Al païs d'Lü, n. 7 (1987), pp. 3 e 12

 

 

 

STALI E STALADI

 

"Al tempo dei tempi, quond che i rat i bitavu al socli e i gat i purtavu 'l mantè...” così cominciava, tra il serio e il faceto, il vecchio narratore di antiche leggende - "al listorii" - che venivano raccontate durante le lunghe sere d'inverno, nelle stalle del nostro paese, frequentate da uomini, donne e ragazzi in cerca del tepore fornito dagli animali e del calore umano che si sprigionava in questi gruppi famigliari e vicinali.

In passato chi teneva le bestie approfittava del modesto calore che esse emanavano per superare i rigori dell'inverno. In casa non c'era che il camino, ove si bruciavano "al puasi, i scarô, al sêppi, i pedì, e quoich toc..." perché non tutti avevano la legna grossa e rare erano le stufe di ghisa, piccole, cilindriche o di altra forma.

Il camino si accendeva solo per far da mangiare e fra un pasto e l'altro, e poi di sera, si andava nella stalla, ove le donne lavoravano al chiaro di un lumino a olio o a petrolio, gli uomini facevano la partita a carte, i ragazzi e i bambini giocavano o dormivano in qualche spazio libero "du giàs". Nelle stalle più grandi dei "grossi particolari” si radunavano molti abitanti del "cantone" e si passavano serate bellissime in piena serenità e cordialità, al tepore di buoi e di vacche "quataii ans su giàs a rimià".

Solo i signori avevano qualche stufa di ceramica e normali erano i "Franklin" di color marrone lucido, addossati alla parete e collegati con la canna fumaria da un grande tubo luccicante: tutti gli altri per sfuggire al freddo della loro casa si rifugiavano nella propria stalla o in quella dei vicini e degli amici, e di questi proprietari che accoglievano ospiti si diceva che "i favu stala".

E cosi si costituivano nelle medie e grosse stalle dei nuclei di frequentatori abituali, vere comunità minuscole, ove si discorreva, si lavorava, si giocava, si pregava e naturalmente si facevano pettegolezzi su tutto e su tutti: "e i marusè e 'I maruseri ai cumbinavu anche quoich matrimoni". Fra i tanti si affermava anche il "letterato", che aveva letto qualche romanzo o libri di avventurose antiche leggende, che egli si prestava a raccontare e così ogni tempo del nostro lontano e recente passato ha avuto i suoi campioni di narrativa popola­re. A richiesta dell’una o dell'altra "stalla", si mettevano a disposizione e per un certo numero di sere "ai chintavu al so listorii" a puntate e dopo l'inizio e l'introduzione a volte un po' burlesca, a volte in tono paludato e solenne della prima puntata, la ripresa cominciava immancabilmente con questo attacco: "Sichè dônca i'eru rivà al mument che... ecc. A sto punto..." e qui si entrava nel vivo.

Notevole era l'interesse degli ascoltatori, illetterati i più, specialmente fra gli anziani, e tutti lontani da ogni possibilità di letture.

Fra gli ultimi rappresentanti della categoria dei "cantastorie" c'è da ricordare "al Camillu d'la Pipota", noto e apprezzato nelle stalle della Milla e di Montalto; ma famoso per la sua abilità narrativa e per la vivacità di espressione era “al Pipinu d’Scüd”, maestro di dizione e di comunicativa, che ha segnato la fine di una generazione scomparsa.

In queste riunioni spontanee, specialmente al pomeriggio, si incontravano in prevalenza anziani e vecchi: era una nota poetica e commovente vedere le teste bianche delle vecchiette accostate al candore della canapa avvolta in cima “a la rucca” e seguire l’armonico movimento della mano sinistra, che con le dita dosava le fila della canapa, la faceva passare tra pollice e indice, sapientemente e delicatamente mossi e la riduceva a sottile filo, che veniva ritorto dal fuso pendente a lato e fatto ruotare con la destra e infine arrotolato sullo stesso fuso con altro movimento circolare della mano: e la saliva era il collante naturale più efficace per ottenere quel filo prezioso, che per mezzo di vecchi e rozzi telai veniva trasformato in preziose "pezze" di tela fatta in casa, orgoglio e ricchezza delle nostre nonne e bisnonne.

Con ripetuti trattamenti le candeggiavano e le riponevano nei vecchi cassettoni, profumati di timo e di lavanda, per il corredo e la dote delle future spose.

Più facile e prosaico il lavoro normale delle donne di casa, che durante le lunghe soste invernali nella stalla facevano abitualmente la calza, mentre le più giovani e le meno esperte si esercitavano solo a fare le solette, “i scapè”, che non richiedevano tanto impegno e tanta attenzione.

E così le chiacchiere avevano abitualmente il sopravvento sul lavoro, tanto più quando anche per le donne si trattava “d’arciapatà robi früsti da tucc i dì”, perché allora “anveci d’sarsì cun in po’ d’grasia”, si distraevano “e ai davu di pôncc lông na spana” oppure, gira di qui, tira di là, “ai surtiva di capô chi spauantavu”.

Gli uomini invece, durante il giorno, facevano i loro lavoretti “suta ‘l porti” o in qualche altro posto al coperto, perché bisognava usare ferri e attrezzi anche ingombranti.

E fra questi operatori stagionali si trovavano, ancora in tempi recenti, degli specialisti “chi favu i suvu e i suvêt” arnesi essenziali da mettere sul collo degli animali per aggiogarli e "per tacaii a la barosa", infilando nel timone il grosso anello pendente dal giogo e fissato "da la cavêggia", mentre il collo dei buoi veniva serrato "dal parmeli" collegato al giogo e le teste erano sorrette dal "sôncli" attaccate alla cima del timone. E qualcuno di questi artigiani decorava i suoi "suvu" con sculture naïf di rara efficacia.

I più si limitavano a mettere qualche manico "al furchi, bei e sapi e a bità al quartëigni sutta i suclô di fièui": di rado le mettevano di rinforzo anche ai "giabòt" che erano portati ancora da qualcuno nei dintorni di casa, pieni di paglia o di fieno per tenere i piedi caldi.

Invece i ragazzi andavano in giro, a scuola e in chiesa "cun i suclô, an su sücc e ant la fioca".

Nelle riunioni spontanee e nelle veglie delle nostre stalle si instaurava un clima di famigliarità e di comunicazione fraterna, veramente esemplare: in certo modo si creava una certa comunanza di beni e capitava abitualmente che uno portasse da assaggiare all'altro qualcosa di buono che aveva ed era uno scambio continuo di piccoli doni.

I fichi secchi uscivano ben dosati dalla tasca profonda "sutta u scusò d'la Pina d'Negri", che compariva sovente alla Milla, come benefica fata di noi ragazzi - allora non si conoscevano le befane - e aveva sempre la lieta sorpresa o di una manciata di castagne secche o "d'biscöecc", vera delizia per piccoli e grandicelli, e poi per merito dell'uno e dell'altro circolavano "giapuneisi, nisòli e nus" senza parlare "dal ciapêtti anfilsaii", sempre però in piccole quantità, che non permettevano di saziarci e "d'smurbiala".

Roba quasi tutta fatta in casa e partecipata agli altri, specie ai più piccoli, con semplicità paesana: di cioccolatini, di caramelle e altre leccornie, neppure l'ombra, al massimo qualche mentino da una vecchietta o l'altra, tormentate dalla tosse.

A quei tempi chi aveva qualcosa al sole e qualche frutto conservabile si impegnava a raccogliere fichi, ad affettare mele, a spaccare pesche e prugne per farle seccare, distese su vecchi assi o su stuoie di canne, ben esposti al sole e distribuiti un po' dappertutto intorno a casa.

Questa frutta secca casareccia veniva conservata in sacchetti o sistemata in filze che sembravano collane variegate, che si appendevano in luogo appartato, almeno per dividerle dalla polvere e dalle mosche! In genere duravano poco, anche perché, se non le mangiavamo presto noi, se le mangiavano i vermiciattoli e le tarme: solo le donne più esperte e specializ­zate le facevano durare anche fino a Pasqua.

Quella che durava di più era "la mustarda", che quasi ogni proprietario faceva, riempiendo una grande "caudera" di mosto, il più morbido e amabile - "mei che tüt, al carnêt, perché la barbera l'è pitòst serba'' - e lo si faceva bollire almeno otto ore, tanto che il mosto si condensava gradatamente e quando la cucchiaiata di assaggio, distesa sul piatto "la fava la strà", cioè al passare della punta del cucchiaio lasciava vedere il fondo bianco del piatto, allora la "mustarda" era al punto giusto "per tirala sü".

Qualche ora prima però le nostre massaie provvedevano a gettare nel mosto bollente e concentrato una buona quantità di frutta ben mondata e fatta a pezzi - mele, pere e anche zucca - oppure intera, come fichi appena rigonfi e altro.

Le pignatte di terracotta smaltata erano i recipienti tradizionali che raccoglievano questa marmellata nostrana, che costituiva la pietanza di tante cene invernali quando, con la immancabile polenta che campeggiava in mezzo alla tavola, una corona di fondine candide si colorava di rosso scuro e denso, al versare delle cucchiaiate che la mamma distribuiva a tutti i membri della famiglia. Le belle fette di polenta, gialle e fumanti, scivolavano sullo strato di mostarda in fondo al piatto e, fosse l'appetito o l'allegria di quei colori nostrani e casalinghi, si mangiava di gusto e tante volte si chiedeva un supplemento, come dolce finale.

E poi si andava nella stalla e fra vicini e amici ci si dava conto delle nostre pietanze e sempre si constatava che "sa l'era nënt suppa, l'era pân bagnà" perché fra polenta e mostarda e polenta e bagna la differenza è poca, dato che "u toc d'marlücc al lu mangiava al pari...".

Le donne dopo cena raccoglievano "la poca brasca e la snìss per bità 'I previ" almeno per intiepidire le lenzuola, "che d'invèr i venu rëid cme la tëila 'nsiraia" e così i nostri nonni e bisnonni passavano dal tepore della stalla al tepore del letto, mentre fuori imperversava la neve o si condensava "la galaverna" che al mattino offriva lo spettacolo entusiasmante di una miracolosa fioritura invernale.

Angelo Verri