, ab immemorabili, col censo avito si trasmette di generazione in generazione il tesoro ereditario di una religiosità a tutta prova."

Papà aveva poco meno di sei anni quando, nel 1881, morì suo nonno Cristoforo Rinaldi, padre di Don Filippo. E non aveva conosciuto il bisnonno Giuseppe, morto a 76 anni nel 1866. Giuseppe e Cristoforo erano stati i più direttamente responsabili per la stima di cui era circondata la famiglia Rinaldi. Era stato infatti il nostro avolo Giuseppe che, con i mezzi derivatigli dalla moglie Teresa Capra, aveva comperato la cascina Gascona con gli annessi terreni. Si dice che la Gascona fosse stata un covo di mala vita; i terreni erano ricoperti di boscaglie, e fu appunto Giuseppe a far mutare aspetto a quelle tenute che furon poi coltivate a rigogliosissimi vigneti. Oltre il figlio Cristoforo, primogenito, Giuseppe ebbe altri tre figli: Luigi (1812-1828) e Cesare (1813-1831) morti ambedue chierici diocesani e sepolti nella chiesa di S. Maria a Lu; e Pietro (1815-1863) che fu capostipite del ramo collaterale della famiglia Rinaldi. Tornando a Cristoforo, nonno del Babbo e padre di Don Filippo, dice di lui il citato biografo del nostro santo Zio: "Era un cristiano d'antico stampo, dotato per giunta di gran senno pratico che ne faceva ricercare il giudizio nei litigi non infrequenti fra la gente di campagna." Fu per lunghi anni priore della Reggenza di S. Maria. In occasione della sua morte, lo Zio Don Filippo, allora chierico a Foglizzo, così si esprimeva scrivendo ai suoi cari: "Abbiamo perduto un padre! Ma non basta, abbiamo perduto di più; poiché egli fu colui che con la sua pietà ci preservò dalla corruzione del mondo; colui che con la sua prudenza ci tenne lontani dai pericoli; colui insomma che la fece da padre bensì, ma da padre cristiano... E voi specialmente che dovete reggere la famiglia, imitate la sua giustizia nei contratti, il suo attaccamento alla Religione, il suo disinteresse nel maneggiare i beni e le cose della Chiesa, e la sua costanza e risolutezza nell’allevare i figli..."

Della madre Antonia Bressi (1816-1893) Don Filippo, in una conferenza sulla missione della donna tenuta a Valdocco, non poteva fare elogio migliore, esclamando: "Ringrazio Dio d'avermi dato un mamma forte, una mamma saggia, una mamma santa!"

Cristoforo e Antonia ebbero sei figli e tre figlie. Dei figli, tre divennero sacerdoti: Don Luigi, Don Filippo e Don Giovanni; Giuseppe fu nostro nonno; Pasquale sposò Teresa (Gegia) Prades; e Pietro, un piccolo santino, morì a otto anni. Delle tre figlie, Filomena, primogenita, sposò il Cav. Giovanni Ribaldone; Teresa (Gigiè) sposò Cristoforo Boccalatte, e Giuseppina morì bambina di pochi anni.

Ed eccoci giunti al nonno Giuseppe Rinaldi, padre del nostro buon Papà. Era il terzogenito di Cristoforo, di sedici anni più vecchio del fratello Don Filippo. Sposò Luigia Ribaldone (sorella del Cav. Ribaldone e della madre del Salesiano Don Pietro Rota), ed ebbero quattordici figli, sette dei quali morirono in tenera età. Dei quattro figli superstiti, Cristoforo morì chierico Salesiano nel 1886, a diciotto anni; Luigi, nato nel 1865, è tuttora (1955) vivente; Teresio, nato nel 1872, morì nel 1948, e Filippo, nostro Padre, nato l'undici novembre del 1875, morì il 16 ottobre 1955. Delle figlie — Maria, Filomena e Giuseppina — tutte tre Suore Salesiane, sono tuttora viventi Sr. Maria e Sr. Giuseppina.

Il nonno Giuseppe morì appena cinquantenne nel 1890 quando Papà contava quindici anni. Papà lo diceva invecchiato anzi tempo, malaticcio, di poche parole, tutto dedito alla famiglia ed al lavoro, severo se pur facile a commuoversi, affettuoso benché non espansivo. La moglie, Luigia Ribaldone, animo forte, mente aperta, religiosissima, ebbe gran parte nella educazione dei figli. Passò gli ultimi mesi della sua vita in seno alla nostra famiglia sentendosi assai portata verso i nostri Genitori. Si spense, amorevolmente assistita da Papà e Mamma, nel gennaio del 1907.

Nel quadro della famiglia della nostra buona Mamma si staglia nitida e simpatica la figura del padre suo e nostro nonno, Luigi Boccalatte. Ottimo l'ambiente famigliare in cui crebbe con tre fratelli e quattro sorelle. Da rilevare il fatto che due delle sorelle presero il velo; una, Suora di carità, fu per molti anni direttrice dell'Ospedale Italiano di Londra. Non ancora ventenne, Luigi fu artigliere nell'esercito piemontese che entrò per Porta Pia in Roma il 20 settembre 1870, fatto che nei suoi ultimi anni non finiva di narrare con grande ricchezza di particolari. Sposò Rosa Gherzi. Ebbero nove figli: Eugenio, Giovanni, Alessandrina, Ernesta, Vincenzina, Giuseppina, Clotilde, e due gemelle, morte poco dopo la nascita.

Del nostro nonno materno è stato detto che si creò i beni da lui in seguito ereditati. Le sorelle Tento (il cui fratello era padre di "Madama" Vescovi) avevano affidato alle solerti cure del nonno la loro tenuta Vallona che egli seppe portare a tale efficienza che esse per testamento ne trasferirono a lui la proprietà. E dell'agiatezza che si era procurata ne godevano i poveri che mai invano ricorsero a lui. Proverbiale era la sua ospitalità per gentilezza di modi e sincera cordialità. Per oltre trent'anni fece parte dell'amministrazione comunale con larghezza e modernità di vedute, e spese non poco del suo tempo per il buon andamento della cosa pubblica e per pacificare gli animi. La sua morte, a 76 anni, avvenuta il 7 Giugno 1922, fu accolta con unanime rimpianto da tutta la popolazione.

La nonna, Rosa Gherzi, gli fu degna consorte. Donna saggia e forte, se pur semplice nei suoi modi, arguta, fedelissima alle pratiche religiose, visse fino alla tarda età di 94 anni, lucida di mente e serena di spirito fino al suo ultimo respiro. Al sacerdote che la confortava nelle ultime ore dicendole che forse avrebbe superato anche quella crisi, essa rispondeva argutamente: "Eh, szà... Am tenu qui a fa da campion!" Cara donna che, come il nonno, si sentì sempre tanto portata verso la nostra famiglia!

Degno di rilievo è il fatto che i Gherzi si son fatti strada in più di un campo. A Milano questi nostri cu­gini materni si sono affermati nel commercio dei vini e dei tessuti. Il Generale Edoardo Gherzi, pronipote della nonna, scrisse col suo sangue una delle pagine più gloriose del periodo della resistenza antinazista. Non avendo accettato di arrendersi ai Tedeschi a Cefalonia nel settembre del 1943, egli, i suoi soldati ed ufficiali (oltre nove mila) furono stroncati dal fuoco nazista. La piazza del peso pubblico a Lu fu recentemente (23 ottobre 1955) dedicata al nome di questo nostro valoroso cugino.

 

 

 

II

 

I  PRIMI  ANNI

1897-1907

 

Papà era poco più che ventunenne quando per lui suonò decisiva l’ora del matrimonio. Era stato per breve tempo a San Giovanni Evangelista in Torino, e quel tanto gli era bastato per convincerlo che la via degli studi e ancor meno quella del sacerdozio non eran fatte per lui. Lo Zio Don Filippo, in quegli anni direttore al San Giovanni, l'aveva anche lui consigliato a tornarsene alla vita dei campi. E ad essa Filippo si era dedicato eccetto per la breve parentesi del servizio militare che prestò per un anno nella zona di Alessandria.

Eran quelli i tempi dei matrimoni "aggiustati" o di convenienza, come si diceva. Non sarebbe però secondo verità affermare che tale sia stato il matrimonio dei nostri Genitori. Papà aveva posti gli occhi su Ernestina Boccalatte, e per tramite del solito "terzo" aveva informato i genitori di essa circa la sua intenzione. E' però vero che quando egli si abboccò la prima volta con Ernestina, la cosa era già decisa in cuor suo non solo, ma anche nelle famiglie dei futuri sposi. E lo fu presto anche nel cuore della brava e vezzosa giovanetta che aveva da poco compito i diciott'anni.

Il matrimonio fu celebrato a San Giacomo dall'arciprete D. De Martini, il nove novembre 1897. Ricorda la Mamma che il buon prete fece anche un bel discorsetto, sottolineando il fatto che Ernestina era stata fino alla settimana precedente la sua migliore e più fedele maestrina di catechismo. Lo Zio Don Giovanni giunse da Torino quando la lieta comitiva era già a mensa. E ricordava ancora recentemente la Mamma che dei quasi settanta invitati, dopo cinquant'otto anni, non rimanevano in vita che due: Luigi, fratello di Papà, e la Marietta Ribaldone (della Posta).

La vecchia casa paterna presso il peso pubblico fu la prima dimora dei giovani sposi. Pochi giorni dopo il ma­trimonio, in pieno accordo, i tre fratelli Rinaldi (Luigi, Teresio e Filippo) si divisero i beni stabili. Case e po­deri furono divisi in tre lotti e sorteggiati. A Papà toccò la parte della casa che guarda verso casa Ribaldone; a Teresio la casa verso il peso pubblico; e a Luigi parte del caseggiato della Gascona. Dei poderi, ai nostri Genitori venne la cosidetta Previniana, una vigna presso la cascina Borghina ed il podere al Fontanino.

In quella prima dimora fatta di povere stanzette nacquero Giovanni (5 dicembre 1898) e Cesare (25 luglio 1900). Anche la famiglia di Teresio cresceva, e diventava perciò difficile la coabitazione essendo angusta la casa e stretto il cortile. Non tardò ad avvedersene il nonno materno, dall'occhio sagace e dal cuore generoso. Ed eccolo a suggerire a Papà di trasferirsi alla cascina Calialbra, amena abitazione campestre sul versante est dello stradale di Mirabello, a un kilometro circa dal paese. Per la Mamma, cresciuta alla Vallona, vivere in una cascina era sempre apparso un bel sogno. E colà si trasferì la piccola famiglia nel tardo inverno del 1902. E là nacque Luigi il 30 ottobre dello stesso anno.

I due anni che seguirono furono disastrosi per il raccolto. Alla Gascona la tempesta aveva fatto correre il mosto fra i filari. E la famigliola era in gravi strettezze. “Eppure," rammenta la Mamma, "io cantavo tutto il giorno, felice coi miei tre bambini ed affaccendata nei doveri di casa." Ma i soldi non venivano, e Papà ricordava ancora recentemente che il più delle volte non ve n'erano affatto, e che allora lui dava mano ad un pollo o ad un coniglio e se ne andava in paese a venderli per poi spendere subito il ricavato acquistando uri po' di pane, pasta, farina, ecc.

Erano annate di grande miseria per tutti. E' ancora la Mamma che racconta: "Una sera di quei giorni quando non sapevamo proprio più da che santo girarci, era venuta a farci visita la sorella di Don Oddone (ora Vicario Generale della Diocesi di Casale, più che ottuagenario). Credo che fosse venuta a dirci che Don Oddone, che aveva promesso di venir a benedire il piccolo Luigi ammalato, non sarebbe venuto perché impossibilitato. Sulla culla di Luigi avevo messo una copertina che però non avevo spiegata. La brava donna la prese, e nell'atto di spiegarla gettò un grido di sorpresa. Tre biglietti da dieci erano svolazzati sul pavimento. 'Ah, Ernesta,' esclamò, 'più nessuno ha soldi, e voi tenete dei biglietti da dieci nella biancheria.' Io rimasi più sorpresa di lei, e non credevo ai miei occhi. E non voleva crederci Papà quando rincasò tardi quella sera. Ancora adesso non so spiegarmi da dove sian venuti quei tre preziosissimi biglietti."

Così non si poteva andare avanti, tanto più che un altro angioletto stava bussando alla porta. L'aiuto inaspettato questa volta venne dallo zio Cav. Ribaldone (fratello della mamma di Papà e marito di Filomena, sorella di Don Filippo). Egli aveva gestito per qualche tempo un negozio di commestibili in Via Regina Margherita (ora G. Mameli) a Lu. L'aveva più tardi affidato ad un suo aiutante, certo Bosio, il quale non riusciva a cavarci un gran che. "Prendilo tu," suggerì l'intraprendente Cavaliere a Papà. Anche il nonno materno diede il suo via d'incoraggiamento. Ed ecco che nel gennaio (si era vicino alla festa di S. Valerio) del 1904 la famiglia fece ritorno al paese, e si stabilì nella casa che era proprietà dello Zio Cavaliere. In poco tempo il negozio riprese vita, e Papà che aveva avuto dubbi circa le sue abilità come commerciante, si trovò più che mai soddisfatto dell'affare.

L'angioletto arrivò il 12 luglio del 1904, un bel biondino, ricciuto e paffutello, che battezzarono Guglielmo. Doveva presto riprendere il volo per il cielo. Era stato affidato ad una nutrice, la mamma essendo malaticcia. Aveva poco più di tre mesi quando un mattino fu trovato morto nel letto. Il medico dichiarò che era stato soffo­cato. Fosse inavvertenza o negligenza, gli addolorati Genitori stimarono opportuno non sporgere querela.

Poco più di un anno dopo, il 25 luglio del 1905, nacque Filomena. E la Mamma questa volta s'appressò all'orlo della tomba. "Ricordo," dice, "che mi sembrava di sognare. Sentii distintamente qualcuno accanto al letto (vi era anche lo Zio Don Giovanni) che disse: 'E' morta!...' — 'No, respira ancora,' bisbigliò un altro. Io pensavo ai miei bambini e pregavo la Madonna. Le promisi tutti i miei ori se mi guariva." Mamma si riprese e guarì in poco tempo, e andò a Torino a portare gli ori al Santuario di Maria Ausiliatrice. Ricorda che in quell'occasione fece la S. Comunione per le mani del Ven. Michele Rua.

 

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Papà divideva le sue fatiche fra i poderi ed il negozio, e la Mamma fra il negozio e le faccende di casa. La tempesta continuava a vendemmiare con una regolarità impressionante specialmente alla Gascona. Dicono i vecchi che quasi tutti gli anni di quel primo decennio del secolo segnarono disastri per il raccolto. E segnarono pure il principiar di un esodo da parte della popolazione Luese che in men di quarant’anni portava gli abitanti di Lu da oltre cinquemila a meno di duemila cinquecento. Il negozio rendeva di certo qualcosa, ma le vigne non portavano che spese, e vi erano sette bocche da sfamare poiché il 18 novembre del 1907 era nato Augusto.

Ed ecco per il Babbo ingaggiata la battaglia per la vita. Come per tanti altri piccoli possidenti, la sua era una posizione nettamente sfavorevole. Il raccolto di una campagna fortunata (ed eran poche le campagne buone!) non bastava a bilanciare le perdite di campagne disastrose. Inoltre Papà doveva prendersi uomini in gior­nata perché da solo non ce la faceva a tenere dietro ai terreni. Vi erano poi sempre gli imprevisti, primissimo il prezzo fluttuante dei vini. I grandi possidenti si rifacevano sulla quantità dei raccolti; il piccolo il più delle volte si trovava con l'acqua alla gola. Perché dunque tenere terreni che non portano profitto, che assorbono solo spese e fatiche? Il terreno, il podere per quanto piccolo, rappresenta per il contadino l’unica àncora di stabilità e sicurezza. Egli dice: è andata male quest'anno, andrà bene l’anno venturo. Ma se non ho quel pezzo di terreno, dove mi giro? E così con risolutezza, dettata più da necessità che da saggezza, continua la sua faticosissima opera.

Il problema era poi tanto più grave all'inizio del secolo. Ora che la popolazione di Lu è dimezzata, che le famiglie tendono a farsi sempre più piccole, il piccolo podere di una volta vien man mano allargandosi. Inoltre, la coltivazione si è fatta più razionale ed intensa, in gran parte motorizzata. La cantina sociale o cooperativa assicura lo smercio dei raccolti a prezzi che non sono più lasciati all'arbitrio di alcuni pochi interessati a riempirsi le tasche. E se è vero che tutto questo ha portato in paese un benessere che i nostri padri non avrebbero osato sognare, è pur vero che è ancor faticosa la vita del contadino e piena di incerti.

Certo è che Papà non ce l'avrebbe fatta senza il negozio e senza gli aiuti che più tardi gli giunsero dall'America. Non ce l'avrebbe fatta a portar su una famiglia così numerosa. E si viveva bene a casa, anche durante gli anni difficili della prima guerra. Si mangiava e vestiva bene da tutti sì che si sarebbe creduto, ed effettivamente si credeva da molti, che la nostra fosse una famiglia agiata, che avesse cioè assai più del necessario. Ma tutto era frutto dei sacrifici di un padre che non si risparmiava e di una madre che viveva unicamente pel bene dei suoi figli. Se poi si aggiunge che ben sette dei figli completarono gli studi secondari in collegi a pagamento, ben si comprende quali sian stati i fastidi ed i grattacapi del Babbo che affermava ancora prima della sua ultima malattia: "Per quasi quarant'anni della mia vita ho lottato con lo spettro di acconti che mi arrivavano un po' da ogni dove e di cambiali che mi scadevano ad ogni piè sospinto. Non so nemmeno io come sia riuscito a tenervi testa."

In quel momento, oltre che sulle difficoltà e sui sacri­fici di quegli anni, il suo sguardo si posava sulla ma­gnifica corona di figli vicini e lontani, sugli anni che egli e la Mamma nella loro vecchiaia trascorrevano serena­mente senza "fastidi e grattacapi" nella loro casa resa tanto più bella. Doveva certo pensare a tutte queste cose perché aggiungeva commosso: "Il Signore è stato tanto buono con la nostra famiglia!"

 

 

 

III

 

DIMORA  STABILE

1908-1915

 

All'inizio del 1908, Papà e Mamma si trovavano con un negozio assai ben iniziato e con cinque frugoli che crescevano a vista d'occhio. Ma non erano a casa loro. Per di più eran poche le stanze, angusto il negozio, stretto il cortile che dovevano condividere con altre famiglie. Inoltre, non se la sentivano più di sottostare alla invadente personalità dello Zio Cavaliere. Era necessario trovare un posto adatto per il negozio e per la crescente famiglia, una dimora stabile che fosse tutta loro. Ma dove trovarla e come comprarla?

Fu ancora il buon nonno materno che venne loro in aiuto. Egli suggerì loro di comprare un terreno in parte prospiciente lo spiazzale di S. Biagio in Via Regina Margherita, in parte la casa Vescovi; il lotto si estendeva, a sud, fino alla Via San Giacomo dalla quale era separato da ampi porticati. Apparteneva ad un certo Bigliardo, uomo dalla posa liberale a tinta anticlericale, che ne aveva rifiutato la vendita al Prevosto D. Bisoglio (sognava il buon Parroco di farne un oratorio festivo) "perché," diceva, "non voglio che vada in mano a preti!" Quando, aderendo all'invito del nonno Luigi, Bigliardo si decise a venderlo a Papà, non pensò certo il brav'uomo che quel posto sarebbe diventato a Lu "la casa dei preti" per antonomasia; che un Cardinale, vari Vescovi, prelati ed innumerevoli sacerdoti avrebbero ivi trovato la più cordiale ospitalità!

Il nonno si rese garante per Papà a cui il lotto fu trasferito per poco più di quattro mila lire, inclusi i portici ed una spaziosa cantina. Si pose subito mano ai lavori, ed il costruttore De Bernardi, verso la fine dell'estate del 1908, consegnava a Papà, per la somma di cinquemila lire, la casa ultimata.

La costruzione consisteva — al livello della Via Regina Margherita — del negozio e di una stanza attigua. Di fronte alla porticina d'ingresso una scala scoperta portava al livello del cortile che è pure il livello del secondo piano. Questo piano consisteva di tre stanze sopra delle quali vi era un ampio solaio. Qualche anno dopo, estendendo alquanto la costruzione, si provvide a coprire la scala ed a costruirne un'altra interna che dal secondo piano conduceva al solaio.

Tale rimase la nostra casa fino al 1922 quando, in occasione dello sposalizio di Giovanni, fu costruito a nord un nuovo braccio. Esso consiste di tre spaziose stanze, una sovrapposta all'altra che si integrano assai bene con la costruzione originale. Nel 1929, per iniziativa di Giovanni, l'antico solaio fu trasformato in tre ariosissime stanze, ed una doppia galleria o atrio fu costruita per l'intera lunghezza della casa. Fu questa una felicissima idea che rese la nostra casa tanto più attraente ed accogliente. Nel 1950, un nuovo rustico fu costruito di proporzioni minori e più estetiche dell'antico. E nel 1951, per iniziativa di Mons. Cesare, una nuova, moderna ed attraente costruzione venne a rimpiazzare il vecchio rustico e la pericolante casetta di Giuseppe Capra (Vitur). Questa nuova costruzione è la casa di Ernesto e della sua famiglia.

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Ad allietare la nuova dimora veniva la piccola Maria, nata il 10 Aprile del 1909. Ed era di poco passato l'anno quando, il 5 Giugno 1910, un nuovo, lietissimo evento era salutato con gioia e sorpresa generale: due gemelli! Raccontava Papà che ne diede l'annuncio quel mattino a vari clienti nel negozio. "Mi a dig te un pover disgrasià...," aveva osservato un cotale suo coetaneo. Il brav'uomo ebbe a ricredersi col passar degli anni. Per tanto tempo, ogni volta che s'incontrava con Papà gli diceva immancabilmente: "Te l’om pu furtina an tis mond!"

Così piccini e deboli erano i gemelli che Papà credette prudente farli battezzare subito dopo la nascita. Con Maria ancora tanto piccola, l'allattamento era un problema da risolversi solo con una nutrice. La Mamma, però, alternava i bambini non permettendo mai che uno di essi stesse con la nutrice per oltre due settimane. "Voglio sentire io che sono tutti e due miei, e voglio che lo sentano essi pure," diceva. Interessante anche la storia dei nonni. "Chiamali Romolo e Remo," aveva suggerito la Zia Vincenzina, sorella della Mamma; "bisogna che Roma li onori con il suo nome!" Papà aveva soltanto sorriso alla proposta, ma qualche giorno dopo disse alla patriottica Zia: "La Roma degli Apostoli li onorerà: li chiameremo Pietro e Paolo."

A proposito di nomi, trova posto qui anche la storia dei nomi di Cesare e Luigi. La Mamma me la rammentava ancora recentemente. Giovincella ancora, era rimasta col­pita dalla iscrizione che su un muro interno della chiesa di S. Maria ricorda ai posteri due figli dell'avolo Giuseppe, le cui salme sono tumulate presso la chiesa. — Hic Iacent Caesar et Aloysius Fratres Rinaldi Clerici — "Mi piacevan tanto quei nomi e fantasticavo che li avrei certamente dati a miei bambini se n'avessi mai avuti..." Così sognava essa. E non si trattò soltanto di un sogno o di fantasticherie perché il Signore dispose che avesse bambini, che li chiamasse Cesare e Luigi, che fossero Fratres Rinaldi e Clerici!

E pongo fine a questa pagine con un'altra che più che fantasticheria da parte della Mamma fu preghiera e preghiera anche questa pienamente esaudita dal Signore. Me lo disse questo la sera del giorno della mia Prima Messa in paese. "Quando ero da poco sposata pregavo sempre che il Signore mi facesse la grazia di vedere uno dei miei figli sacerdote. E dicevo persino: O Signore, non mi dispiacerebbe morire se ho tale fortuna.' — Tu, caro Pietro, sei il terzo dei miei figli che io vedo salire l'Altare, e non mi sento più di voler morire. Peppino sarà presto sacerdote anche lui, e poi non sono vecchia... Chissà se il Signore non abbia a castigarmi..."

Il buon Dio ha Lui stesso risposto a questo dubbio della Mamma. Ad essa e a Papà Egli ha concesso di ve­dere tutti i loro figli a posto; quelli votati al Suo servizio (Paolo lo videro morire da santo!) assunti anche a posizioni di grande responsabilità. Tutti, poi, affezionati ai Genitori sono pure tanto grati al Signore che volle coronare la vecchiaia con grandi e sante soddisfazioni.

 

 

 

IV

 

DURANTE LA PRIMA GRANDE GUERRA

1915-1920

 

Dopo tredici anni di matrimonio l’unica solida base su cui si fondava l'ottimismo dei nostri Genitori era la loro illimitata confidenza nel Signore. Umanamente parlando, la bilancia pendeva dalla parte del pessimismo. Otto figli dei quali il primo, Giovanni, non era che dodicenne; campagne con risultati scoraggianti, la casa ancora gravata da debiti. Tra negozio e poderi, Papà che non si risparmiava, riusciva a stento a tener testa a tutto. Eppure non si sentirono di privare Cesare dell'opportunità di andare in collegio a Lanzo per gli studi secondari. Prometteva così bene negli studi! Giovanni, assennato e buono, propendeva ad occuparsi in casa ed in campagna, e fu presto il volenteroso, anche se non ancora valido braccio destro del Babbo. Frattanto era nato Peppino (15 marzo 1914), e s'addensavano nere le nubi di guerra.

Quando l'Italia entrò nel conflitto nel maggio del 1915, Papà fu uno dei primi richiamati alle armi. Si presentò un po' allarmato al distretto di Alessandria. "Avete dei figli?" gli domandò l'ufficiale d'uffizio. "Ne ho undici," rispose Papà. L'ufficiale lo guardò stupito e "no, no," replicò, "non può essere..." — "Scusi, ma è vero; io ho undici figli," ripetè Papà. E l'ufficiale seccato: "Vi credo, vi credo! Voglio dire che non può essere che voi siate richiamato. E' stato uno sbaglio! Andate a casa dove avete la vostre battaglie da combattere!" E Papà ritornò al suo campo di battaglia.

A quegli anni si rifanno i miei primi ricordi d'infanzia. Ricordo distintamente la sera quando Papà ritornò da Foglizzo dove era stato per la vestizione chiericale di Cesare. Credo fosse il tardo autunno del 1916. Era tanto contento, e raccontava a Mamma ed a noi i dettagli della funzione, e gli si vedeva brillare negli occhi un'intima soddisfazione. Del soggiorno di Luigi a Piova con lo Zio Don Giovanni ho preciso il ricordo di una espressione che egli usò in una sua lettera, espressione che fece poi il giro del parentado: "Son cresciuto otto chili e non sto più nei pantaloni." Distinto pure il ricordo della prima visita in famiglia di Cesare come chierico; un vero evento! Gli si era preparata e riservata la saletta proprio solo per lui con tanto di scrivania. Eventi di prim'ordine eran poi le visite degli Zii Don Filippo e Don Giovanni delle quali si parlava per giorni prima e dopo.

In tutto e sopratutto, la guerra. Per noi piccoli la guerra era il pane nero, il calmiere (tutti parlavano del calmiere!), le interminabili lamentele delle donne nel negozio, notizie incomprensibili di avanzate e ritirate, di morti (vivissimo il ricordo della morte del cugino Cristoforo) e diserzioni, di lettere che sembrava non giungessero mai, di delegati e marescialli che venivano a far perquisizioni, ed in modo specialissimo dell'ansia, delle lacrime della Mamma per Giovanni.

Giovanni fu artigliere sul fronte francese e poi sul fronte italiano durante le ultime sanguinose fasi della guerra. La visibile protezione del Signore fu con lui durante i suoi quattro anni di servizio, ed è certo che le preghiere che si facevano incessantemente in casa per lui ebbero la loro parte nei piani di una sempre amorosa Provvidenza.

Il 15 gennaio del 1916 era nata Giuseppina, e, poco più di due anni dopo, il 17 maggio 1918, Ernesto era arrivato pur lui, dodicesimo nell’ormai lunga anagrafe della nostra famiglia. Non è il caso di sottolineare che quelli erano anni difficili anche per noi. Con Giovanni al fronte, Cesare chierico all'Oratorio di Torino, e Luigi studente a Penango, in casa la più anziana delle figlie era Filomena quindicenne; dei figli era Augusto che aveva, al terminar della guerra, undici anni. Gli altri sei eran proprio ancora bambini. Papà era dunque solo nel maneggio del negozio e dei poderi. Scarsissima e quasi nulla era la mano d'opera perché tutti quelli che erano ritenuti abili indossavano la divisa militare. Moltiplicati i problemi nel negozio per le inevitabili scarsità di viveri, l'onnipresente calmiere, perquisizioni, irragionevoli richieste di clienti, ecc. Eppure, in quegli anni che per il maggior numero dei loro figli furono gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza, i nostri buoni Genitori provvidero sempre assai più del necessario. Il pan bianco, il latte, il burro, le uova, la carne non disertarono mai la nostra tavola. Ricordo pure quanta pena si dava la Mamma a lavare, cucire e rammendare per averci sempre vestiti e calzati decorosamente.

 

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Un evento di prima importanza fu la visita alla nostra casa, il 21 giugno del 1918, del grande Salesiano, il Cardinale Giovanni Cagliero. Era venuto a Lu per la benedizione della statua di Maria Ausiliatrice, ed accettò volentieri l'invito che, per tramite di Cesare, Papà gli fece di venire a benedire la nostra famiglia. Ricordo che qualcuno aveva pensato ad allinearci tutti per età sul terrazzo, e che l'Eminentissimo posò amabilmente la sua berretta rossa sul capo di qualcheduno di noi. Poi proseguì nella saletta troppo angusta a contenere gli invitati e l'entourage che lo seguirono. Il Cardinale si assise su una poltrona, e a Mamma che si era presentata con il piccolo Ernesto in fasce, egli tolse il bambino e se lo pose sorridendo sulle ginocchia. Dopo i convenevoli e le immancabili paste al vin dolce, il Cardinale benedisse e casa e presenti con un'ampia benedizione. Ricordo con quale enfasi egli ripetè le ultime parole della benedizione: ... et maneat semper, semper, semper!

Gli effetti di quella benedizione cardinalizia li esperimentammo presto. La cosidetta febbre spagnola, che decimò intere famiglie anche a Lu, fece appena capolino nella nostra. Credo che qualcuno ne fu solo leggermente tocco, ed il buon dottore di famiglia potè dire ancora una volta: "La famiglia più numerosa del paese è quella che mi dà meno lavoro."

A quegli anni della mia infanzia si rifanno pure tanti altri cari ricordi che né il tempo né le inevitabili prove della vita potran mai cancellare. Mi rivedo con Paolo amorevolmente sorvegliato dalla buona cugina Filomena, la "Filumena gronda" come la si chiamava in famiglia per distinguerla della nostra sorella che era la "Filumena citta."... Poi l’asilo che per me voleva dire la Zia Suor Giuseppina ora burbera ora sorridente... La chiesa dove ci stavo sempre volentieri fantasticando su statue e dipinti... Il prevosto Don Bisoglio che ci impauriva un poco con le sue folte sopraciglia e la sua grossa voce... La maestra Maria, nostra insegnante di prima, che ci chiamava i suoi apostoli... La cascina Vallona e le allegre scampagnate che si facevan dai nonni materni... La Gascona dove andavamo sempre tanto volentieri e dove la Zia Marchina ci dava delle gran tazze di latte con il pane fatto in casa, buono, profumato... La novena di Natale con l'ansiosa aspettativa del gran giorno quando Gesù Bambino ci portava i doni riempiendone le nostre scarpe, una lunga fila di scarpe presso la finestra... La festa di San Valerio e i "turunè."... Le scorazzate attraverso i prati fioriti d’aprile in cerca di viole profumate che portavamo alla Mamma e che lei si poneva in seno sorridendo... La rumorosa, polverosa e festosa battitura del grano... La vendemmia con le allegre comitive fra i filari... L'autunno grigio e nebbioso con l'inevitabile ritorno alla scuola... Le campane di Lu, campane a distesa, campane da morto, campane da festa. Chi di noi dimenticherà mai le campane del nostro paese?...

Dolci ricordi, impressioni incancellabili di una vita che trascorreva serena e tranquilla, tutta accentrata nella casa, nella chiesa e nella campagna; vita fatta di cose piccole, semplici e povere, eppure tanto ricca di affetti sinceri, di sentimenti delicati, ed anche di sublimi ideali.

 

 

 

V

 

FAMIGLIA  CRISTIANA

 

Prima di proseguire oltre sul cammino di queste memorie pare opportuno soffermarci alquanto e cercar di penetrare nel sacrario di questa famiglia la cui anima è così evidentemente e profondamente cristiana. Potremo così trovare la ragione o le ragioni del suo robusto spirito di fede, dell'affetto sincero e concorde che lega tra di loro i suoi membri, e fors'anche della magnifica fioritura di vocazioni per cui ben sette di essi si votarono al servizio del Signore.

E' giusto rilevare anzitutto come nel matrimonio dei nostri Genitori s'incontrarono sanissime tradizioni morali e religiose le cui radici si affondano in un lontano passato. Ma è anche il caso di sottolineare subito un fatto ugualmente importante: quelle tradizioni non rimasero sterili nei nostri genitori. Essi le vissero e le seppero trasfondere nella famiglia con inarrivabile saggezza.

Benché ancora assai giovani quando si sposarono, essi diedero subito una sana impostazione all'ambiente di famiglia. Papà sentiva di dover essere ed era effettivamente il capo della famiglia. Ed il padre in casa comanda, dirige, ammonisce e, se è necessario, castiga. Papà era conscio che tali erano i suoi doveri. Sapeva essere severo quando era necessario. Eppure nessuno di noi suoi figli, pensando al Babbo, ce lo si immagina autoritario, cupo, esoso. Egli era anzi un uomo di profonda sensibilità, affettuoso, abitualmente allegro e anche spiritoso. Chi non ricorda le spassose e festose tavolate e le chiassosissime serate nelle quali egli sembrava divertirsi quanto noi? Sapeva conciliare autorità ed amorevolezza così bene che noi lo si ubbidiva non mai dissociando il rispetto dall'affetto. Da notare inoltre che, senza aver letto trattati di pedagogia, i nostri Genitori avevano il senso vero dell'educatore cristiano: si ispiravano alla ragione ed alla religione e da esse traevano i motivi per farci ubbidire.

E' impossibile esagerare la parte che la Mamma ebbe nel creare questo ambiente formativo nella famiglia. Essa trasfuse nella famiglia tesori di affetto, energia e bontà. Forte di spirito è sempre stata perché altrimenti non avrebbe potuto far fronte ai sacrifici morali e materiali cui ella serenamente si sottomise. Ed anche delicatissima di sentimenti tanto che si commuoveva davanti al gesto gentile di un bimbo, e sapeva dalla vista di un fiore trarre una lezione che era un poema. Ricordo che cantava sovente, e non solo quando cullava un bimbo, ma anche quando lavorava. Eravamo così soliti a vederla abitualmente serena che penavamo le rare volte in cui la si vedeva triste e addolorata. Tale era ed è ancora la nostra Madre.

Fattore decisamente formativo nella nostra famiglia fu la religione. E poiché la Fede era sentita e vissuta dai Genitori, essa penetrò facilmente e permeò tutta quanta la famiglia. Eppure non vi era nulla di esagerato o uggioso nella pratica della religione. Tutt'altro! Non v'era da discutere sui doveri del buon cristiano, ma a me sembra che ciò fosse la cosa più naturale di questo mondo. La Fede era diventata parte del nostro vivere. Ricordo, ad esempio, che ci sembrò piuttosto strano che Don Robotti, bravo curato in quegli anni del dopoguerra, citasse dal pulpito la nostra famiglia come esempio da seguirsi da tutti i parrocchiani. Ecco il fatto. Il buon sacerdote, passando una sera presso la nostra casa, fu attratto da un mormorio di preghiere. Si fermò e attraverso la finestra vide una scena che la domenica seguente credette di dover descrivere in tutti i dettagli dal pulpito per poi trarne una lezione per i suoi uditori. Per noi la scena era cosa di ogni giorno, mattino e sera: tutti in ginocchio intorno alla tavola a recitare le preghiere che il nostro buon Papà stesso guidava. Davvero la cosa più naturale.

Vi sarà forse chi crede perché sette vocazioni potessero uscire dalla nostra famiglia noi si fosse sempre sotto pressione religiosa, per così dire. Niente di più errato. Per ciò che riguarda quelli di noi che seguirono la chiamata del Signore alla vita religiosa, possiamo dire sinceramente che né direttamente né indirettamente ci fu mai da parte dei Genitori un minimo accenno che si potesse interpretare come spinta a scegliere quella via piuttosto che un'altra. Quando Luigi, finito il ginnasio a Penango (da notare che era casa di aspiranti al sacerdozio) decise di frequentare il Liceo di Alessandria perché sembrava, se non erro, volersi orientare verso la medicina, unica preoccupazione di Papà e Mamma fu: riusciremo a farcela finanziariamente? E quando, finito il Liceo, quasi inaspettatamente disse loro che aveva deciso di vestire l'abito Salesiano, i Genitori piansero di gioia come di gioia piansero ogni volta che un figlio o figlia chetamente li informava che si sentiva chiamata dal Signore.

L’ambiente che questi due ottimi Genitori avevano saputo plasmare per la loro famiglia non era soltanto un ambiente sano moralmente e spiritualmente. Era anche un ambiente attraente per cui noi si stava bene a casa, e non sentivamo il bisogno di cercar fuori di casa divertimenti o distrazioni. Non ci si pensava neppure. Questo oltre che a tenerci sotto l'occhio vigile dei Genitori, ci teneva lontani dagli inevitabili pericoli di compagni e compagnie poco buone che anche in paesi rurali non mancano certamente. E non erano soltanto i più giovani che se ne stavano contenti a casa. Ricordo che a Giovanni, da poco tornato dal servizio militare, Mamma domandò più d'una volta: "Perché non esci un poco stasera?" Cose di altri tempi, si dirà; eppure son proprio queste cose che spiegano come famiglie cristiane sul tipo della nostra fossero possibili.

Un ultimo punto da sottolineare: la concordia, continua e totale, che regnò sempre fra Papà e Mamma. Mai una parola, una frase fra di loro che ci inducesse a pensare che non se la intendessero. Da questa concordia fra di loro, nata dal loro reciproco affetto, noi figli derivavamo un senso di sicurezza e serenità che ci univa ognor più ai Genitori e l'un l'altro fra di noi medesimi.

Poco prima dell'ultima malattia del Babbo, quando si era parlato una sera delle lotte, dei fastidi e sacrifici affrontati nei quasi cinquantott'anni di vita coniugale, Mamma disse a Papà: "Sai, Filippo, io mi sentirei ancora il coraggio di rifar quella strada. E tu?" Col suo dire lento ed un po' sentenzioso, Papà rispose: "Sì, certo; ma ad una condizione, che il Signore mi dia la stessa donna che mi ha dato allora."

 

 

 

VI

 

ESODO  DEI  FIGLI

1920-1925

 

L'esodo dei figli dalla famiglia accelerò il suo ritmo nei primi anni del dopoguerra. Giovanni era da poco ritornato dal servizio militare quando, nell'agosto del 1921, Cesare partiva per gli Stati Uniti, primo della famiglia a salpare il mare. Aveva accettato l'invito dell'Ispettore Salesiano a trasferirsi in quella Ispettoria tanto bisognosa di personale. La Mamma in un primo tempo si era opposta, ma poi si era rassegnata accedendo alle istanze di Cesare. Ricordo ancora una sera del tardo agosto di quell'anno la commozione di Papà mentre ci leggeva la lettera-diario scritta da Cesare durante il suo viaggio verso l'America. Non si pensava allora che questo viaggio attraverso l'oceano sarebbe stato il primo di tanti altri che altri fratelli avrebbero fatto! Né si pensava che quel viaggio di Cesare avrebbe segnato una svolta importantissima nella storia della nostra famiglia.

Nel settembre dello stesso anno, Pietro e Paolo entravano all'Oratorio di Torino per compirvi gli studi ginnasiali. Luigi era sempre ad Alessandria ove frequentava il Liceo pubblico. Erano anni turbolenti in Italia, e le passioni politiche agitavano anche i piccoli centri. In casa però regnava come sempre una pace se­rena e fattiva. La presenza di Giovanni era di aiuto e conforto ai Genitori che ne avevano sentito l'assenza durante gli anni della guerra.

Il 1922 fu portatore di eventi lieti e tristi. Lo Zio Don Filippo fu eletto Rettor Maggiore della Società Salesiana, e le Zie Suor Maria e Suor Filomena, sorelle del Babbo, da tanti anni nelle Americhe, ritornarono per un lungo soggiorno in Italia. Il 7 Giugno si spegneva dopo breve malattia l'amato Nonno materno Luigi Boccalatte. Nell'estate di questo stesso anno, in vista dell'approssimarsi dello sposalizio di Giovanni, una nuova ala veniva costruita ed integrata alla antica casa. Poco prima della vendemmia, Filomena partiva per Bordighera, educanda presso le Figlie di Maria Ausiliatrice. Con l'allontanarsi di questa nostra cara sorella, Mamma perdeva un validissimo aiuto essendo Filomena stata il suo vero braccio destro nell'accudire i bambini.

Al principio di ottobre, lo Zio Filippo visitava Lu per la prima volta come Rettor Maggiore, accolto dall'intera popolazione in un delirio di esultanza. Verso la fine del mese, lo stesso Zio, con grande gioia del suo cuore, rivestiva Luigi con la divisa di Don Bosco. Ero presente con Paolo alla commovente cerimonia che ebbe luogo nella cappella presso le camere di Don Bosco, e non dimenticherò mai l'espressione di affetto con cui lo Zio abbracciò Luigi dopo la funzione. Pochi giorni dopo, Luigi partiva lui pure alla volta degli Stati Uniti.

Il 1923 segnò nuove memorande date nella storia della famiglia. L'otto febbraio nasceva Filippina, tredicesima ed ultima dei figli. Papà ne informava lo Zio Don Filippo, e fra l'altro scriveva: "Tredici figli! Sarà un segno di fortuna o sfortuna?" e lo Zio gli rispondeva: "E' già una grande fortuna avere tredici figli!" Il sette dello stesso mese, Giovanni aveva preso a sua sposa Eugenia Capra in una funzione assai semplice alla quale of­ficiò lo Zio Don Giovanni. Ricordo benissimo i cari sposi quando vennero all'Oratorio il giorno stesso del loro sposalizio a ricevere la benedizione dell'Ausiliatrice e dello Zio Don Filippo. Ed una festosa benedizione si ebbero pure dal Vescovo Salesiano Mons. Ernesto Coppo, da poco tempo consacrato. Quel primo incontro con la cognata Eugenia, sorridente ed affettuosa, mi convinse subito di quanto dovevo avere più tardi generosissima conferma: con essa entrò nella famiglia un cuore tanto buono quanto gentile. Premurosa ed affettuosa qual figlia verso i Genitori, è poi sempre stata amabile sorella con i fratelli del suo Giovanni, specialmente con quelli in America.

Altro importantissimo evento di quel 1923 fu l’ordinazione sacerdotale a New Rochelle, negli Stati Uniti, di Don Cesare il 18 Giugno, quando egli non era ancora ventitreenne. Fra le carte di famiglia vi si trova una let­tera di Luigi che, con il cugino Salesiano Eugenio De Martini, rappresentò la famiglia in quella memoranda occasione. E' una commoventissima lettera che descrive in dettaglio il rito e le feste che l’accompagnarono non solo, ma che cerca di scoprire ed interpretare per i Genitori le sante emozioni provate dal neo-Sacerdote e da Luigi stesso. Sentivano ambedue che Papà e Mamma erano loro assai vicini. Ed è pure conservato fra quelle vecchie carte il telegramma che portava alla famiglia la prima benedizione del primo suo membro elevato al Sa­cerdozio. Quattro parole, ma quante cose esse non dissero ai Genitori — "Sono Sacerdote. Benedico tutti. Cesare."

Pel 1924 registriamo poche date. Il 2 marzo, giorno della nascita di Rosetta, primogenita di Giovanni. Ed ecco diventati nonni i nostri Genitori: Papà a quarantanove anni, e Mamma a poco più di quarantacinque, ambedue in ottima salute e quanto mai attivi. Altra data: il 5 agosto, giorno in cui Filomena veste a Nizza l'abito delle Figlie di Maria Ausiliatrice, presenti i Genitori e Pietro e Paolo. Quell'anno segnò pure l'entrata di Augusto a Foglizzo prima, poi ad Ivrea. I Genitori avevano prudentemente pensato di dare a lui pure l'opportunità di decidere, prima del servizio militare, su quale via avrebbe diretto i suoi passi. Pensarono giustamente che, distaccandosi per qualche mese da casa, la scelta gli sa­rebbe stata più facile ed anche più decisiva.

Il 1925 fu Anno Santo, e fu pure anno di felicissimi eventi per la nostra famiglia. Poco prima di Pasqua giungevano dalle Americhe nuovamente le Zie Suor Maria e Suor Filomena, chiamate al Capitolo Generale per l'elezione della Superiora Generale. Verso la metà di giugno, Pietro e Paolo, terminati gli studi ginnasiali a Valdocco, facevano formale domanda per l'ammissione al Noviziato Salesiano. Paolo fu scelto Principe di Buona Condotta per la sezione studenti, ambitissimo premio con­ferito dalla Casa Madre al suo migliore allievo. I gemelli non erano presenti alla premiazione essendo essi ritornati in famiglia subito dopo gli esami di stato. Presenti invece nel foltissimo uditorio eran le Zie Suore, una delle quali salì sul palco a ricevere, a nome della famiglia dalle mani dello Zio Don Filippo, il diploma d'onore. Raccontò la Zia più tardi che nell'atto di darle il diploma, lo Zio si rivolse al Direttore domandandogli: "E a Pietro non date niente?" — "Signor Don Rinaldi, "rispose il Direttore, "solo un allievo vien scelto Principe di Buona Condotta. E poi Pietro..." "Pietro," interruppe lo Zio sorridendo, "è un bravissimo ragazzo anche lui. Gli darò io un premio..." Conservo ancora gelosamente la penna stilografica che il santo Zio mi diede un due mesi dopo, poco prima della mia partenza per gli Stati Uniti.

Una sera verso la metà di luglio, le Zie Suor Maria e Suor Filomena giunsero a casa da Torino recando, dicevan loro, "una bellissima notizia." — "Vediamo un po' chi indovina," ripetevano sorridenti e misteriose. Ricordo che qualcuno disse: "Viene a casa lo Zio Don Filippo!" — "Viene a casa Cesare!..." esclamò impul­sivamente la Mamma. Ed aveva indovinato la Mamma! Fu un tripudio di gioia! Cesare era arrivato improvvisamente a Torino e le Zie l'avevano già incontrato. Un paio di giorni dopo giungeva a casa quanto mai atteso e festeggiato. E si pensò alla sua prima Messa solenne in paese. E si preparò una bella festa a cui parteciparono anche i parenti lontani, festa che si sarebbe poi ripetuta per ben tre volte per gli altri tre figli sacerdoti. Don Cesare si ebbe molti regali in quell'occasione, ma un bel regalo fece lui stesso alla Mamma conducendola con sé a Roma in un viaggio che toccò varie città d'Italia e che Mamma fece per anni tema di amenissime conversazioni.

L'autunno di quell'Anno Santo vide Paolo al Noviziato della Moglia, e Pietro di partenza per gli Stati Uniti. Interessante come noi gemelli si venisse ad una decisione che doveva inesorabilmente rompere quell'unione così intima ed affettuosa da cui eravamo stati legati per tanti anni. La decisione fu istantanea e resoluta da ambe le parti. "Io vengo in America," dissi a Don Cesare quando questi ce ne fece proposta. "E io vado alla Moglia," aveva tranquillamente annunciato Paolo.

La separazione fu penosa per entrambi. Ricordo che era venuto dalla Moglia per la mia vestizione fatta con pochi altri presso le camere di Don Bosco, il 18 ottobre. Passammo insieme tutta la giornata, rivivendo i bei giorni della nostra vita all'Oratorio. Si era fatto tardi, e con sera si avanzava pure l'ora della sua partenza. Non ci sapevamo distaccare. Dalla portieria uscimmo sulla piazzetta della Basilica, da quella passammo al monumento di Don Bosco, poi su verso il Corso. E finimmo per salutarci più con gli occhi lacrimanti che con le parole. Penso ancora che mi costò assai di più di separarmi da Paolo che non dalla famiglia. Presentivano forse i nostri cuori che non ci saremmo mai più rivisti quaggiù?

Due altri membri della famiglia lasciavano la casa paterna quell'autunno per la prima volta. Maria, ormai sedicenne, aveva anch'essa sentito l'attrattiva alla vita religiosa, e a Torino prima e più tardi ad Arignano, faceva i primi passi sulla via che l'avrebbe un giorno portata tanto lontano. Peppino, poco più che undicenne, entrava all'Oratorio a prendere il posto che Pietro e Paolo avevano lasciato pochi mesi prima. E così il 1925 si chiudeva con ben otto membri della nostra famiglia lontani dal focolare domestico. La casa si era svuotata, ma non il cuore dei Genitori che con ansia affettuosa li seguivano col pensiero, e più ancora con la preghiera.

 

 

 

VII

 

GIOIE  E DOLORI

1925-1930

 

Le spese sostenute per portar su la numerosa famiglia (né poche né leggere quando si pensi che ben sette dei figli eran stati educati in collegi), lo scarso rendimento dei poderi ed in più qualche debito che gravava ancora sulla famiglia ne rendevano la situazione finanziaria piuttosto precaria e disagevole. Con ammirevole spirito di sacrificio e dedizione alla famiglia, Giovanni, ritornato dal servizio militare, faceva più che la sua parte. Ma egli si era ormai creata la sua famiglia e pensava seriamente al suo futuro che non si prospettava affatto promettente in paese. Ed aveva perciò puntato le sue speranze sull’America. Ed ecco che nel marzo del 1926, incoraggiato da Don Cesare e da Luigi, salpava anche lui per quella terra promessa di tanti emigranti Italiani. Cordialmente accolto dai fratelli a New Rochelle in quell'istituto Salesiano, rivelò subito quelle capacità lavorative, spirito di adattamento e tenace volontà che gli dovevano poi aprire tante strade sul campo del lavoro.

Questo cinquennio dal 1925 al 1930 vide ben sei membri della famiglia votarsi al Signore nella famiglia di Don Bosco: Luigi, Filomena, Maria e Peppino. Come sono misteriose le vie della Provvidenza! Ricordo che Zio Don Giovanni, ormai prossimo a morire, mi raccontava come Papà era rimasto non poco sconcertato quando lo Zio Don Filippo, suo direttore a San Giovanni Evangelista, lo consigliò a tornarsene in famiglia. Credeva di essere chiamato ad essere Salesiano, almeno come coadiutore. Chi avrebbe mai detto allora che nel consiglio del santo Don Filippo la Provvidenza teneva come in embrione non una, ma ben sette vocazioni Salesiane?

Nel 1928 due altri Rinaldi salpavano l'oceano spinti a diversi lidi da pur diversi motivi. Maria, da poco tempo professa, seguiva l'ideale missionario e partiva per Costarica. Augusto, terminato il servizio militare, si decideva anche lui a raggiungere gli Stati Uniti ed affidare alle opportunità uniche di quella prospera nazione il suo futuro ed il futuro di quella che sarebbe poi stata la sua famiglia. Eran dunque cinque ormai i membri della nostra famiglia che spingevano d'oltremare il pensiero verso il non mai dimenticato focolare domestico.

Il 1929, anno della Beatificazione di Don Bosco, doveva portare alla famiglia nel breve periodo di due settimane il grandissimo dolore della morte di Paolo e la gioia intima, se non festosa, dell'Ordinazione Sacerdotale di Luigi. Per nulla si pensava al primo quando, già fin dagli albori del nuovo anno, ci si preparava al grande evento della Prima Messa di Don Luigi. Egli aveva terminato il corso teologico a New Rochelle, e ben volentieri i Superiori avevan disposto che venisse in Italia per la sua Ordinazione, certo anche per premiare i lunghi anni di lavoro Salesiano espletato da Luigi tanto lodevolmente in quella Ispettoria. In quel viaggio l'accompagnò Giovanni ansioso di riabbracciare la sua cara Eugenia e la figlietta Rosetta. Si erano rivisti il Natale precedente quando Giovanni s'era recato in Italia per una breve visita.

Giungevano a casa verso la fine di maggio, e Giovanni poneva subito mano ad apprezzatissimi lavori che, fra l'altro, arricchirono la casa della doppia galleria o atrio prospiciente il cortile. Primo sentore che Paolo non stava bene l'ebbero i Genitori a Torino il 9 giugno, giorno della solennissima traslazione della salma di Don Bosco Beato da Valsalice all’Ausiliatrice. Paolo, da dieci mesi insegnante nell'Istituto di Ivrea, non era sceso a Torino con la comunità per le feste. Scriveva Don Luigi più tardi ai fratelli in America: "II 12 giugno fui con babbo a visitarlo. Il medico non si era pronunciato. Il 15 giugno andai là e non mi mossi più dal suo capezzale... Colà passavo i miei giorni assistendolo per quanto mi era dato di farlo conversando con lui delle cose nostre... Pregava con me per la sua guarigione, benché mi accorsi che ciò facesse con sforzo..."

"Pazientissimo, sempre calmo, tranquillo e sorridente, sempre nell'identica posizione, come se si fosse coricato da cinque minuti..." Così lo descrive una lettera del suo direttore Don Rossi il 21 di giugno. Una bronchite tubercolare galoppante precipitò la fine del carissimo Paolo. Era il 25 giugno. Papà, Mamma, Giovanni e Filomena giunsero appena in tempo (eran quasi le undici di sera) a raccoglierne l'ultimo sorriso, l'ultimo respiro.

Don Ricaldone, Prefetto Generale dei Salesiani, così scriveva a Don Luigi: "Il caro Paolino è in Cielo. Era un Angiolo; lo conobbi sempre tale. Perciò non oso farti le condoglianze. Dì ai tuoi cari tutto il mio affetto. Abbiamo un protettore di più in Paradiso!"

Lo Zio Don Filippo era stato a trovarlo durante la malattia. Saputo della sua morte, volle recarsi subito ad Ivrea per confortare i Genitori. I funerali a Lu fu­rono un trionfo. Riposa ora nella Cappella di famiglia, ed a quanti non lo conobbero parla eloquente l'iscrizione sulla sua lapide:

QUI RIPOSA NELLA PACE DI CRISTO

PAOLO RINALDI

CHIERICO SALESIANO

NATO A LU 5-VI-1910

MORTO A IVREA 25-VI-1929

SOAVE PUREZZA D'ANGELO

MITE ARDORE D'APOSTOLO

SACRIFICIO UMILE E DELICATO

ECCO IL PROFUMO DEI SUOI VENT’ANNI

CHE EGLI LIETO DONO'

A DON BOSCO PER LE ANIME.

Don Luigi fu ordinato il 7 luglio nella Basilica di Maria Ausiliatrice con un folto gruppo di leviti. Scriveva poi ai fratelli in America: "Tutti della famiglia erano ad assistere, fuorché Peppino che non si sentiva troppo bene. Papà e Mamma piangevano dalla gioia. Finita la funzione, lo Zio Don Filippo ci volle con lui a colazione. Nella Mamma era un succedersi di lacrime e sorrisi. Finché le facevano le congratulazioni per me, rideva per la gioia; ma allorché incominciavano a farle condoglianze per Paolo, subito si metteva a piangere. Il lunedì celebrai la mia Prima Messa nella Cappella Pinardi, assistito dallo Zio Don Filippo. Erano presenti Papà, Mamma, Suor Filomena, Filippina e Rosetta. Filippina fece la sua Prima Comunione in questa occasione."

La festa a Lu ed in famiglia fu improntata a grande semplicità ed a molta intimità. E' ancora Luigi che scrive: "Vi è molta tranquillità in famiglia. La fede di tutti noi è così grande che ci fa piegare il capo senza doverci abbandonare ad esagerate manifestazioni della pena che è pur grande. Il pensiero, poi, che da tutti Paolo è stimato un santo è una grande consolazione nel dolore. "Un cumulo di testimonianze furono raccolte, sfortunatamente non mai vagliate ed ordinate, che danno fondamento all'opinione di quanti conobbero Paolo che egli fosse veramente un santo.

Nell'autunno di quell'anno (1929), Peppino entrava nel Noviziato della Moglia. Il posto nelle file dell'esercito Salesiano, così prematuramente lasciato dall'amato Paolo, veniva in tal modo subito occupato da un altro membro della famiglia.

 

 

 

VIII

 

LO ZIO DON FILIPPO

E LA NOSTRA FAMIGLIA

 

"In voi ho trovato la mia famiglia!" Queste parole scritte dallo Zio Don Filippo ai nostri Genitori pochi giorni dopo la sua ultima visita a Lu (Novembre 1929) basterebbero da sole a motivare questo capitolo. Abbiamo già più volte intravisto la sua paterna figura nello svolgersi di queste memorie; ma egli ebbe tanta parte nella nostra famiglia che è ben giusto che ci soffermiamo alquanto per meglio valutare l'influenza che questo uomo di Dio esercitò sulla famiglia nella quale egli "ritrovò" la sua.

Non è il caso che mi fermi a dare cenni biografici sul venerato nostro Zio. La sua vita in isteso, sia quella del Ceria come il magnifico studio della Larese-Cella, è a portata di mano di tutti. Noto soltanto che, essendo Don Filippo nato il 28 maggio 1856, era di circa vent'anni più anziano di Papà. Sappiamo pure che Don Filippo lasciò la casa paterna per andare da Don Bosco nell'autunno del 1877, quando Papà aveva due anni. Don Bosco, che aveva designato in cuor suo di averlo qual figlio e che indubbiamente aveva intuito l'incomparabile grandezza morale e spirituale a cui Filippo sarebbe assurto, l'aveva per anni seguito con vigile occhio da lontano, e finalmente, quando Filippo era quasi ventiduenne, l'aveva dolcemente tratto a sé.

Non abbiamo ragione di credere che Don Filippo si recasse a Lu durante gli anni della sua formazione ad Ivrea prima e poi a Foglizzo. Papà non lo poteva dunque ricordare in quegli anni, se non fosse per la fugace visione che di lui aveva avuto quando venne in famiglia per la sua Prima Messa in paese nel gennaio del 1883. I primi contatti con lo Zio il Babbo li ebbe quando, tredicenne, fu ammesso al collegio di San Giovanni Evangelista a Torino di cui Don Filippo era direttore.

Don Giovanni Zolin, di qualche anno più anziano del Babbo e suo compagno a San Giovanni, mi narrò che lo Zio affidò Papà a lui perché se ne facesse amico e gli tenesse compagnia in quei suoi primi giorni in collegio. Abbiam già visto che fu per consiglio dello Zio che egli lasciò San Giovanni. Durante gli anni del soggiorno di Don Filippo nella Spagna (dall'autunno del 1889 alla primavera del 1903), se vi furono incontri non lo furono che di passaggio durante le poche e brevi comparse che lo Zio fece in Italia. Dopo la sua nomina a Prefetto Generale (marzo 1903) cominciarono ad effettuarsi quei contatti che dovevano perdurare fino alla morte dello Zio, il 5 Dicembre 1931.

In una lettera che lo Zio scrisse alla Zia Suor Giuseppina pochi giorni dopo la morte della Madre di Papà (13 gennaio 1907), egli che aveva assistito la cognata negli ultimi giorni della sua malattia ed aveva osservato di quale affettuosa premura Babbo e Mamma l'avevano circondata, così si esprimeva: "Filippo ed Ernestina si sono comportati tanto bene. Salutameli, e dì loro che non li dimentico."

Durante quei suoi primi anni a Torino, Don Filippo veniva raramente a Lu e solo per brevi visite. Contrariamente allo Zio Don Giovanni che si fermava per qualche giorno (fin verso il 1915 Don Giovanni alloggiò abitualmente dalla cognata Teresa "Gegia"), Don Filippo non pernottò che rarissime volte in paese in quei tempi, e quasi sempre nella casa della sorella Filomena, sposa al Cav. Ribaldone. Dopo la morte di Filomena (11 marzo 1905), quando veniva a Lu, prendeva i pasti dal cognato Cristoforo Boccalatte (marito di Teresa "Gigiè" sorella di Don Filippo), o anche da Teresa Prades “Gegia", moglie di suo fratello Pasquale. Dagli anni della guerra in poi, la nostra casa divenne per Don Filippo (come pure per Don Giovanni) il posto preferito durante le sue visite a Lu.

E' certo che già fin da quei primi anni, visitando, come soleva fare anche solo di sfuggita, tutte le famiglie dei nipoti, non poteva non notare col suo occhio fino e sagace l'ambiente che si era formato nella nostra, non meno che la "bella e crescente scalinata di pronipoti", come si esprime in una delle sue lettere. Un altro fatto depose pur ad avvicinarlo sempre maggiormente alla nostra famiglia: l'illimitata confidenza che Papà aveva in lui. Tale confidenza cresceva col crescere dei figli e delle difficoltà nella famiglia. Papà non aveva segreti con lo Zio. Ed il sant'uomo era sensibile a quella confidenza come pure ai riguardi ed alle attenzioni delicate di cui Papà e Mamma lo circondavano sempre.

Ricordo, ad esempio, che il Babbo venne a Torino il giorno dopo l'elezione dello Zio a Rettor Maggiore per congratularsene con lui. La domenica seguente, quando Paolo ed io lo incontrammo per servirgli la Messa nella Cappella delle Suore in Piazza Maria Ausilitrice, egli ci disse: "Ma sapete che la visita di Papà mi ha davvero fatto tanto piacere!" E tanto maggiormente lo doveva poi legare alla famiglia la meravigliosa fioritura di vocazioni Salesiane che Don Filippo vedeva infiorare sempre più la casa del suo carissimo nipote Filippo.

A testimoniare l'affetto di questo nostro Santo Zio per la nostra famiglia, la sua bontà e l'immenso aiuto morale di cui le fu prodigalissimo, vi sono anzitutto le preziose lettere scritte ai Genitori che fanno ora parte dell'incartamento per il processo di beatificazione. Quanta parte del suo gran cuore in quelle lettere! In esse consiglia, schiarisce dubbi, incoraggia, ammonisce, congratula e benedice. In esse si direbbe intessuta tutta la trama della storia della nostra famiglia con i suoi eventi lieti e tristi, con i suoi problemi, le sue difficoltà, i suoi successi. Vi sono, poi, le sue visite in famiglia; non molte a dire il vero, e per lo più di breve durata, ma quanto apprezzate da tutti! Esse rimangono fra i ricordi più vivi della mia infanzia. Ci voleva tutti a tavola, e sapeva interessarsi di ogni più insignificante dettaglio della nostra vita. E quelle visite le faceva sempre seguire da una bella lettera a Papà nella quale sapeva esprimere tanto bene tutta la sua compiacenza per quanto aveva visto.

Sulle visite che il Babbo faceva di quando in quando allo Zio a Torino, trascrivo letteralmente le parole che Papà stesso scrisse e poi ripetè a voce al Tribunale della Curia di Torino convocato per la esamina dei testi per causa di beatificazione: "Per lo più quando mi recavo da lui andavo con un fardello di fastidi, di dubbi e talvolta anche di pene. Me ne uscivo dalla sua camera o dal suo ufficio completamente trasformato. Non solo mi aveva risolto tutti i problemi, ma mi aveva riempito il cuore di serenità, di calma e di coraggio."

L'ultima visita del Babbo allo Zio, nel tardo ottobre del 1931, fu particolarmente affettuosa. Io ero a Torino, da poche settimane studente di Teologia alla Crocetta. Papà era angustiato per una questione che turbava alquanto il parentado circa diritti sull'antica tomba di famiglia, questione che doveva poi risolversi con buona pace di tutti. Papà aveva costruito una nuova cappella-sepolcro per la nostra famiglia. Ora si voleva da alcuni parenti che egli rinunciasse ai suoi diritti sull'antica tomba, oppure entrasse in pieno per la sua parte delle spese nella costruzione di una cappella su quella tomba che egli non avrebbe mai usato.

Qualche lettera inconsulta era stata scritta allo Zio che aveva messo il Babbo in luce men buona. Ricordo che Papà era tanto più penato in quanto lo Zio stava poco bene, e gli rincresceva di essergli forse causa del tutto involontaria di pena. Venne dunque a Torino. Io fui presente a quell'incontro, ma ne lascio la descrizione a Papà quale egli fece più tardi scrivendo ai figli in America.

"Mi annunziarono allo Zio che era in camera, e lui scese immediatamente. Appena ci si incontrò mi pose la destra sulla spalla, e con uno sguardo pieno di affetto e di premura, 'Oh, sei qui?' esclamò con accento di tale cordialità che io mi commossi fino alle lacrime. 'Vieni, vieni in ufficio' aggiunse. Si parlò della famosa questione, fece qualche domanda, e poi disse: 'Stai un po' tranquillo, va! Non solo non hai fatto nulla di male, ma io credo che al tuo posto avrei fatto lo stesso. Hai fatto bene a costruire una cappella per la tua fa­miglia; e non è giusto che per questo tu ceda i tuoi diritti sull'antica, perché sepolti là hai i tuoi genitori... Mi dici che hai intenzione di contribuire quel tanto che è nei limiti del giusto per la costruzione di una cappella su quella nostra vecchia tomba, e va tanto bene. Ma in tutti i casi, non darti pena, sai... Morremo io, tu e tanti altri prima che una cappella sia costruita in quel posto. Non parlarne più ad alcuno, tienti amico di tutti, e vedrai che tutto andrà a posto." E girò la conversazione chiedendo notizie dei figli lontani, della Mamma, e della campagna con una tale amabilità che io non potevo parlare per la commozione."

Le ampie biografie dello Zio Don Filippo parlano del suo spirito profetico citando non pochi casi di vere profezie da lui fatte. Il suo sguardo profetico si fermò anche sulla nostra famiglia, e Papà credette opportuno farne tema della sua deposizione giurata al Tribunale della Curia di Torino. Quando Luigi, finito il corso ginnasiale a Penango, s'iscrisse al Liceo di Alessandria, Papà ne parlò a Don Filippo. "Vorrà poi andare all'Università, ed il mio unico fastidio è che mi mancano i mezzi" gli disse. Lo Zio lo guardò per pochi istanti, e poi disse: "Luigi si farà Salesiano." Il Babbo non ne fece parola con alcuno, e tanto meno con Luigi. Tutti sappiamo che la cosa si avverò a puntino. Di Augusto, in un'altra occasione, prima ancora che Giovanni stesso andasse in America, disse pure a Papà: "Andrà a posto anche lui. Andrà in America." E molto tempo prima, quando il Babbo era turbato da mille cure e pensieri circa l'avvenire dei suoi figli, lo Zio gli aveva detto: "Sta tranquillo. I tuoi figli andranno tutti a posto, e bene.”

Ancora qualche ricordo di sapore personale. Paolo ed io, allievi dell'Oratorio, gli servivamo frequentemente la Messa or qui or là in case o istituti di religiose ove era sempre desideratissimo. Quando si trattava di luoghi non distanti ci si accompagnava a piedi con lui. Egli parlava della famiglia e dei nostri come se fosse stato uno di noi, uno di casa. E s'interessava di noi. Ricordo che Don Carletti, Consigliere Scolastico, ci chiamò un giorno. "Sapete," disse, "che questa mattina in sagrestia il Sig. Don Rinaldi mi domandò di voi due? E guardate che voglio sempre dargli buone notizie." Per tanti anni ritenni fra le mie carte una cartolina, illustrante il gran quadro di Maria Ausiliatrice a Torino, che il nostro buon Zio ci scrisse in occasione della nostra Prima Co­munione. Ed è pure di quell'anno (1917) una sua lettera a Papà in cui cercava di tranquillizzarlo in riguardo a timori e preoccupazioni manifestatigli. Scriveva: "In questi giorni io penso al tuo Giovanni (chiamato sotto le armi) e penso anche ai tuoi gemelli."

Qualche giorno prima della sua morte, ero stato all'Oratorio con la speranza di fargli una breve visita. Il suo segretario tenne dura la consegna dei dottori e dei Superiori, e non mi permise di vederlo. Il giorno dopo mi fu recapitata alla Crocetta una sua brevissima nota: gli dispiaceva di non avermi potuto vedere e terminava: "Se hai bisogno di qualche cosa, fammelo sapere." Così con tutti i suoi pronipoti, ciascuno dei quali potrebbe aggiungere pagine e pagine a queste memorie.

Il pensiero di Papà tornava tante volte allo Zio Don Filippo negli ultimi mesi della sua vita. Parlava di lui come se fosse ancora vivo. Quanto affetto, quanta gratitudine nei suoi occhi quando posava lo sguardo sul magnifico busto del nostro santo Zio che aveva voluto nell'atrio della nostra casa, circondato sempre di fiori e piante verdi. La sua ultima preghiera, recitata con tanta devozione, fu proprio allo Zio, poco meno di mezz'ora prima che morisse. E lo sguardo paterno di Don Filippo l'accompagnò fino alla fine. Il feretro del nostro buon Papà fu posto dinnanzi al busto del gran Servo di Dio poco prima che si svolgesse il corteo funebre verso la chiesa.

Ancora un episodio. Quando il giorno dopo la morte di Don Filippo, il Babbo venne a Torino, l'accompagnai alla chiesa succursale in Piazza Maria Ausiliatrice ove la salma dello Zio era stata esposta. Accostatosi al feretro, Papà ruppe in pianto dirotto. Ricordo che un giovane guardandolo disse: "Piange come se Don Rinaldi fosse suo padre!" Ed era vero: a Papà, a tutta la nostra famiglia Don Filippo fu padre, e padre buono.

 

 

 

IX

 

ANNI SERENI

1930-1935

 

Il 1930 volgeva al termine quando si avverava il sogno più accarezzato di Giovanni che era stato di portarsi Eugenia e Rosetta in America. Ricordo tanto bene il loro primo alloggetto a New Rochelle dove incominciò quella magnifica tradizione di ospitalità che attraverso gli anni doveva fare della casa di Giovanni un poco la "casa" dei suoi fratelli in America.

Quell'anno vedeva pure Don Cesare prefetto dell'Istituto Salesiano di Goshen, in procinto di metter mano ad una grandiosa costruzione; Don Luigi nella Parrocchia Salesiana di Tampa in Florida; Pietro assistente dei Novizi a Newton, N. J., ed Augusto ancora impiegato nell'Istituto Salesiano di New Rochelle. In Italia, Suor Filomena era ai suoi primi passi nell'apostolato educativo, Peppino era studente di Filosofia a Foglizzo, ed in famiglia, con i Genitori, erano Peppina, Ernesto e Filippina. Suor Maria, a Costarica, stava completando il suo periodo di formazione.

In casa Papà, che aveva da tre anni lasciato il negozio, accentrava le sue fatiche sui poderi. Non eran più i tempi fastidiosi di una volta perché Giovanni ed Augusto non mancavano di sollevarlo con i loro aiuti. Ricordo che trovai molta serenità in famiglia quando vi giunsi dall'America alla metà di settembre del 1931. Ritorno per me indimenticabile! Ero partito poco più che quindicenne, e ritornavo ora giovane formato, se non proprio maturo, a ventun anni. Incancellabile fra i ricordi più belli della mia vita la visione che ebbi dell'amato Papà dall'alto del piroscafo a Genova. Ci eravamo finalmente scorti: lui sulla banchina, con lo Zio Villasco, sventolava un fazzoletto che di tanto in tanto si portava agli occhi... E a casa? Ricordo che la Mamma, dopo un primo abbraccio, mi si parò dinanzi incredula, commossa di trovare il suo Pietro tanto cambiato, commossa sopratutto perché rivedeva in lui un poco del suo Paolo!

Il 5 dicembre di quell'anno, in silenzio, senza uno spasimo, tutto raccolto in sé, tranquillo e sereno come era vissuto, e proprio nel modo da lui predetto, lo Zio Don Filippo rendeva la sua bell'anima a Dio.

Nel luglio del 1933, la Mamma, cedendo alle istanze di Giovanni e di Cesare, partiva per gli Stati Uniti. Un po' trepidante e commossa, ma coraggiosa, l'affidammo al sontuoso ed accoglientissimo piroscafo, ed i cuori della metà della famiglia da questa sponda l'accompagnarono fin che giunse fra le braccia dell'altra metà sulla sponda americana. Quanto bene non le fece quella visita in America, e quanto ne fece ai figli di colà! Passò con loro quasi sei mesi, ospite di Giovanni e di Don Cesare a Goshen prima, poi a Elizabeth; quindi a Tampa all'Istituto Salesiano di cui Don Luigi era direttore e dove Augusto era impiegato. E ritornò in Italia alla metà di novembre, e ce la trovammo ringiovanita, col cuore pieno di tanti ricordi che affiorarono per tanto tempo nelle sue conversazioni.

Come ricordo bene quegli anni sereni del mio corso Teologico a Torino! Le visite dei Genitori, i frequenti incontri con Peppino che si trovava a San Giovanni pel suo triennio pratico; i meno frequenti, ma pur sempre cari, con Suor Filomena ad Asti; quelle indimenticabili vacanze nel dolce autunno monferrino! Oh anni, anni sereni ed indimenticabili della mia giovinezza fisica e spirituale! Come dimenticare Torino regale e Salesiana, le feste dell'Ausiliatrice, i trionfi della Sindone Santa, la canonizzazione di Don Bosco? Come dimenticare le sante soddisfazioni dei miei studi teologici, i miei compagni, i miei maestri? Quel santo autentico di Don Vismara, quel bonario Don Zolin, quel fino Don Barberis, dai quali mi sentivo tanto ben voluto. Non li dimenticherò mai più!...

E furono coronati quei quattro anni con la mia Ordinazione Sacerdotale il 7 luglio 1935, nella Basilica di Maria Ausiliatrice. Ricordo che fui prescelto a cantare la mia Prima Messa all'Istituto Internazionale il giorno dopo, presente tutta la comunità, il Rettor Maggiore Don Ricaldone con quasi tutti i membri del Capitolo Superiore, tutta la famiglia alla quale si era unito, desideratissimo, Don Cesare, venuto dall'America a rappresentare i fratelli di colà. E fu appunto la sua presenza in famiglia in questa fausta occasione che rese tanto più bella per me, per Papà e Mamma, per tutti la festa della mia Prima Messa in paese la domenica seguente. Solenne le funzioni in chiesa, magnifico il pranzo, cordialissimi gli invitati, belli i discorsi, preziosi i regali... Ma pur tanto belle le serate che seguirono, trascorse nella dolce intimità della famiglia, riandando tanti cari ricordi del passato e guardando fidenti all'avvenire! E venne anche l'ora del distacco che riportava Cesare e me al nostro campo di lavoro al di là dell'oceano.

L'autunno di quell'ormai lontano 1935 ritrovava Don Cesare a Elizabeth, parroco tanto attivo quanto stimato di quella parrocchia Salesiana; Giovanni e famiglia pure a Elizabeth, poco discosti dalla chiesa, la loro casa rallegrata poco più di un anno prima (29 luglio 1934) dalla nascita di un bel maschietto, Paolino; Don Luigi, direttore a Tampa dove si trovava pure Augusto; Don Pietro, consigliere scolastico all'Istituto Salesiano di New Rochelle. In Italia, Suor Filomena era ad Asti; Peppino aveva incominciato il corso Teologico alla Crocetta; in famiglia, Peppina (quasi ventenne) ed Ernesto (diciottenne) prestavano valido aiuto ai Genitori, mentre Filippina, tredicenne, era alle prese con gli studi secondari. Suor Maria da Costarica continuava a mandare buone notizie sulla sua attività nel campo educativo.

 

 

 

X

 

VERSO LA GRANDE GUERRA

1935-1940

 

Verso la metà di dicembre del 1936, Papà giungeva a New York, affettuosamente accolto da Giovanni, Don Cesare e Don Pietro. Era una grigia giornata d'inverno, e le strade della grande metropoli brulicavano di macchine e di gente intenta alle compere per le feste Natalizie ormai prossime.

Ricordo l'espressione commossa di Papà felice di rivederci, ed anche un po' attonito dinnanzi allo spettacolo della strabiliante città di Nuova York. Quel Natale rimane anch'esso fra i cari ricordi della mia vita. Don Cesare mi aveva invitato a cantare la Messa di mezzanotte a Elizabeth (ero allora Catechista dello studentato di Newton), il che fu per me il più bel regalo di Natale che potessi desiderare. Credo che anche per Papà quella Messa solenne di Natale fosse poi rimasta fra i ricordi incancellabili di quel suo viaggio.

Venne a Newton pel Capodanno, e la comunità (aspiranti, Novizi e studenti di Filosofia) l'accolse con canti piemontesi, discorsi e dialoghi in italiano ed inglese che divertirono forse più i festeggianti che il festeggiato, specialmente quando questi si sentì invitato a volgere la sua parola al folto uditorio. "Oh Signur! Se ca diga ades?" mi chiese alzandosi un tantin allarmato. Devo dire però che se la cavò ottimamente, tra una salve di applausi.

Da solo affrontò il lungo viaggio da Newark a Tampa, andata e ritorno, munito di preziosi biglietti in italiano ed inglese che egli silenziosamente porgeva ai bigliettai o personale di servizio ogni volta che aveva bisogno di qualche cosa. Si trovò assai bene a Tampa, e se la godette un mondo con Don Giovanni Focacci, della sua stessa età, con il quale se la intendeva assai bene.

I vari giorni che trascorse in Florida con Don Luigi e con Augusto furono poi sempre assai ricordati da lui. Trascorse la maggior parte del suo soggiorno in America a Elizabeth con Don Cesare e con la famiglia di Giovanni. Con l'approssimarsi della primavera (1937) lo vinse il desiderio di trovarsi fra i suoi vigneti ed anche un po’ la nostalgia per la famiglia e, se era tanto contento e grato di quel soggiorno in America, non era meno felice di tornarsene a casa ed alle sue ormai vecchie abitudini di vita.

Lo sposalizio di Pappina, il secondo nella famiglia, segna un'altra data memoranda nella nostra storia. Il 7 giugno 1938, Peppina si univa ad Angelo Verri in una cerimonia ufficiata dal nostro cugino Padre Valerio Rinaldi. Fu un'unione veramente benedetta dal Signore. Due figli e cinque figliole (Anna, Gemma, Pier Giorgio, Maria Luisa, Filippo, Paola e Maria Augusta) crescono sani e buoni secondo le più belle tradizioni della nostra fa­miglia. Con l'allontanarsi di Peppina da casa, non rimasero coi Genitori che Ernesto, ventenne ed alla vigilia del servizio militare, e Filippina, poco più che quindicenne.

Fra le carte di famiglia trovo copia di una lettera scritta dalla Mamma a Don Cesare poco dopo lo sposalizio di Peppina. Leggendola è facile comprendere come i nostri Genitori si sentissero un po' soli e come il futuro sembrasse loro piuttosto scuro. Ma in essa, come in tutte le lettere di Papà e Mamma, prevale un sereno ottimismo dettato da un'illimitata confidenza nel Signore.

 

* * *

 

Nel marzo del 1939, Don Cesare finiva il suo sessennio come Parroco della Chiesa di Sant'Antonio in Elizabeth, N. J. Rispondendo ad un bisogno del suo spirito ed anche all'invito dell'Arcivescovo di Newark, egli passava dalla Società Salesiana alla Archidiocesi di Newark. In questo passo egli ebbe completa la comprensione dei suoi Superiori, e quella che a lui tanto stava a cuore, dei Genitori e dei Fratelli.

Scriveva infatti Don Cesare il 22 aprile di quell'anno: "Carissimi Genitori — Vi ringrazio, come di cuore ringrazio il Signore, per avere preso la mia decisione ed il mio passo nel senso giusto. Vi assicuro che voi foste presenti nella mia mente continuamente e che una delle mie preoccupazioni più serie fu il come avreste interpretato questo mio passo. Sono anche grato al Sig. Don Ricaldone per la sua bontà verso di voi e verso di me. Sono ora più che mai convinto che tutto fu disposizione del Signore..."

Anch'io ero intimamente convinto di ciò avendo avuto modo d'intrattenermi a lungo con Cesare su questo argomento. Ecco quanto avevo già scritto ai Genitori fin dal 24 marzo di quello stesso anno: "Questo passo fu da lui pensato e voluto come necessario alla tranquillità dell'animo suo nonché al suo desiderio di lavorare per il Signore e per le anime in un ambiente in cui la sua attività sia meglio compresa ed apprezzata. Io vi dico con assoluta convinzione che il Signore lo guida in questo suo passo. Fra qualche anno questo lo si vedrà ancora meglio."

Sono passati oltre sedici anni dal giorno in cui l'Arcivescovo di Newark, ricevuto Don Cesare a braccia aperte, lo promosse parroco di una delle più importanti parrocchie italiane dell'Archidiocesi, la parrocchia di Sant'Antonio in Union City, N. J. Impossibile dire adeguatamente del progresso spirituale e materiale di quella parrocchia. La stupenda nuova chiesa, eretta nel 1950, è come l'indice materiale della meravigliosa rifioritura spirituale di quella comunità. L'importantissima missione presso il Vaticano, in cui Don Cesare ebbe sì gran parte e che gli meritò dal Santo Padre la prelatura, lo mise in grado di rendersi utilissimo alla Chiesa ed alla Società Salesiana durante i burrascosi anni della guerra e dell'immediato dopoguerra. Il bene, poi, che venne ai Genitori ed alla famiglia fu veramente provvidenziale. Chi non vede che il Signore realmente guidò i passi di Don Cesare in modo del tutto meraviglioso?

A questo punto cederei volentieri la penna ai fratelli ed alle sorelle ognuno dei quali, ne son certo, scriverebbe righe improntate a profonda gratitudine per il nostro carissimo fratello Monsignore. E' impossibile dire quanto egli si sia reso utile alla famiglia con il suo affettuoso interessamento e col suo finissimo senso pratico. Non credo vi sia nessuno fra noi che, in momenti difficili, non se lo sia sentito vicino con il suo incoraggiamento, col suo consiglio e sovente anche col suo aiuto fattivo e generoso.

 

* * *

 

Anche in quel 1939 il Buon Dio misurò alla famiglia la pena con la gioia. Ernesto era chiamato al servizio militare al cominciare della primavera. A ventun anni, alto, robusto e volenteroso rappresentava per Papà e per la ormai ridotta famiglia un vero sostegno. Eppure questa chiamata segnava soltanto il principio di ansie e timori che dovevano durare per quasi due anni.

La gioia il Signore la mandò ai Genitori con l'ordinazione Sacerdotale di Don Giuseppe, quarto dei loro figli a salire il sacro Altare. Ad aumentare il giubilo di questo faustissimo evento vennero dall'America Don Luigi, Giovanni, Eugenia, Rosetta e Paolino. Dalle lettere che noi in America (io ero allora a Tampa) ricevemmo durante quell'estate era facile comprendere tutta la gioia, la solennità di questa festa sacerdotale, la quarta che si celebrava in famiglia.

Don Giuseppe fu ordinato il 2 luglio nella Basilica di Maria Ausiliatrice, come già lo erano stati Don Luigi e Don Pietro. La domenica seguente celebrò la sua Prima Messa in paese. La festa ripeteva quelle già fatte per gli altri tre fratelli, ma ad esse aggiungeva il fatto, raro se non unico, che questo era il quarto dei fratelli sacerdoti non solo, ma l'unico dei quattro che rimaneva vicino ai Genitori. E fu solenne quanto lo eran state le altre, ed anche più gioiosa. La presenza, poi, di Don Luigi, di Giovanni e la sua famiglia, fu di grande aiuto e di immenso conforto ai Genitori ed al neo sacerdote. Né doveva mancare una visita ad Ernesto assente. Andarono a trovarlo fin lassù al Colle di Tenda per renderlo un po' partecipe della gioia di quei giorni indimenticabili.

In quella tarda estate s'addensavano più nere che mai le nubi di guerra. La burrasca stava per scatenarsi. Il Governo americano ammonì i cittadini americani a lasciare l'Europa. Don Luigi e Giovanni si videro costretti a partire al più presto, e così fecero il primo settembre salpando con una nave mercantile di fortuna. Eugenia, Rosetta e Paolo li seguirono più tardi.

 

 

 

XI

 

PAESE  E  PARENTI

 

Mi pare giusto sostare ancora una volta sul cammino di questi nostri ricordi di famiglia per volgere brevemente lo sguardo dall'ambito stretto di essa e spaziarlo un poco sul nostro paese ed anche sulla cerchia del nostro parentado.

All'occhio del forestiero che si aggira per il Monferrato, Lu si presenta non molto diverso da tanti altri borghi appollaiati sui colli ridenti ed ubertosi di questa fertilissima ed amena zona del Piemonte. Il solito agglomeramento di case, più o meno pittoresco, strade ripide e strette che salgono su verso la chiesa e verso i ruderi di un antico castello di cui non rimane che una torre solida e quadrata.

A Lu ciò che attira e attrae l’occhio del forestiero è l'ampio e magnifico panorama che gli si para dinanzi dai posti più alti del paese; e particolarmente all'approssimarsi della vendemmia, l'aspetto ordinatissimo del vigneti così puliti e pettinati da sembrare giardini Romani. Il panorama, ricco e vario, insuperabilmente bello quando è visibile la magnifica corona delle Alpi, è dono di Dio. La meticolosa, attenta ed amorevole coltivazione delle vigne è la specialità, il vanto dei Luesi che non hanno uguali in questo, si dice, né in Italia né all'estero.

A chi va in cerca di storia e di arte, il nostro paese non ha molto da dare. Pochi i ricordi storici, ed ancor più scarsi i monumenti d'arte. Avevo sempre creduto che le nostre chiese fossero le più belle di questo mondo (mi piaceva tanto quella di San Nazzario!) finché, a undici anni, non vidi quelle di Torino... Confesso che un debole ho ancora, come l'hanno e l'avranno sempre tutti i Luesi: San Valerio. La sua cripta un po' misteriosa sotto la chiesa di S. Maria, il busto argenteo del Santo con quel suo volto enigmatico, la sua storia che si perde nel lontano passato, son cose che fanno ancor ora presa sul mio spirito.

Se Lu assurge ad una qualche celebrità nel mondo non lo deve dunque alla sua storia e tanto meno ai suoi monumenti d'arte, ma a qualche cosa che, nei valori umani e divini, è ben superiore a tanti fatti storici e a tutte le produzioni dell'arte. Lu ha fatto parlare molto di sé per il numero stragrande di vocazioni ecclesiastiche e religiose sbocciate nel suo seno. Il Congresso delle Vocazioni Luesi, indetto per geniale iniziativa del prevosto Don Cesare Robione nel 1946, attirò lo sguardo del mondo sul nostro paese. Un grosso manipolo delle quasi duecento e cinquanta vocazioni viventi di Lu sostò per qualche giorno all'ombra del campanile in un indimenticabile ciclo di riunione e funzioni culminate da una solennissima processione con le Reliquie di San Valerio. Se alle vocazioni viventi si aggiungono quelle dei defunti in quest'ultimo cinquantennio è facile concludere che a Lu Dio parla ed invita sovente, e che a Lu si risponde di "sì" al Signore da uno per ogni dieci dei suoi abitanti, un "sì" che in un senso costa la vita, ma che fa di chi lo dice generosamente un apostolo di Gesù Cristo.

Ricordo che, mentre si tornava dal Camposanto il giorno triste del funerale di Papà, io m'accompagnavo con Don Bellido, del Capitolo Superiore dei Salesiani. Con noi vi era pure un Salesiano di Lu. Era una splendida giornata d'autunno, serena e piena di sole. "Quanto è bello questo Monferrato!" esclamò il buon Superiore. "Eppure omnis gloria eius ab intus!" osservava il Salesiano Luese accennando al numero stragrande di vocazioni nel paese. E continuava: "Veda, è ben difficile qui a Lu incontrarsi con qualcuno che non abbia parenti che siano preti o suore." E additava alcune persone fra la gente che circolava intorno a noi. "Quelle due signore sono parenti di Mons. Colli, Vescovo di Parma; quel tale è fratello dell'Ispettore Salesiano della Liguria; quel giovanotto ha due fratelli dai Maristi; e la signorina laggiù ha due sorelle che sono Suore Salesiane..."

Cose queste che solo a Lu possono capitare. Continueranno a capitare? Al nostro paese vi è ancora molta fede. L'ho vista in azione questa fede durante questo mio soggiorno a Lu. In chiesa, grande serietà di devozione, di preghiere, di canti, anche da parte maschile. Ma ho notato pure che le famiglie si fan sempre più piccole (otto battesimi in un anno nella chiesa di S. Maria!), che la gioventù ha atteggiamenti spiccatamente moderni per non dire mondani, che tanti sognano la città. Non è certo il clima degli anni che videro abbondantissime messi di

vocazioni.

 

* * *

 

Ed ora uno sguardo al parentado. Dei fratelli di Papà ho vivo il ricordo di Teresio (morto nel 1948), figura tipica di contadino laborioso e buono. Dei suoi otto figli, cinque sono tuttavia viventi (com'è pure la loro buona Madre che si approssima ai novantanni), e due — Padre Valerio Domenico e Padre Luigi — sono sacerdoti dell'Ordine di San Camillo. E sono degnissimi sacerdoti che onorano il nome della famiglia con le loro virtù e le loro opere. Il fratello maggiore di Papà, Luigi, più che novantenne, mi ricorda tempi ormai lontani, gite felici alla Gascona, l'affettuosa bontà della Zia Marchina e della cugina Filomena verso di noi bambini. Ebbero quattro figli; Cristoforo morì nella Prima Grande Guerra, e Luigina morì giovane Suora Salesiana.

Delle tre sorelle di Papà — tutte e tre Suore Salesiane — Suor Filomena morì nel 1950 nel Venezuela. Direttrice ed Ispettrice per lunghi anni, di lei il Vescovo Salesiano Mons. Aguilera disse a Paolo ed a me: "Avete una zia che è proprio una santa!" E tale la conoscemmo durante i brevi periodi di sua permanenza in Italia. Suor Maria, tuttora vivente in Costarica, ha vissuto anch'essa tutti gli anni della sua vita religiosa nelle Americhe, direttrice abile, dinamica, stimatissima. Suor Giuseppina, che si trova a Lu da oltre un cinquantennio, è quanto mai benemerita del paese e della famiglia.

Dei cugini primi del Babbo (figli di Pasquale) ricordiamo Pietro, Benedetto, Giuseppe, Don Guglielmo, Suor Antonietta e Giuseppina. Pietro, morto del 1930, ebbe ben dieci figli fra i quali si è distinto Pasqualino che resse, come sindaco, l'amministrazione comunale durante la seconda guerra. Benedetto morì nel 1954. Giuseppe, tuttora vivente, è padre di otto figli. Don Guglielmo, Salesiano, morto a trentasei anni nel 1903, fu uomo eccezionale per virtù e zelo. Dopo quasi trent'anni della sua morte, la buona gente di Oulx, ove era stato direttore, me ne parlava con la più grande venerazione. Suor Antonietta, f.m.a., che edificò tutti a Villa Salus durante la sua lunga e penosa malattia, morì nel 1928. Giuseppina, anima santa tutta di Dio, dedicò gli anni della sua giovinezza al servizio dello Zio Don Luigi a San Maurizio. Trattai con lei durante i miei anni di Teologia e ne riportai sempre l'impressione che fosse una santa. Passò i suoi ultimi anni nella sofferenza, nella preghiera e nel sacrificio umile e nascosto. Morì nel 1939.

Grande figura di sacerdote fu il Salesiano Don Pietro Rota, cugino primo di Papà (era figlio di una sorella della Nonna Luisa). Fu il primo della famiglia e fors'anche del paese a farsi Salesiano, essendo stato ammesso da Don Bosco al Noviziato nel 1876, quando aveva solo quindici anni. Partì un anno dopo per le Americhe. Fu direttore per vent'anni nel Paraguay, e poi ispettore per diciotto nel Brasile. Mi diceva recentemente l'Ispettore Salesiano del Portogallo (nativo del Brasile) che per anni ed anni, quando in Brasile si parlava di Don Rota, si usava solo una parola: "Il Padre." Fu musico di valore. Era affezionatissimo al paese che, però, non visitò che raramente durante i brevi anni che trascorse in Italia come ispettore della Ispettoria Centrale. Poco prima di morire scriveva a Papà: "Ho ancora tanta speranza di venire a Lu a passarvi un po' di tempo prima che il Signore mi chiami... " Morì a Lisbona l'otto agosto 1931. I genitori di Don Rota, esemplarissimi, ospitarono le Suore nella loro casa all'inizio del loro Istituto a Lu, e generosamente contribuirono i loro beni di famiglia per quella fondazione. Don Bosco fu ospite dei Rota e passò una notte nella loro casa.

Nel quadro del parentado spiccano due altre luminose figure di sacerdoti: Don Luigi e Don Giovanni, fratelli di Don Filippo. Don Luigi era nato nel 1838, diciotto anni prima di Don Filippo. Fu zelantissimo parroco a San Maurizio. Ricorderò sempre i commossi accenti con cui me ne parlava la cugina Giuseppina che lo servì fedelmente per vari anni. Lo Zio Don Giovanni, poi, lo diceva un uomo eccezionale, sacerdote santo, un vero asceta. Morì nel 1892, vittima del suo zelo. Era stato infatti a confortare un ammalato in una tempestosa notte d'inverno. Le esalazioni di un braciere che gli fu messo in camera al suo ritorno ne causarono la morte, come ebbe ad accertarmi lo Zio Don Giovanni. Nel suo testamento aveva disposto che la sua salma fosse sepolta sotto il pavimento dell'entrata del cimitero di San Maurizio perché i suoi fedeli avessero un facile richiamo a pregare per lui, e anche "perché non merito di essere posto che sotto i loro piedi." Per ragione di restauri, la salma del pio sacerdote fu rimossa qualche anno fa e tumulata accanto al muro della nuova entrata. Diceva recentemente l'attuale parroco: "Sono oltre sessant'anni che Don Luigi Rinaldi è morto, e rimane ancora il più ricordato e venerato sacerdote di San Maurizio."

Don Giovanni era il più giovane dei figli di Cristoforo. Già seminarista a Casale, fu ammesso da Don Bosco stesso al Noviziato di San Benigno nel 1885. Fu per vari anni a San Giovanni Evangelista in Torino, prefetto della casa, direttore dell'Oratorio festivo e addetto alla chiesa pubblica. Colpito di paralisi nel 1911, pensò di ritirarsi dalla Società Salesiana sentendosi ormai inutile. Egli credeva così di dover interpretare le parole che Don Bosco gli aveva detto in tono profetico quando lasciò San Benigno: "Andrai a San Giovanni per un poco... poi vi ritornerai... farai del bene... Poi ti ritirerai finalmente a vita tranquilla." Che tali parole si dovessero interpretare nel modo inteso da Don Giovanni non era affatto il pensiero di Don Filippo che lo seppe dissuadere dal proposito di tornarsene "a quei nostri colli..."

Don Giovanni guarì, fu direttore per vari anni, e nel 1928 veniva inviato a Villa Salus, cappellano di quel piccolo paradiso di quiete e bellezza sulle colline di Torino. Quivi passò tranquillamente, proprio come Don Bosco gli aveva predetto, gli ultimi sei anni della sua vita. Andavo a trovarlo sovente durante i miei anni alla Crocetta, e ricordo quanto tranquillo ed "a posto" si sentiva a Villa Salus. Lo assistei negli ultimi giorni della sua malattia. Spirò serenamente e santamente il 31 luglio 1934. Fatto singolare: le sole lettere da lui conservate furon proprio quelle che scambiò con Don Filippo nel periodo in cui pensava di ritirarsi dalla Congregazione. Io credo che Don Giovanni volle così testimoniare allo spirito profetico di Don Bosco non solo, ma anche dello Zio Don Filippo.

Don Giovanni era un carattere assai sensibile. Ebbe a sostenere gravi sofferenze morali. Il grande moralista Salesiano, Don Gennaro, che egli si era scelto come direttore spirituale negli ultimi anni della sua vita, parlandomi dello Zio Don Giovanni, mi disse queste testuali parole: "Era un'anima forte e generosa, temprato nella sofferenza; un sant'uomo..." Attaccatissimo alla famiglia ed al paese, Don Giovanni godeva passare ogni anno qualche giorno a Lu. Negli ultimi anni ospitava sempre a casa nostra, circondato dalle cure amorevoli e premurose dei nostri Genitori.

Ancora una figura nella famiglia di Papà: il Cav. Giovanni Ribaldone, fratello della Nonna Luisa. Sposò Filomena, sorella di Don Filippo, che morì nel 1905. Era indubbiamente un uomo d'ingegno e, benché digiuno di studi, si occupò un po' di tutto, anche dell'amministra­zione comunale di Lu che resse come sindaco per qualche anno. Personalità spiccata e ricca in genere suo, il buon Cavaliere con la sua bella barba bianca s'imponeva nel paese e non sempre con le miglior conseguenze per sè stesso. Lasciò quindi Lu, e fu un po’ di tempo factotum della colonia agricola Salesiana di Canelli. Passò poi a Torino stabilendosi con la moglie Filomena nei pressi di Valdocco. Era una figura ben nota nei circoli Salesiani. Mortagli la moglie (donna austera, tutta di casa e di chiesa), il Cavaliere s'involò presto a nuove nozze. Dei quattro figli di questo matrimonio, due sono viventi: L’Ing. Mario che occupò posti di fiducia presso la Fiat di Torino, e Suor Rosina, Figlia di Maria Ausiliatrice. Lo Zio Cavaliere morì nel 1914, a settantacinque anni di età. Gli sopravvissero di parecchi anni il fratello Pietro, ben noto in paese per la distilleria da lui fondata. Tra i figli di Pietro si distinsero Angelo, per lunghi anni titolare dell'ufficio postale di Lu; e il Dott. Armando, farmacista.

Dei congiunti della Mamma ricordiamo brevemente i fratelli: Eugenio Boccalatte, che ebbe tre figli e che morì nel 1952; Giovanni, presentemente negli Stati Uniti, padre di due figlie; Alessandrina in De Martini, benedetta dal Signore con ben otto figli dei quali uno, Don Eugenio, è zelante Salesiano negli Stati Uniti; Clotilde in Bonella che ebbe due figli e morì nel 1953; Vincenzina in Ferrando; Giuseppina in Berchi, una figlia; Teresa in Villasco, con ben sette figli, morta nel 1907.

Un rilievo è doveroso prima di por termine a questa pagina. Fra la nostra famiglia e le famiglie del paren­tado regnò sempre una grande concordia che neppure i piccoli inevitabili malintesi tra parenti ruppero mai. Ultima prova fu il funerale del nostro buon Papà che vide raccolti intorno alla sua salma numerosi rappre­sentanti di tutte le famiglie dei parenti.

 

 

 

XII

 

DURANTE LA  BUFERA

1940-1945

 

Quando nel giugno del 1940 l'Italia entrò in guerra, parve ai nostri in famiglia che si chiudesse per loro l’ultimo spiraglio di sereno. Da mesi Ernesto indossava la divisa militare, ed era certo che sarebbe stato subito inviato su zona di combattimento. Con i Genitori in casa non restava che Filippina. Li turbava il pensiero che l’America sarebbe presto entrata nel conflitto. Quali sarebbero state le conseguenze per loro? Quali per i loro cari in America?

All’inizio del periodo bellico Don Cesare era, come sempre, a Union City; Giovanni a Elizabeth; Don Luigi, trasferito da Tampa a New Orleans come direttore, doveva nel 1944 passare nella stessa carica a New Rochelle; Don Pietro nel 1942 passò da Tampa al direttorato dell'Istituto di Goshen.

Per Augusto, a Tampa, era suonata nell'autunno del 1940 l'ora decisiva del matrimonio. Nella bella chiesa del Sacro Cuore di Gesù, Don Luigi l'aveva unito a Nancy Midili, bravissima giovane di San Antonio, in quei dintorni. Avventurose peripezie precedettero quel matrimonio che doveva essere così meravigliosamente benedetto dal Signore. Stabilitosi per qualche tempo in una casetta di sua costruzione nei pressi dell'Istituto Salesiano di Tampa, Augusto si trasferì più tardi a San Antonio quando il Signore gli aveva già inviato un angioletto, Filippo, il primo di sette che ora fanno corona a lui ed a Nancy, rigogliosi e belli come le piante dei magnifici aranceti che circondano la loro casa.

In Italia, con i Genitori — come già si disse — non rimaneva che Filippina; Don Giuseppe era incaricato dell'Oratorio Festivo della Crocetta; Suor Filomena era direttrice ad Asti, e Peppina, nella sua bella casa a Lu, rallegrata negli anni di guerra da quattro bei frugoli. Suor Maria, promossa direttrice a Costarica, era la più lontana dai rumori e dai pericoli della guerra.

Per Ernesto un'odissea tanto lunga quanto penosa incominciava il momento stesso in cui Mussolini (10 giugno 1940) dichiarava guerra all'Inghilterra ed alla Francia. Fece parte infatti dell'azione che sfondò il fronte francese sulle Alpi in meno di due settimane, sotto il comando del Principe Umberto. Nel 1941 fu trasferito in Yugoslavia con le truppe d'occupazione, e dopo un breve periodo ad Alessandria, nel giugno del 1942, partiva per il fronte russo. Gravemente ferito nel settembre dello stesso anno, dopo un periodo di degenza in Russia, veniva trasferito a Gesenatico vicino a Forlì. Qui lo visitarono Mamma e Filippina compiendo un viaggio che per pericoli, peripezie ed avventure ha dell'incredibile.

Trova qui il suo posto un fatto telepatetico assolutamente accertato, accaduto alla nostra vecchia nonna materna. Da lungo tempo teneva il letto nella casa degli zii Ferrando a Mirabello. Il giorno in cui Ernesto fu ferito ed alla stessa ora (come si accertò più tardi), si svegliò di soprassalto e, chiamata a gran voce la figlia Vincenzina, le diceva tutta eccitata che Ernesto era stato ferito, che l'aveva visto cadere, che perdeva sangue dal capo, ma che era vivo e non sarebbe morto. Il fatto, come dissi, è concordemente attestato da tutti in famiglia. Pure quanto mai singolare un altro fatto: in quel giorno, ed all'ora medesima in cui Ernesto cadeva ferito, Don Giuseppe si trovava all'altare e celebrava la S. Messa proprio per lui. Quando si pensi che Ernesto fu raccolto dissanguato e pressoché in fin di vita, vien facile concludere che visibile fu la protezione del Signore.

Ma la bufera non tardava a scatenarsi anche sull'Italia. Cominciarono i bombardamenti su Torino, poi Milano, e presto anche su Alessandria. Il rombo degli aerei, la luce dei fari e dei razzi, le esplosioni turbavano, anche se lontani, la quiete dei colli monferrini. Vennero poi gli sfollamenti ed i primi rastrellamenti da parte delle brigate nere fasciste. E seguirono le scorribande dei partigiani. In questo quadro appartengono i non pochi viaggi intrappresi da Don Giuseppe che sovente se ne venne da Torino a Lu in bicicletta; di Filippina che intrepida, un po' sul treno, un po' su altri mezzi di fortuna, andava a Torino o ad Asti; e anche di Suor Filomena stessa che, pur di rifornire i suoi del necessario, si periclitò ad avventurose peripezie.

E' di questi tempi (di Ernesto non si avevano notizie e da tutti si era in ansia per lui) un ricordo della Mamma. Racconta che era talmente angustiata e straziata dall'incertezza, e così sfiduciata dal susseguirsi di tanti tristi eventi che un giorno disse a Peppino che lei era giunta al termine della resistenza. "Mamma," le rispose il suo più giovane figlio sacerdote, "Mamma, hai quattro figli che ogni mattino alzano nelle loro mani l'Ostia Santa; hai poi tutti gli altri che pregano incessantemente. Come fai a dire che non c'è più speranza? Su, coraggio!" Aggiunge la Mamma: "Quelle parole furono come uno scossone al mio spirito. Cominciai di nuovo a guardare verso il Cielo per vedere se le nubi non cominciavan a diradarsi un poco."

Il sereno non doveva tardare troppo. Però le ultime raffiche della bufera furono terribili. Dovevano abbattersi anche sopra il nostro paese e toccare un poco anche la nostra casa. La guerra volgeva ad un termine fatale per le forze naziste. Le rappresaglie contro i partigiani eran diventate il terrore nei nostri paesi del Monferrato. Quando nell'aprile di quel 1945, i Tedeschi effettuarono un rastrellamento a Lu, solo un miracolo salvò una trentina di vite Luesi, fra le quali anche quella di Ernesto. L'interprete per i Tedeschi, un giovane chierico chierico austriaco in divisa nazista (Mamma lo dice ancora adesso "un angelo in divisa" tanto era buono e bello...), d’accordo con Don Provera e Don Verri, salvò la situazione. Ernesto fu subito rimandato a casa (era stato scortato con mitra alla Casa del Comune), e gli altri, trasportati ad Alessandria, furon rilasciati. Il 25 aprile le forze naziste si arrendevano agli Alleati.

Il primo spiraglio di luce nel buio di quei lunghi mesi era giunto da Torino, da Don Giuseppe, in forma di una notizia che sembrava del tutto incredibile. Amici di Don Giuseppe gli avevano comunicato di avere appreso dalla Radio Vaticana che Don Cesare Rinaldi, proveniente dall'America, si trovava a Roma. Era provvidenzialmente vero! Con tre altri sacerdoti americani, Don Cesare faceva parte di una missione che, promossa dalla Gerarchia Cattolica degli Stati Uniti per desiderio del Santo Padre, doveva azionare un magnifico programma di aiuti per l'Italia tanto bisognosa in quei momenti. Muniti di passaporti diplomatici ed in forma segretis­sima, i quattro sacerdoti eran partiti per aereo alla volta di Roma nel tardo autunno del 1944. Avevano subito posto mano all'immane lavoro di organizzare enti attraverso i quali le immense quantità di viveri, vestiti e medicinali provenienti dall’America venivano distribuiti ai bisognosi.

Verso la fine di aprile del 1945, Don Cesare era stato incaricato dal Vaticano di andare a Genova a prelevare ed accompagnare a Roma l'Arcivescovo Mons. Siri. A Genova Cesare giunse il giorno stesso in cui si arresero le forze naziste. Disponendo di una macchina e di breve tempo, procedette per Lu. Meglio se lascio i dettagli di quell'incontro al ricordo di quelli che erano a casa; per quelli che non erano presenti supplirà l'immaginazione. L'arrivo di Cesare (era in divisa di ufficiale dell'esercito americano) non fu soltanto uno spiraglio di luce, ma il sole in pieno, caldo e splendente, che dissipò d'un tratto la notte.

All'immensa gioia di quel ritorno si aggiungeva poco dopo un altro motivo di sommo gradimento ai genitori ed alla famiglia tutta. Con breve apostolico, il 5 luglio 1945, Pio XII elevava Don Cesare alla prelatura col titolo di Monsignore.

In quel primo autunno di pace Ernesto, realizzando il suo sogno d'amore, si univa con Pinuccia Borghino. Monsignor Cesare ne benediceva le nozze ad un'intima funzione di famiglia nella chiesa di S. Maria. Con la buona Pinuccia entrava nella famiglia un animo gentile ed af­fettuoso. Ai cari sposi il Signore concedeva il privilegio di accompagnare da vicino i Genitori nella loro vecchiaia, privilegio che Filippina condivise con loro per qualche anno. E sono stati veramente degni di tale consegna. Il Signore li ha benedetti con quattro bei bimbi, e la Sua benedizione li accompagnerà certo per tutta la loro vita.

 

 

 

XIII

 

I  FIGLI  RITORNANO

1945-1950

 

Non parve vero ai nostri Genitori che Mons. Cesare potesse ritornare di nuovo in Italia nel 1946. Poco dopo Pasqua egli arrivava a Roma a riprendere nuovamente il lavoro che la Santa Sede gli aveva affidato. Non mancarono le graditissime visite in famiglia. La macchina di cui disponeva gli permise anche di portare i Genitori ora a questo ora a quel luogo con vero godimento da parte loro.

Mi narrava la Mamma della loro indimenticabile visita alla Casa madre dei Salesiani a Torino. "Ho ancora presente davanti agli occhi,"  mi diceva, "la scena del venerando Don Berruti (Prefetto Generale) che, incontratosi con Cesare, l'abbracciò fraternamente, e commosso lo ringraziava per quanto aveva fatto per le Case Salesiane tanto provate dalla guerra." Filippina serberà eterno ricordo del suo viaggio a Roma con Monsignor Cesare, e dell'udienza speciale loro concessa dal S. Padre. Era stato quello il regalo di Cesare alla sorella per l'assistenza premurosa e tanto sacrificata da lei prestata ai Genitori durante gli anni della guerra.

Ma eccoci al 1947, cinquantesimo anniversario del matrimonio dei Genitori. Se non fu possibile a Cesare di rimanere a casa per la fausta occorrenza, il Signore disponeva che due altri figli lontani fossero presenti a rappresentare il gruppo degli assenti. Poco dopo Pasqua giunse graditissima in famiglia la notizia che Don Luigi era stato eletto delegato al Capitolo Generale da tenersi nel mese di agosto. Verso la fine di luglio, Suor Maria scriveva da Costarica che le Superiore le avevano concesso il desideratissimo permesso di venire a casa per le Nozze d'Oro dei Genitori.

La festa giubilare fu fissata pel 21 settembre. Suor Maria giunse a casa alla vigilia. Ricordo che l'aereo che la portava verso le "amate sponde" fece scalo a New York. Mons. Cesare, Giovanni con la famiglia, Augusto (era venuto appositamente dalla Florida), lo Zio Giovanni Boccalatte, ed io andammo all'aeroporto per incontrarla e trascorrere con lei quel po' di tempo concessole dalla breve fermata dell'aereo. Da notare che non avevamo più visto Maria da ventidue anni! Non dimenticherà certo mai più la nostra buona sorella la scena che le si parò dinnanzi quando discese dall'aereo! Eravamo là, un affettuosissimo comitato di nove a darle il benvenuto! Piccola, scarna, sorridente, ci abbracciò uno a uno gridando di ciascuno il nome volta per volta. Tutti ci aveva riconosciuti immediatamente! Quanto era felice la cara Suora! Davvero una scena da non dimenticarsi mai!

Ho fra mano il bell'album di messaggi, fotografie, pergamene raccolti a ricordo della festa giubilare dei nostri amati Genitori. E' tutto un magnifico simposio di felicitazioni, auguri e preghiere. Dal messaggio di Monsignor Montini a nome del S. Padre che invia la sua benedizione, a quello del Presidente del Consiglio On. De Gasperi; dalle lettere di Don Ricaldone, di Mons. Colli e di Mons. Angrisani a quelle di numerosissimi prelati e sacerdoti, di parenti, amici e conoscenti; sono centinaia di preziose testimonianze inneggianti ai cari Genitori. Interessantissime le fotografie che ci rivelano la presenza di tante care persone, di superiori fra i quali l'Ispettore Salesiano degli Stati Uniti, Don Giovannini, Mons. Braga, e di parenti venuti anche da lontano per la fausta occasione. Fra tutte queste fotografie la più bella è indubbiamente quella in cui Papà e Mamma sono circondati dai sette figli presenti alla festa: Don Luigi, Don Giuseppe, Suor Filomena, Suor Maria, Peppina, Ernesto e Filippina. E fra tutti i messaggi letti al levar delle mense quello che ebbe la eco più affettuosa nel cuore dei Genitori fu di certo il cablogramma inviato dai figli lontani: Presenti spirito partecipano con affetto, gratitudine, gioia vivissima pregando elette benedizioni amatissimi Genitori - Giovanni, Cesare, Augusto, Pietro.

A completare la bella festa non doveva mancare un viaggio a Roma in aereo. E benché il viaggio di ritorno sia stato piuttosto burrascoso, la visita al S. Padre e la sua paterna benedizione rimasero fra i ricordi più belli che Papà e Mamma riportarono di quella indimenticabile festa.

Don Luigi rimase in famiglia fin verso la metà di dicembre prolungando in tal modo la gioia delle feste giubilari. Ma non ripartiva da solo per gli Stati Uniti. Felice di poter accettare l'invito di Mons. Cesare, Filippina l'accompagnava nel viaggio. Così anche l'ultima figliola lasciava, anche se pur solo temporaneamente, il tetto paterno. In casa restava Suor Maria che, dopo ventidue anni di assenza, rivedeva felice la neve ed il bel volto argenteo di San Valerio. E fu soltanto a primavera inoltrata che essa lasciava la casa per portarsi a San Salvatore, a pochi passi da Lu, ove le sue Superiore, con gesto materno, le affidarono la direzione del Noviziato in piena vista del campanile di Lu che per tanti anni essa non aveva più visto che nei suoi sogni.

 

* * *

 

Quando nella tarda estate del 1948 Filippina ritornò in Italia dopo oltre otto mesi di soggiorno in America ("fra i più felici della mia vita") portava ai Genitori la festosa notizia che Giovanni, Eugenia, Rosetta e Paolo sarebbero certamente venuti in Italia nel 1949. Per la famiglia di Giovanni questo viaggio era un meritatissimo premio. Con le rose non eran mancate le spine nella loro vita in quegli anni. Un angioletto, Maria, nata nell'estate del 1944, era stata loro rapita dopo mesi di ansie e di cure amorevolissime. Erano anche stati anni d'intensissimo lavoro per Giovanni che vedeva finalmente coronate le sue fatiche ed i suoi sogni con una magnifica casa che lui stesso si era costruita con tanta tenacia pari alla sua abilità, in una zona residenziale di Union City.

Non potrei mai dire troppo in bene di questo nostro amato fratello maggiore; dell'affetto che lo lega ai suoi fratelli ed alle sue sorelle, della cordialità affettuosa con cui ad essi apre la porta del suo cuore e della sua casa; del suo quasi eroico spirito di lavoro e di sacrificio. L'Istituto Salesiano di New Rochelle, quello di Goshen, la parrocchia Salesiana di Elizabeth, la chiesa del Santo Nome di New Rochelle (quel parroco Monsignore lo considerava e trattava da fratello!), e la chiesa di Mons. Cesare a Union City sono stati campi dei suoi sudori e non muti testimoni della sua oculata, vigile ed interessata attività. Giovanni ha un gran posto in tanti cuori, primissimo nei cuori che lo circondano in casa, in quello dei Genitori ai quali egli fu sempre affezionatissimo, e dei suoi fratelli che non lo dimenticheranno mai.

Nel febbraio di quel 1948, nell'intimità della famiglia e ancora nella vecchia casa di Elizabeth, festeggiammo il venticinquesimo anniversario di matrimonio di Giovanni e Eugenia. Eravamo proprio solo noi intimi (Filippina rappresentava i nostri cari in Italia), ma l'affetto dei nostri cari lontani e di tanti buoni amici si univa al nostro nell'augurare a lui ed alla sua famiglia le più elette benedizioni del Signore.

La decisione di Giovanni di venire in Italia con la famiglia fu salutata da tutti con grande gioia. L'estate del 1949 fu dunque una di quelle non poche estati che in questo ultimo decennio portarono ai nostri cari vecchi "iniezioni di vita," come la Mamma chiama le visite dei figli in famiglia. Giovanni ed i suoi mancavano da dieci anni. Paolo si era fatto un bel giovane; una mezza dozzina di nipotini attendevano ansiosi di vedere per la prima volta gli Zii e cugini d'America. E la visita fu davvero indimenticabile per tutti!

Erano appena ripartiti per gli Stati Uniti, ed ecco che i nostri a casa cominciavano già a puntare le loro speranze sulla promessa che Don Pietro aveva fatto di venire in Italia per l'Anno Santo. E la promessa fu mantenuta. Partii con l'aereo da New York il 16 agosto 1950, dopo aver assistito alla solennissima funzione della dedicazione della nuova stupenda chiesa di Mons. Cesare a Union City, il sabato e la domenica precedente.

Impossibile descrivere l'emozione provata nel ritrovarmi fra persone e cose tanto care dopo un'assenza di ben quindici anni. E m'incontravo anch'io per la prima volta con ben otto nipotini; Peppina ed Ernesto che avevo lasciati ancor tanto giovani rivedevo ora maturati dagli anni e dalle fatiche domestiche. Ed i Genitori? Non mi ero immaginato di ritrovarmeli ancora così bene, arzilli e neppur tanto invecchiati.

Ricordo che mi ero ripromesso di godermi la famiglia come fine principale di quel mio soggiorno in Italia. E tenni fede alla promessa. Fui a Roma per poco più di tre giorni per la visita giubilare; a Torino, tre volte per brevi visite. Non mi pentii certo di aver trascorso il mio tempo a casa, tranquillo e sereno nella dolce compagnia di Papà e Mamma, della buona Filippina, di Suor Maria che ci regalava frequenti e gradite visitine da Mirabello, di Ernesto e della sua famigliola, di Peppina e di Angelo che ogni sera portavano i bambini a sentire le lunghe e interessanti storie dello Zio Don Pietro. Celeres gaudentibus horae! Ore tanto belle, ma purtroppo tanto veloci!

Spigolando fra i ricordi di quei giorni indimenticabili, eccone alcuni. Una gita con Papà alla Gascona: camminavamo adagio, ed io ero tutto assorto nelle tante cose, fatti, aneddoti, eventi gioiosi e dolorosi che egli, col suo dire lento e calmo, mi andava narrando. Era tutta la sua vita e la vita della famiglia che egli svolgeva parlando. E disse ad un tratto: "Il Signore è stato buono con la nostra famiglia; ma bisogna che dica anche che tutti i miei figli sono stati buoni con me e con la Mamma..." Ed aveva cercato istintivamente il fazzoletto che si portava commosso agli occhi.

Di quei giorni ricordo pure le visite di Don Giuseppe, direttore dell'Oratorio Festivo del Martinetto a Torino; e di Suor Filomena, direttrice ad Alba. Fin d'allora notai in ambedue una calma di spirito serena, fidente ed allegra che sapevano comunicare così bene all'ambiente stesso della famiglia. Compresi allora quanto prezioso sia stato l'aiuto morale che avevano apportato ai Genitori negli anni tristi della guerra. Suor Maria, come già accennai, veniva di frequente a casa durante quell’estate essendo così vicina al paese. Andai un paio di volte alla sua casa di Mirabello dove era stata inviata direttrice dopo una breve permanenza a San Salvatore. E mi fu facile scorgere le ragioni dell'affettuosa stima e popolarità di cui era circondata in casa e fuori casa. Mi confessava, però, che sentiva una vera nostalgia dell’America. Veniva inviata alla Repubblica Dominicana.

Il 10 ottobre di quell'Anno Santo poneva termine al mio indimenticabile soggiorno in famiglia. Celebrata quel mattino la mia ultima Messa in paese, partivo per la Malpensa, e di là spiccavo il volo per New York. Il mattino dopo, alle dieci, ero già all'Altare della mia cara e bella chiesa di Corpus Christi, a Port Chester, N. Y.

 

 

 

XIV

 

DON BOSCO NELLA NOSTRA FAMIGLIA

 

Ancora una volta, ed è l'ultima, par giusto e doveroso soffermarci sul percorso di queste memorie. E' una fermata obbligatoria questa, e quanto mai gradita perché ci si para dinnanzi a questo punto la grande, luminosa ed attraente figura di San Giovanni Bosco.

Vi sono nella nostra famiglia cose che si possono spiegare soltanto se viste alla luce che emana dalla figura soave del grande Santo Monferrino. Abbiamo già accennato alla vocazione del tutto straordinaria dello Zio Don Filippo. Non costituisce essa il solo fatto che si possa, si debba anzi attribuire al fascino spirituale di Don Bosco. Sono oltre venti le vocazioni Salesiane sbocciate nel nostro parentado in meno di un cinquantennio. Don Bosco fece grandi retate un po' dappertutto, ma non si legge nella sua vita o negli annali della sua opera che da una sola famiglia, in un periodo relativamente breve, Egli abbia mai pescato tanto quanto nella nostra. Da notare anche che, ad eccezione dei pochi che morirono in giovane età, i membri della famiglia, che si arruolarono sotto la bandiera di Don Bosco, assursero tutti a posizioni di responsabilità e non pochi si distinsero per il contributo che portarono e che tuttora portano all'opera di questo grande gigante di santità.

I primi contatti di Don Bosco con la nostra famiglia si rifanno ad un grazioso episodio narrato in esteso dai biografi del nostro santo Zio. Era una sera di ottobre 1861. Sulla porta di casa Rinaldi, che in quel tempo ospitava più di una ventina di membri, stava ritto il nostro avolo Cristoforo, padre di Don Filippo, da poco ritornato dalla campagna. Ed ecco farsi avanti, sulla piazzetta antistante, un prete dall'aria pensierosa che, dopo essersi guardato attorno, si ferma come scoraggiato e perplesso. Era Don Bosco che, venuto a Lu con un'allegra e rumorosa squadra di giovani, ancora sconosciuto da quelle parti, non era stato troppo favorevolmente ricevuto dal Sindaco il quale l'aveva persin invitato a tornarsene donde era venuto.

Mentre i giovani avevano preso con i loro assistenti il cammino verso Torino, Don Bosco aveva cercato invano una carrozza per recarsi a Mirabello, ed ora, preoccupato, si guardava attorno invocando l'aiuto del Cielo per i suoi poveri stanchi piedi. Ed ecco Papà Cristoforo farsi avanti, salutare deferentemente, e chiedere a Don Bosco cosa cercasse e desiderasse. In questo incontro vi era un disegno meraviglioso della Provvidenza. Infatti, da quella sera in cui carrozza e cavallo di proprietà Rinaldi portarono a Mirabello Don Bosco, si stabilì fra la nostra famiglia ed il Santo un legame che nemmeno la morte riuscirà a spezzare, né il tempo con il volgere delle sue vicende a disperdere. Don Filippo ebbe a ripetere tante volte che quell'attenzione usata da suo padre a Don Bosco attirò sulla famiglia benedizioni particolarissime.

Non sappiamo se l'occhio antiveggente di Don Bosco si sia posto già in quella occasione su Filippo allora poco più che cinquenne. Si incontrarono più tardi a Mirabello e poi a Borgo San Martino. Sappiamo, però, che la predilezione del Santo per lo Zio ha dell'eccezionale e del meraviglioso.

Don Bosco "perseguitò" Filippo amorevolmente per oltre dieci anni finché se lo avvinse per sempre. Note a chi ha letto le biografie dello Zio sono le tre fotofanie o irradiazioni con cui il Signore volle svelata al futuro successore di Don Bosco la santità del Santo Fondatore. Quando gli morì il padre (è lo Zio stesso che lo racconta), Don Bosco l'avvicinò mentre era in un angolo della chiesa di Maria Ausiliatrice. "Ho saputo," gli disse, "della dolorosa perdita che hai fatto. Ho pregato e pregherò ancora per l'anima di tuo padre e per il conforto tuo e della tua famiglia. Sappi che d'ora innanzi io ti sarò doppiamente padre."

Negli anni in cui Don Filippo era giovane direttore a San Giovanni, Don Bosco lo invitava sovente a prendere parte alle riunioni del Capitolo Superiore nella Casa Madre. Prevedeva il Santo che Filippo sarebbe stato il suo successore? Don Trione, il giorno della di lui elezione a Rettor Maggiore, affermò  pubblicamente che “Don Bosco un giorno disse che Don Rinaldi sarebbe stato il suo terzo..." E lo Zio Don Giovanni affermava tardi che, ancor chierico, si sentì dire da Don Bosco la stessa cosa.

Don Filippo non fu il solo nella famiglia ad esperimentare l'affettuosa benevolenza di Don Bosco. Il cugino Don Rota si sentiva così paternamente amato dal Santo durante i suoi anni giovanili all'Oratorio che non ebbe cuore a distaccarsene, benché tormentato da profonda nostalgia per la famiglia ed il paese. Immancabilmente, ogni volta che il padre di Pietro andava a trovare il figlio a Valdocco, Don Bosco gli domandava notizie di Filippo e dalla famiglia (Filippo era ancora a casa); e di Don Bosco lo Zio Rota riportava a Cristoforo ed a Filippo i saluti più cari. Abbiamo già accennato agli incontri dello Zio Don Giovanni con Don Bosco, e come, ancor giovane chierico, egli si sentì dal Santo tratteggiati in tono profetico gli eventi principali della sua vita.

Solo i contatti personali di Don Bosco con la nostra famiglia cessarono con la sua morte, il suo spirito continuò ad aleggiare su di essa vivo e vivificante. Le tante vocazioni sbocciate in seno alla famiglia la legarono ognor più al Santo. Nella nostra immediata famiglia poi, tutto ciò che riguardava il nome e l'opera di Don Bosco era seguito con affettuoso interesse.

Le frequenti visite di Salesiani, superiori o umili confratelli che fossero, costituivano sempre un ambito e gradito evento per la famiglia. Don Bosco fra di noi lo si pregava ancor prima che fosse Venerabile, e tutti ricordiamo come i nomi dei neonati venivano man mano iscritti sul retro del bel quadro del Santo che per tanti anni pendè nella stanza attigua alla bottega. La presenza alla Casa Madre di Torino or di un figlio or di un altro fu sempre ritenuto vero auspicio di benedizioni. Ancora recentemente, quando il nipotino Pier Giorgio Verri venne accettato come studente a Valdocco, la Mamma ripeteva: "Una lampada per la famiglia si accende di nuovo nel Santuario della Madonna Ausiliatrice."

Don Giuseppe mi diceva di un ricordo che si rifà ad una visita dello Zio Don Filippo in famiglia, credo nel novembre del 1929. Si era a tavola, racconta il fratello, e la conversazione era caduta sui sette figli arruolati nella famiglia di Don Bosco. Papà osservò che, se la Mamma fosse venuta a morire prima di lui, non gli sarebbe restato che ritirarsi in una casa di Don Bosco. Disse lo Zio: "E perché? Tu sei già in una casa di Don Bosco. Questa tua casa è veramente una casa Salesiana. No, no, tu devi restare con la tua famiglia che è un poco famiglia di Don Bosco."

Le visite che i nostri Genitori facevano a Torino di quando in quando tornavan loro sempre di vero godimento e conforto. Andare a Torino voleva dire andare da Don Bosco. Tali visite divennero più rare dopo la morte dello Zio Don Filippo. Ma anche in questi ultimi ultimi non mancarono di recarvici qualche volta. Anzi il ricordo di queste ultime visite era in loro particolarmente vivo e sentito.

Andavano al Martinetto in occasione della festa di Don Giuseppe, Direttore tanto stimato ed amato di quell’Oratorio Festivo. E della loro gioia, delle loro dolci impressioni noi se ne aveva eco nelle lettere che ci scrivevano. Quei ricordi affioravano tante volte nelle nostre conversazioni durante le liete settimane che precedettero malattia e morte di Papà.

Dell'ultima visita a Torino, fatta nell'aprile del 1955, Papà e Mamma parlavano con accenti di vera commozione. Si direbbe che per il Babbo tale visita segnasse davvero il commiato da persone e luoghi a lui tanto cari. Don Giuseppe notava che a Valdocco i Genitori si ebbero davvero un'accoglienza quanto mai festosa dai Superiori e dai Confratelli. Si soffermarono a pregare lungamente presso l'altare di Maria Ausiliatrice e quello di Don Bosco. Visitarono la tomba dello Zio Don Filippo e furono oggetto di affettuose premure da parte di una famiglia amica di Don Giuseppe, come pure di Suor Clotilde Morano, F. M. A., tanto affezionata alla nostra famiglia.

Ma Don Bosco doveva venire lui stesso nella persona del suo successore a dare il commiato a Papà pochi giorni prima che morisse. Il 9 ottobre, Don Ziggiotti era di passaggio a Mirabello. Papà era a letto da qualche giorno, ma il buon Superiore non ne era stato ancora avvisato. Fu dunque una vera ispirazione che lo portò a Lu. Disse poi che desiderava rivedere il paese di Don Rinaldi ed incontrarsi con i nostri Genitori. Impossibile dire la commozione di Papà quando se lo vide in camera, sorridente ed affettuoso. Gli parlò dei figli che aveva visto in America qualche mese prima, lo confortò con la sua benedizione ed i suoi auguri.

"Non mi par vero," mi diceva Papà quella sera, "non mi par vero che sia venuto..." — "E Don Bosco che l'ha mandato," gli risposi. Poteva essere altrimenti?

Ed i funerali? Un forestiero a Lu quel 19 di ottobre avrebbe certo pensato che si trattasse del funerale di un sacerdote. Erano infatti una cinquantina i sacerdoti che accompagnavano la salma di Papà, la maggior parte Salesiani con a capo Don Bellido, del Capitolo Superiore. E non mancavano i giovani che, venuti a rappresentare la casa di Don Giuseppe con la banda, portarono una nota tipicamente Salesiana al corteo funebre. Era proprio Don Bosco che mandava i suoi figli a partecipare all'estremo tributo di chi aveva dato a Lui ben sette dei suoi figliuoli.

Ancora un rilievo. Ad una buona Suora, venuta a pregare presso il feretro del nostro caro Padre mentre giaceva esposto nella sala, non sfuggì un fatto significante. Additando il bel quadro di Don Bosco benedicente sulla parete, disse: "Guardi come Don Bosco benedice il Signor Filippo!" E ricordo pure che l'ultima giaculatoria che recitammo insieme con il Babbo la sera della sua morte fu proprio quella che chiudeva le preghiere che per tanti anni avevamo recitato in famiglia, giaculatoria che credo Papà stesso avesse coniato: Don Bosco, intercedete a Gesù per noi.

 

 

 

XV

 

VISITE  PROVVIDENZIALI

1950-1955

 

Dal 1950 al 1955 le visite dei figli d'oltremare alla famiglia furono ininterrotte. Nel 1951, Mons. Cesare ritornava in Italia per un ben meritato periodo di riposo. La costruzione delle sua nuova chiesa l'aveva occupato e preoccupato per lunghi mesi. Ora tutto era a posto, ed un viaggio in Italia l'avrebbe ristabilito dalle dure fatiche e sarebbe pur stato un prezioso regalo ai Genitori. E tale fu veramente. Durante il suo soggiorno in famiglia, egli diede mano alla bella costruzione che venne a rimpiazzare l'antico rustico e la vecchia cadente casa Vitur in Via San Giacomo. Moderna e ridente, la nuova casa accoglieva Ernesto e la sua ormai crescente famiglia.

Durante questo tempo maturò pure in Filippina la decisione di ritornare in America non soltanto più a scopo di visita, ma anche per apprendere l'inglese e così facilitare la possibilità di un più lucroso impiego in Italia. In questo essa ebbe tutto l'incoraggiamento e l'aiuto del fratello Monsignore.

Ed ecco che ai primi di settembre di quell'anno, Monsignor Cesare e Filippina erano affettuosamente accolti dai fratelli al porto di New York. Ospite di Mons. Cesare, Filippina intraprese con tutta serietà lo studio dell'inglese frequentando allo stesso tempo un corso per impiegate d'ufficio, e rendendosi assai utile presso l'ufficio parrocchiale di Mons. Cesare. Filippina non dimenticherà mai quei mesi di vita americana, mesi resi ancor più belli dall'ospitalità tanto cordiale di Giovanni e famiglia, e degli altri suoi fratelli.

L'estate del 1952 fu veramente fortunata. Monsignor Riccardo Pittini, Arcivescovo Salesiano di Santo Domingo, di passaggio a New York nel suo viaggio verso l'Italia, ci faceva a tutti il regalo prezioso di portar seco Suor Maria che egli ama chiamare "mia brava segretaria, mio sostegno e guida ai miei passi..." E Maria si fermava con noi per oltre un mese mentre Monsignore proseguiva il volo verso l'Italia ove era atteso per il Capitolo Generale dei Salesiani. Eravamo dunque sette tra fratelli e sorelle negli Stati Uniti in quell'estate del 1952!

Quante cose in quel mese! Suor Maria e Filippina non dimenticheranno certamente il ricevimento loro offerto nella mia Casa Parrocchiale dagli ufficiali delle varie società della Parrocchia. Né dimenticheremo Maria ed io le prediche di quel sant'uomo di Mons. Pittini nella mia chiesa di Port Chester. Ad un certo punto durante la predica (e predicò a tutte le Messe quella domenica), faceva alzare Suor Maria perché tutti la vedessero. "Vedete un po' com'è magra," diceva: "non mangia quasi la poveretta per poter venir incontro a tanta povera gente che ricorre a lei. Bisogna che l'aiutiate, bisogna che le diate qualche soldo perché possa provvedere ai bisogni di tanti poveretti…!" Non è il caso che dica che la colletta fu quanto mai generosa a tutte le Messe. Ricordiamo tutti, ne son certo, le belle ore trascorse con Mons. Cesare, le indimenticabili serate in casa di Giovanni, le volate sull'automobile da un posto all'altro, le compere che fece Suor Maria, le casse di roba impaccate da Giovanni, la visita all'Arcivescovo di Boston.

Durante il suo soggiorno in Italia, Mons. Pittini fece una graditissima visita ai Genitori. La sua prima tappa era stata in Florida nella casa di Augusto; poi a Port Chester da Don Pietro; Union City da Mons. Cesare; Elizabeth da Giovanni, Boston da Don Luigi. Una visita a Lu non doveva dunque mancare. E a casa se ne parla ancora di quella visita. Già fin da quando era stato Ispettore negli Stati Uniti, l'Arcivescovo si era sentito portato verso la nostra famiglia. Aveva inoltre una grande venerazione per lo Zio Don Filippo. In Suor Maria, poi, appena giunta a Ciudad Trujillo, aveva scorto la Suora ideale per un'opera tanto cara al suo gran cuore di Arcivescovo e di Salesiano. Non è necessario che aggiunga che Mons. Pittini, con la sua straordinaria personalità di uomo e di santo, lascia ovunque passa un ricordo incancellabile. Diceva il grande Arcivescovo cieco di Santo Domingo accomiatandosi dai Genitori: "Ho benedetto la casa e la famiglia di Augusto in Florida, quella di Giovanni, l'opera santa di Mons. Cesare, di Don Luigi e Don Pietro. Ora benedico di gran cuore la nuova casa di Ernesto e tutta questa famiglia cotanto benedetta dal Signore." Sul libro delle sue memorie che egli più tardi inviò ai Genitori scrisse: "Alla cara Famiglia Rinaldi che amo e stimo come la mia famiglia."

 

* * *

 

Poco dopo il suo ritorno in Italia verso la metà di settembre del 1952, Filippina informava i fratelli del suo fidanzamento col Dott. Piero Mortara, nativo di Fubine, e cugino, per parte della madre, di Pinuccia, moglie di Ernesto. Tenendo parola ad una promessa che aveva fatto a Filippina, Mons. Cesare, nell'aprile del 1953, venne in Italia per lo sposalizio. I futuri sposi avevano vagheggiato di sposarsi ad Assisi. E là, presenti i Genitori e Don Giuseppe e Peppina, Mons. Cesare ne benediceva le nozze il 26 aprile, nella suggestiva atmosfera del gran tempio Francescano.

Con le venuta di Piero nella nostra famiglia, il Signore dava ad essa una nuova prova della Sua bontà. Colto, buono, affezionato ai Genitori, egli si è integrato così bene nella famiglia che noi tutti vediamo e sentiamo in lui un fratello affettuoso e sincero.

Prima tappa sul cammino nuziale di Piero e Filippina fu Genova ove Filippina era impiegata presso il Consolato Americano e dove presero un appartamento. Ma un lieto evento si annunziava presto. Si stabilirono ad Alessandria ove Piero era da tempo vicedirettore del Laboratorio Chimico Provinciale. E qui, il 4 gennaio 1954, il lieto evento si avverò lietissimamente: due angioletti, Paolo e Virginia, giunsero felicemente mentre imperversava una gran bufera di neve che stese un bel tappeto bianco al loro arrivo.

 

* * *

 

Quando sembrava che il ritmo delle visite dall'America non potesse accelerarsi oltre, ecco che il 1954 si annunciava pieno di liete prospettive. Mons. Cesare e Don Luigi, infatti, stavano organizzando pellegrinaggi da Union City e da Boston. Eugenia e Paolo accettarono volentieri di unirsi a Mons. Cesare, e verso la fine di giugno spiccarono il volo verso l'Europa. I Genitori godettero così la compagnia di Eugenia e di Paolo cui si unì più tardi Mons. Cesare. Don Luigi raggiunse la famiglia in agosto, e quanto mai lieta per tutti si svolse l’estate del 1954.

In settembre, Mamma scriveva a Don Pietro: "Son partiti solo un quindici giorni fa, ed ecco che Papà e io pensiamo già all'estate prossima. Verrete ancora qualcuno? Verrai tu? E Augusto? Siamo ormai vecchi, il tempo stringe..." La mia risposta non giunse a Mamma che ad anno inoltrato. Sì, sarei venuto. E forse anche Augusto. Luigi, poi, stava già organizzando un altro pellegrinaggio, e Rosetta sarebbe venuta con lui. Lieti adunque guardavano i Genitori e guardavamo noi il lento approssimarsi dell'estate del 1955.

Frattanto, il 28 ottobre 1954, Don Luigi a Boston era stato fatto oggetto di una indimenticabile dimostrazione di affetto e di stima in occasione del suo venticinquesimo anniversario di Prima Messa. Chi conosce Don Luigi, l'opera sua nelle diverse case in cui fu direttore, lo spirito salesianamente paterno con cui guidò confratelli e giovani non poteva non gioire quella sera quando, in uno dei più lussuosi hotels di Boston, alla presenza dell'Arcivescovo, di autorità religiose e civili, e di oltre seicento commensali, egli ricevette un'affettuosa e solenne prova della stima di cui è circondato dai suoi confratelli, e dagli amici e cooperatori di Don Bosco. Giovanni, Monsignor Cesare ed io rappresentammo la famiglia. Parlò l’Arcivescovo Mons. Cushing tessendo un magnifico elogio dell'opera Salesiana e di Luigi; parlarono vari altri oratori, e parlai pur io. E non dimenticheremo certo gli applausi che punteggiarono le mie allusioni ai vecchi Genitori ed alla parte che ebbe Don Bosco nelle provvidenziali vicende della nostra famiglia.

Il primo luglio 1955, i pellegrini di Don Luigi partivano su un superbo aereo verso l'Europa. E con Don Luigi vi erano pure Augusto e Rosie. Don Luigi non mancava da casa che da un anno; Rosie da sei; Augusto da ben ventisette. Desideratissimi eran tutti e tre, ma Augusto in modo speciale. A lui stesso non pareva vero di ritornare in Italia, a Lu, a casa. Quante cose eran successe da quel lontano 1928 quando ero partito da Genova per la volta dell'America! Ora ritornava portando nel cuore ben otto persone a lui tanto care: la sua Nancy e sette bei bimbi!

Il 2 agosto giungevo anch'io a casa dopo cinque anni di assenza. Trovai tante cose nuove! La nostra casa più bella ed accogliente che mai; quella nuova di Ernesto anche tanto bella; il negozio tenuto e gestito così bene dalle figliuole di Peppina; trovai cinque nuovi nipotini; trovai Piero tanto buono e simpatico! Più di tutto, ritrovai Papà e Mamma! Non li avrei detti troppo mutati in cinque anni. Mamma sempre lei, vivace, allegra, giovanile. Papà sereno, ma un po' più curvo, un po' più lento. E ritrovai tanta cordialità, tanto affetto nel sorriso di tutti.

Eravamo agli inizi di agosto. Con tanti in casa (eran giunti anche Don Giuseppe e Suor Filomena) la tavola sotto l'atrio era attorniata da non mai meno di quindici commensali. E poi i bambini! A contare tutti i presenti nella casa paterna, alla sera specialmente quando giungeva all'intero la famiglia di Peppina, non si era meno di una trentina. Magnifica corona intorno ai nostri amati Genitori!

Augusto partì per l'America il 7 di Agosto; Don Luigi il 31. Rosie si fermò apprezzatissima fino al 29 settembre. Io avevo fissato il mio ritorno il 14 ottobre. A dire il vero, avevo fatto uno strappo al mio programma perché il termine massimo della mia assenza dalla mia parrocchia era la fine di settembre. Non so che cosa mi inducesse ad estenderla fino alla metà di ottobre. Capii poi che era stata una vera ispirazione.

Nella luce dei tristi eventi che dovevan seguire quelle settimane così liete e belle, le visite dei figli dall'America non posson dirsi che veramente provvidenziali. E quanto mai amorose furono le disposizioni della Provvidenza che volle far precedere al sereno tramonto di Papà giorni di tanta serenità e letizia per lui e per noi tutti.

 

 

 

XVI

 

SERENO TRAMONTO

 

Papà si ammalò ai primi di ottobre. Quando incominciò ad accusare qualche disturbo, la malattia si era già annidata nel suo ormai logoro organismo. Encefalite virale con fatti meningei, la disse subito il medico e tale la confermò un consulto pochi giorni dopo. Non era una forma grave, ma l'età dell'infermo preoccupava. I fratelli lontani vennero subito notificati e tenuti quasi giornalmente al corrente sul corso della malattia.

Papà si manteneva sereno e tranquillo, non accusava dolori di sorta, accettava senza lamenti iniezioni e medicine. Bisognava distruggere il virus con gli antibiotici. Era però sempre restio a mangiare ed a bere. Si appisolava facilmente; deperiva visibilmente ogni giorno più. Ma pareva ripigliarsi di quando in quando, ed allora rinascevano le speranze che ce lo potessimo "tirar su di nuovo," come diceva la Mamma. Il cuore, poi, era sempre forte e buono, e su ciò si faceva forse troppo affidamento.

Si era giunti all'otto di ottobre. Il consulto del giorno precedente diede ali alle nostre speranze. Dovevo andare a Roma, ma pensavo di rimandare. Avevo già rimandato la mia partenza per l'America, fissata in precedenza al 14 di ottobre. "Hai fatto bene a differire il tuo ritorno in America," mi disse Papà la sera del consulto; "ma a Roma devi andarci." — "Sì, Papà, se me lo dici tu, ci vado. Vi starò soltanto un giorno, e ti porterò la benedizione del Papa."

Partii venerdì sera. Limitai al minimo i miei impegni: riunione col gruppo Cultores Sanctae Sindonis, e udienza dal Papa a Castel Gandolfo. Poi il rapido per Alessandria. Alle undici di sabato sera ero a casa. Immutata la condizione del Babbo. Il Rettor Maggiore, Don Renato Ziggiotti, era stato a trovarlo quella mattina, e lui ne era ancora tutto commosso. Ed ora la benedizione del S. Padre. "Il Papa mi ha detto di dartela a suo nome, Babbo..." Ed egli la riceveva lacrimando.

La sera del giorno dopo, domenica, venne il nostro amato prevosto, Don Robione. Papà fece la sua confessione, ed il lunedì gli portai la S. Comunione che ricevette con edificantissimo contegno. Don Giuseppe e Suor Filomena erano a casa anche loro.

La settimana che seguì segnò alti e bassi per l'infermo, ansie e speranze per noi. Continuava a deperire, si cibava pochissimo, le visite dei medici lo stancavano un poco. Ci si prodigava tutti per lui. Mamma giorno e notte; Ernesto passava la notte lì vicino; Filippina si era trasmutata in amorevolissima infermiera; Piero sempre pronto, instancabile, in continuo andirivieni fra Alessandria e Lu, ora per una cosa ora per un'altra. Si sarebbe detto che il più calmo e sereno di tutti era proprio Papà. Così lo trovò Don Albino Fedrigotti, Prefetto Generale dei Salesiani, quando venne a visitarlo sabato mattina.

E così si arrivò a domenica, 16 ottobre. Non potè ricevere la S. Comunione per un po' di nausea da cui era preso. La giornata passò bene, meglio che mai, anche pel mangiare. Mi intrattenni a lungo con lui che parlava più volentieri del solito. Gli raccontai di nuovo del mio viaggio a Roma, dell'udienza col Papa. Egli godeva di queste cose. Ricordo con quanto interesse aveva seguito i miei vari incontri col Cardinal Fossati in merito alla Santa Sindone, e soprattutto la mia visita a Re Umberto di Savoia nel Portogallo. Si era compiaciuto come di cose sue. Venne, poi, il medico verso le sette di sera, e nulla pareva accennare ad alcunché d'insolito.

Verso le dieci, prestatigli i soliti servizi prima del riposo, recitammo insieme qualche preghiera terminando con quella allo Zio Don Filippo. Gli diedi la benedizione, e ci si augurò a vicenda la buona notte. Mamma si pose accanto al proprio letto e recitava sommessamente le sue preghiere. D'un tratto Papà cominciò a respirare affannosamente. "Mi sento un grande affanno," disse alla Mamma che gli era volata al fianco. Filippina diede l'allarme, ed in men che non si dica io era da Papà. M’accorsi subito che era alla fine. Gli impartii l'assoluzione mentre Ernesto si precipitava a chiamare il prevosto per l'Olio Santo.

Papà non parlava più, ma era cosciente come si poteva arguire dal suo sguardo dolce e triste ad un tempo, come di chi dice addio a persone amate. E proprio mentre il buon Don Robione terminava il rito dell'Estrema Unzione, con un ultimo lungo respiro il nostro caro Babbo rendeva la sua bell'anima a Dio.

Mamma fu la prima a dare un bell'esempio di fortezza e rassegnazione cristiana. Tutti in ginocchio (Peppina era giunta poco dopo chiamata dalla buona Rosina, l'affezionata donna di casa), lacrimando pregammo subito per l'anima cara di Papà. Poi, mentre Piero, accompagnato da Don Robione, partiva per Alessandria per inviare subito un cablogramma ai fratelli e per telefonare a Don Giuseppe ed a Suor Filomena, noi si prestò al nostro caro Padre l'ultimo affettuoso servizio ricomponendone pietosamente la salma.

Impossibile dimenticare i due giorni che seguirono: l'andirivieni continuo di gente, i numerosissimi messaggi di condoglianze, il pigia-pigia al Rosario recitato per intero dal Prevosto ambo le sere, l'ultimo affettuoso bacio dei familiari alla salma prima che si chiudesse la bara... Lo ricorderemo tutti Papà tanto era sereno, composto e come ringiovanito nella pur severa maestà della morte.

Mercoledì, 19 ottobre, i funerali. Era una bella giornata d'autunno, tiepida e piena di sole. Quanta gente, quanti sacerdoti con a capo Don Bellido, del Capitolo Superiore dei Salesiani, in rappresentanza del Rettor Maggiore. E vi era anche la simpaticissima banda dell'Oratorio di Don Giuseppe, ed una classe dell'Istituto Card. Richelmy. Presenti pure le Suore e con le loro aspiranti, gli allievi dell'Istituto San Giuseppe, i bimbi dell'asilo... Ma ciò che meravigliava un po' tutti era il numero imponente di sacerdoti che seguivano il feretro del nostro amato Padre. Sembrava il funerale di un sacerdote, dissero poi tanti stupiti a quel tributo così solenne.

E così lo portammo alla "chiesa della Madonna" al suono grave e solenne delle nostre campane. E, poi, al camposanto, nella cappella di famiglia, e lo ponemmo proprio accanto a Paolo, nel loculo da lui indicato. E del nostro affetto per lui, ed anche un poco di lui parla l'iscrizione che ne cela la bara. Eccola:

IN PACE CHRISTI

FILIPPO RINALDI

11-XI-1875, 16-X-1955

l'accompagnano le preghiere e l'affetto della diletta consorte ernesta boccalatte e dei numerosi figli cui egli LASCIO’ MIRABILE ESEMPIO DI VIRTU' CRISTIANE, LIETO DI VEDERNE BEN SETTE VOTATI AL SERVIZIO DEL SIGNORE.

 

 

 

EPILOGO

 

La morte del nostro buon Padre dimostrò, come nessuna altra cosa avrebbe potuto fare, quanto fosse sentito l'affetto che legò fra di loro i membri della nostra famiglia. Durante quei giorni tanto tristi, noi in casa si sentiva che Giovanni, Mons. Cesare, Don Luigi, Augusto e Suor Maria erano effettivamente con noi. Ce ne convinsero i messaggi che essi inviarono alla Mamma per cablogramma prima, e poi per lettera. Sono scritti nei quali l'affetto pei Genitori e per la famiglia parla con l'eloquenza del dolore, scritti che sono e rimarranno documenti preziosi di quell'unione che è fra le grandi benedizioni da Dio elargite alla nostra famiglia.

Ricordo con quale ansia avevamo atteso quelle lettere. Due giorni dopo il funerale ci giunsero quelle di Giovanni e di Mons. Cesare, seguite poco dopo da quelle di Don Luigi, Suor Maria e di Augusto. La presenza in mezzo a noi dei nostri cari lontani diventò tangibile tanto ce li sentimmo vicini leggendo le loro lettere. Il conforto che ne derivò alla Mamma ed a noi fu immenso.

Ciò che essi, assenti, provarono in quella dolorosa circostanza, e l'affetto sincero che li strinse con noi intorno alla Mamma furono assai bene espressi in una lettera che Mons. Cesare scrisse più tardi a Don Pietro a nome dei fratelli lontani. Scriveva egli il 28 ottobre:

"Carissimo Pietro: la mano di Dio ha voluto che tu fossi prescelto fra i figli lontani ad essere vicino a Papà e alla famiglia nelle ore del dolore; ha voluto che tu facessi la parte nostra; ha dato a te il dolce benché doloroso onere di assistere, confortare, consigliare. A nome mio e dei fratelli, abbiti, abbiatevi tutti un grazie affettuoso per il modo in cui avete disimpegnato l'incarico.

"Noi fratelli più vecchi ne siamo un po' invidiosi, ma ammettiamo sinceramente che non avremmo saputo fare di più e di meglio. Le tue lunghe lettere ci sono state di grande conforto, e le terremo come un tesoro. Ti siamo pure riconoscenti per la tua decisione di ritardare il ritorno per essere vicino alla Mamma ancora un poco.

"Ripeti alla Mamma, ai fratelli, sorelle, parenti, autorità ecclesiastiche i nostri sentimenti. Non ti sarà difficile perché sono gli stessi che nutrisci tu.

"A quante domande dovrai rispondere al tuo ritorno! Pensa quanto sei desiderato e atteso! Saluti affettuosi alla Mamma, a te, a tutti. Tuo Cesare."

L'affetto sincero e concorde che regnò sempre nella nostra famiglia non poteva parlare con accenti migliori.

Le parole che porran termine a queste Memorie non possono essere che quelle del nostro caro Padre. Esse racchiudono tanto affetto, tanto spirito di fede, tanta sapienza che sarebbe presunzione farci anche un solo commento.

Quando nell'autunno del 1945 Mons. Cesare, dopo quella sua visita provvidenziale, si accingeva a ripartire per l'America, Papà se lo prese in disparte e gli disse fra l'altro: "Tu torni in America. Io sono vecchio, forse non ci rivedremo più. Ti voglio chiedere un cosa, e tu chiedila anche agli altri fratelli d'America. Quando riceverete la notizia della mia morte, non voglio che vi addoloriate troppo. Il Signore mi ha concesso una lunga vita, ho avuto molte soddisfazioni, e sono contento."

Il Signore, nella sua bontà, volle concedergli ancora parecchi anni di vita, pieni di pace e di consolazioni. Col cuore ripieno di gratitudine a Dio e di affetto pei suoi figli, l’11 giugno 1953, tracciate le sue disposizioni testamentarie, concludeva scrivendo:

"I beni materiali che lascio sono pochi, ma a tutti i miei figli lascio l'eredità di un nome e di una tradizione onorata e rispettata, e prego di continuare a mantenerli tali nella vostra vita e nelle vostre famiglie.

"Il Signore è stato tanto buono con la nostra famiglia. Lo sarà anche con voi e con le vostre famiglie se vivrete nel Suo santo timore osservando la Sua Santa Legge.

"Il rispetto e l'affetto che tutti voi avete sempre avuto per la Mamma e per me furono uno dei grandi conforti della nostra vita. La Mamma ed io chiediamo che ci continuiate questo rispetto e questo affetto anche dopo la nostra morte, specialmente suffragando con preghiere e con Messe le nostre anime.

"Che il Signore, Maria Ausiliatrice, Don Bosco e lo Zio Don Filippo vi proteggano e vi benedicano."

vostro papa'